Walter Matthau, l’esuberanza del grande comedian

by Orio Caldiron

Quando la moglie è in vacanza (1955) è irresistibile nonostante il piccolo editor rimasto solo a casa in una torrida estate newyorkese sia privo di carisma. Puntualmente frustati dal candore assoluto dell’inquilina del piano di sopra, i suoi goffi tentativi di conquista si concludono solo con l’ammissione paradossale ma vera: “D’accordo, ho una bionda in casa. Ho Marilyn Monroe nella doccia!”. L’editor alle prese con “the girl” è Tom Ewell, che l’aveva impersonato a Broadway nella commedia da cui è tratto il film. L’attore non piace a Billy Wilder che fa un provino a Walter Matthau con risultati straordinari, senza riuscire però a imporlo alla 20th Century Fox. Il film va male al botteghino e molti danno la colpa al basso profilo del protagonista.

Sarebbe andato meglio con Matthau? Chissà. Nel 1955 Walter Matthau – nato a New York il 1º ottobre 1920, morirà a Santa Monica il 1º luglio 2000 – al cinema è un perfetto sconosciuto. Si chiama in realtà Walter Matuschanskayasky e viene da una famiglia ebrea di immigrati russi di desolante povertà, che esorcizza frequentando il teatro yddish della Seconda Avenue. Durante la guerra si arruola in aviazione e porta a casa parecchie medaglie. Attore nato, fa l’impiegato, il radiotecnico, il pugile, l’allenatore di baseball e altri mille mestieri prima di affermarsi a Broadway come uno dei commedianti più estrosi e promettenti. Sullo schermo comincia con Il Kentuckiano (1955) di e con Burt Lancaster, dove è il sadico westerman che frusta il protagonista. Nella decina di film del periodo si deve accontentare del ruolo del vilain dal volto arcigno e dalla tenace aggressività. Come avviene anche in Sciarada (1963) di Stanley Donen, un intrigo internazionale che ha le scandite simmetrie del musical. Bartholomew, lo stravagante funzionario della Cia che bazzica l’ufficio soltanto durante la pausa-pranzo, è un cattivo da ridere, ironico, sornione, doubleface. Anche se lui e Cary Grant si inseguono tra le colonne del Palais Royal di Parigi, mentre Audrey Hepburn teme di sporcarsi il costosissimo Givenchy che indossa, i colpi sembrano a salve tanto il clima da mascherata prevale su tutto.

LA MASCHERA IRRIPETIBILE DELLA GRANDE TRUFFA

La consacrazione arriva poco dopo con Non per soldi…ma per denaro (1966) di Billy Wilder, il film della svolta grazie al quale raggiunge lo statuto del protagonista di primo piano che conserverà per oltre un trentennio. Con l’esuberanza del mattatore che conosce le sottigliezze della recitazione ma anche i segreti del successo. Se il regista è in forma smagliante in una delle sue commedie al vetriolo più acide e frastornanti, l’interprete si muove con straordinaria scioltezza nello spazio claustrofobico della stanza d’ospedale e dell’appartamento di Harry Hinkle, il cameraman che è stato investito dal giocatore nero “Boom Boom” Jackson durante una partita di football. L’avvocato imbroglione Willie Gingrich è la maschera irripetibile della grande truffa, tutta giocata sugli atteggiamenti volpini, il passo ondulato, le ammiccanti strizzate d’occhio, gli insinuanti giri di parole usati sempre a colpo sicuro. Come fosse in un’aula di tribunale. Il film è fondamentale anche perché l’incontro con il grande Billy coincide con la nascita della coppia Walter Matthau (quarantasei anni) e Jack Lemmon (quarantuno), una delle più vivaci e inossidabili della commedia brillante americana. Si è detto coppia, ma bisogna intendersi. Ci sono tanti modi di far coppia, sullo schermo come nella vita.  Qualcuno fa tutto da solo, ma un altro tipo di attore si completa con la presenza del compagno, senza del quale neppure esisterebbe. Stanlio e Ollio non sono nulla al di fuori della coppia, soltanto quando sono assieme si animano come un perfetto meccanismo d’orologeria, una macchina da guerra puntata contro la logica.

Il caso di Matthau e Lemmon sta a sé. Sono anzitutto due straordinari solisti. Lemmon l’ha dimostrato in tante occasioni “prima” di incontrarsi con Matthau. Come dimenticare A qualcuno piace caldo (1959), L’appartamento (1960), Irma la dolce (1963), i tre capolavori con Wilder? Matthau lo dimostrerà soprattutto “dopo” con un gran numero di titoli importanti e meno importanti. Quando sono assieme, i due giocano la partita con le loro carte più personali e vincenti. Matthau è l’eccesso, l’accumulo dei segni, la moltiplicazione dei gesti. Lemmon è la sottrazione, il sottotono, la minimizzazione. Quando il primo strafà, il secondo gioca di fair play. La rivincita se la prende semmai puntando i piedi. Non ci sta più, sfugge alle imposizioni del partner, se non ricorre addirittura alle stesse armi del compagno, riappropriandosi dell’estrosa invadenza dei protagonisti. Si sbilanciano di continuo, tra prevaricazione e arrendevolezza, ma si conquistano il fotogramma a colpi di risate come in un cartoon. Sono due maschere dai caratteri complementari e contrapposti che si esibiscono in un duetto da commedia dell’arte in cui la tempistica è tutto.

La strana coppia (1968) inaugura il rapporto con Neil Simon, il commediografo della middle-class metropolitana più rappresentato nel mondo. Il film di Gene Saks, anche lui un affidabile artigiano che viene da Broadway, ripropone la celebre pochade sull’amicizia virile che aveva trionfato a teatro. Il successo è clamoroso anche al cinema. Nel grande appartamento in cui convivono Oscar Madison (Walter Matthau) e Felix Ungar (Jack Lemmon) – i due neodivorziati che litigano in continuazione tra una partita di poker e un attacco di casalinghitudine – sembra di essere in un ring dove le battute rimbalzano micidiali come colpi bassi. Naturalmente sono loro, Walter che fa la voce grossa ma non riesce a nascondere l’autoironia e Jack il nevrotico dalla lacrima facile ossessionato dall’ordine, sono loro la strana coppia, un titolo che da allora in poi li perseguiterà come un marchio di fabbrica. Fino a La strana coppia II, il deludente sequel di trent’anni dopo che moltiplica figli e nipoti, location e parolacce ma fa acqua da tutte le parti.

Se negli anni successivi Lemmon sterza sul versante drammatico, è a Matthau che Neil Simon offre alcune tra le occasioni più allettanti della sua carriera di attore-orchestra. Appartamento al Plaza (1971) di Arthur Hiller è quasi una serata d’onore, un omaggio ai tempi comici del grande attore che sfoggia la sua versatilità in tre caratterizzazioni memorabili. Dal marito che ritorna nella stessa stanza d’albergo della prima volta al produttore cinematografico che riesce a sedurre raccontando i suoi incontri con i divi hollywoodiani, al padre di una riluttante promessa sposa che cerca di convincere la figlia a uscire dalla toilette il giorno del matrimonio. I ragazzi irresistibili (1975) di Herbert Ross è un’incursione nel mondo affascinante del vaudeville, il passato remoto dello spettacolo americano recuperato tra un tormentone e l’altro attraverso due vecchi comici scorbutici che non si parlano da anni ma vengono convinti a rimettersi assieme per uno special televisivo.  Una rentrée impossibile perché l’arte della sopraffazione sgradevole non sembra aver segreti per Walter Matthau. Da parte sua, George Burns si esaspera sempre di più alle ditate e agli sputi che il compagno continua implacabile a infliggerli.

IL LATO OSCURO DELLA COMICITÀ

Sotto il gioco sottile dell’umorismo si avverte la tentazione della violenza, il lato oscuro della comicità scatenata e compulsiva di un attore dalle molte facce. Già il perfido barbablù al verde di È ricca, la sposo e l’ammazzo (1971) di Elaine May medita di eliminare l’ereditiera e impadronirsi del malloppo, ma siamo ancora nella commedia brillante sia pure virata in nero seppia. Solo pochi anni dopo l’attore è al centro di tre gangster-movies, ora dalla parte della legge ora da quella dei cattivi. Suspense a alta tensione, Il colpo della metropolitana (1974) di Joseph Sargent contrappone il quartetto di criminali che blocca un convoglio pieno di ospiti giapponesi all’apparente indolenza del tenente Garber-Matthau della polizia trasporti. Sembra acconsentire alle loro condizioni, ma all’ultimo sfodera tutta la sua astuzia quando tentano inutilmente di fuggire con il denaro del riscatto. Se L’ispettore Martin ha teso la trappola (1973) di Stuart Rosenberg percorre sentieri più tradizionali, insolito è il poliziotto Martin-Matthau, stanco, amareggiato, all’antica ma per niente moralista, che indaga nei bassifondi di San Francisco. Chi ucciderà Charley Varrick? (1973) di Don Siegel è il piccolo capolavoro di un maestro del noir in cui Varrick-Matthau, l’ultimo degli “indipendenti”, rapina una banca senza sapere che la mafia vi ricicla il denaro sporco. Braccato dai killer, si salva montando un’abile messinscena per beffare l’Organizzazione. Senza l’humor sarcastico del protagonista solo contro tutti, il piano non andrebbe a segno. Non a caso, l’attore si faceva chiamare “il Cary Grant ucraino” in ricordo delle sue poverissime origini, orgoglioso di appartenere alla grande tradizione dei comici ebrei che sanno ridere di tutto, anche di se stessi, soprattutto nei momenti drammatici.

Se c’è il nero, naturalmente c’è anche il rosa nella debordante filmografia del comedian newyorkese. Scapolo sempre sulla breccia, il dentista di Fiore di cactus (1969) di Saks non si accorge dell’avvenenza dell’infermiera Ingrid Bergman, apparentemente scialba e trasandata, fino a che non la vede scatenarsi in discoteca. Nonostante le arie da seduttore, il medico di Visite a domicilio (1978) di Howard Zieff si lascia accalappiare dall’aggressiva Glenda Jackson che gli tiene testa anche sul piano dell’ironia. Il breve sodalizio con l’attrice inglese prosegue in Due sotto il divano (1980) di Ronald Neame, in cui l’agente della Cia bistrattato dai superiori spedisce le sue memorie ai servizi segreti della concorrenza. In Una notte con vostro onore (1981), ancora di Neame, tocca a Jill Clayburgh, prima donna alla Corte Suprema, far le spese della sferzante misoginia del collega Matthau.

Negli anni ottanta sembra perdere qualche colpo, ma prima della fine del decennio si rifà con un paio di performance da fuoriclasse. Sul galeone spagnolo di Pirati (1986) Capitan Red è poco più di un’ossessione colorata, un abito rosso sognato da Roman Polanski sin dall’inizio delle riprese. Una delle tante grottesche caricature della rivisitazione postmoderna dei gloriosi cappa e spada d’un tempo, mentre un arpeggio di chitarra accompagna le gesta degli eroi davanti al mare brulicante di squali. Superato lo spaesamento iniziale, Padre Matthau, il prete esorcista di Il piccolo diavolo (1988) ripropone i tic liberatori e le esilaranti effrazioni dello slapstick più trasgressivo in coppia con il diavoletto Benigni, entrambi vivaci e incontenibili come in una vecchia comica. L’omaggio di un giullare candido e spiritato alla mimica facciale del grande corpo comico del cinema d’Oltreoceano non potrebbe essere più clamoroso.

LA STRANA COPPIA

La strana coppia si era ritrovata con Billy Wilder sul set di Prima pagina (1974), strepitosa incursione nel cinico mondo della carta stampata in epoca pretelevisiva. Dove non c’è posto per le donne. Almeno a giudicare dal comportamento del direttore Burns-Matthau, deciso a impedire in tutti i modi che Johnson-Lemmon lasci il giornalismo per sposare la bella Peggy. Nei corrosivi giochi di ruolo e di potere, ancora una volta la vera coppia è quella formata da Walter e da Jack, una coppia che non ammette il divorzio anche a costo di farsi ammanettare assieme. “Continuerei a fare film con loro fino alla fine dei miei giorni”, diceva Wilder, che conclude la sua carriera con Buddy Buddy (1981). Concitata black comedy cupa e ossessiva come una cerimonia degli addii dove è di scena l’omicidio, l’esplosivo sottotesto della comicità. Quando il killer Trabucco-Matthau non riesce a liberarsi dall’appiccicoso Clooney-Lemmon, il logorroico inquilino della stanza accanto, non sappiamo che se lo ritroverà tra i piedi anche nella sperduta isoletta in cui approda alla fine.

Negli anni novanta gigioneggiano nella sgangherata epopea della terza età di Due irresistibili brontoloni (1993) di Donald Petrie, That’s amore. Due improbabili seduttori (1995) di Howard Deutch, Gli impenitenti (1997) di Martha Coolidge. Sembrano perennemente impegnati a sfidarsi all’ultimo bisticcio, mentre non hanno occhi che per l’oggetto del desiderio, si chiami Ann-Margret o addirittura Sophia Loren. La nostalgia per la commedia brillante hollywoodiana colpisce ancora. Se ci chiediamo dove sono finiti, facciamo in tempo a rivederli quando l’imbroglione e l’inconsolabile fanno gli intrattenitori-ballerini nella sala da ballo del transatlantico diretto ai Caraibi. Sintonizzati entrambi sull’andante con brio dei grandi comici che, leggeri e sfuggenti, ci fanno ridere della nostra pesantezza.

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