“Essere attrice? È un modo per conoscere meglio se stessi”. Con Grazia Schiavo, nel cast di «Divorzio a Las Vegas», tra gli ultimi film in sala, a ottobre, prima del lockdown

by Livio Costarella

Mica ci sono solo paure e deliri, a Las Vegas. La vita si complica notevolmente, se c’è da organizzare anche un divorzio, in fretta e furia. È ciò che deve con arguzia e mestiere calibrare il personaggio di Sara, classico avvocato rampante interpretato dall’attrice romana Grazia Schiavo, nell’ultimo film di Umberto Carteni, «Divorzio a Las Vegas», che ha avuto un discreto successo in sala nel mese di ottobre, prima del secondo lockdown cinematografico.

Il film racconta una storia in cui Sara deve aiutare l’amica Elena (interpretata da Andrea Delogu, al debutto cinematografico) a divorziare da un matrimonio conseguito quand’era diciottenne, tanti anni prima a Las Vegas, quasi per gioco. Ma adesso deve risposarsi e quell’unione va annullata. C’è molto di più, in realtà, dietro il ruolo di Grazia, in una commedia garbata e divertente: una produzione Rodeo Drive con Rai Cinema (distribuita da 01 Distribution), in un cast dove figurano anche Giampaolo Morelli, Ricky Memphis, Vincent Riotta e Gian Marco Tognazzi. C’è un’attrice che nella ricerca di se stessa, scopre in ogni parte che affronta un pezzo di sé, e del mondo che la circonda.

D’altra parte Grazia Schiavo ha lasciato il segno dovunque abbia recitato. Bellezza prorompente e sguardo che cattura all’istante, è nata in una famiglia dove l’arte è sempre stata di casa, tra il nonno pittore e la mamma scultrice. Poi i primi ruoli importanti al cinema e a teatro (dove ha debuttato in «The King of Nowhere» nel 1996), con lavori sotto la direzione di Pino Quartullo («La strategia del paguro») o al fianco di Giorgio Lupano e Gianluca Ramazzotti («Boeing Boeing»). Protagonista anche di numerosi spot pubblicitari per noti marchi, come Lavazza, Sperlari, Crodino e Coca Cola, diretta da maestri come Daniele Luchetti, Alessandro D’Alatri, Riccardo Milani, Giuseppe Tornatore, Luca Miniero e Paolo Genovese.

Adesso il ruolo di avvocato in «Divorzio a Las Vegas» sembra quasi un gioco del destino, per lei che si è sottratta presto alla volontà paterna di avere una figlia giurista, per dedicarsi al teatro e alla recitazione, sua grande passione.

«È vero – dice sorridendo -, e poi Sara nel film è il classico avvocato, molto determinato: una figura in apparenza rigida e professionale, dietro la quale si celano le naturali fragilità umane. Devo sostenere Elena per ottenere al più presto il divorzio, di nascosto dal nuovo futuro marito. E la cosa interessante è che impegnandomi per lei, ritrovo parti di me che avevo dimenticato».

Si riferisce all’amore?

«Anche, ma non solo. Spesso lasciamo indietro non solo pezzi fondamentali del nostro essere, e ci dimentichiamo uno sguardo genuino sull’amore, più “sgangherato”, innocente e bambino. A costo di sembrare incoscienti, ci rendiamo conto di aver messo da parte un modo di sentire, di essere, perfino di sorridere. Ce li eravamo proprio scordati, per far posto alla carriera, essere performanti. E tutto ciò per le convenzioni della società, per l’apparire, per mettere d’accordo il mondo ed essere guardati in un certo modo. A volte invece l’amore può sconvolgere tutto. Può sembrare banale, ma non è così. Attraverso la scoperta di questa crepa, vien fuori qualcosa che non ci si sarebbe mai aspettati da un personaggio come quello di Sara. Il film è una commedia divertente, ma ciò che trovo interessante è che personaggi come questi ti insegnino a riscoprire i sentimenti. Ad avere la possibilità di sorprenderti di te stessa, di non giudicarti in relazione a qualcosa che potrebbe sembrarti sbagliata o inadeguata».

foto di Benedetta Ristori insieme a quella di copertina

In fondo, la commedia all’italiana di cui siamo maestri, ce lo ha insegnato spesso.

«Proprio così. Anzi, il genere della commedia – e ne ho fatte tante – può mostrare tanti aspetti di noi: l’arte, in generale, ci ricorda come siamo fatti, e questo è uno dei grandi poteri del cinema. A volte abbiamo questa corazza talmente stringente, un abito che vestiamo da anni che ci fa dimenticare certe cose, ci impedisce di “sentire” davvero».

Com’è stato lavorare a Las Vegas, città simbolo che il cinema industriale ha spesso ridotto a icona e luogo comune?

«È la prima volta che giravo un film lì, ma c’è un altro cortocircuito divertente: io mi sono sposata a Las Vegas! Quindi la conoscevo bene, c’ero già andata spesso. La cosa curiosa è che ho sempre pensato che sarebbe stato bello girare un film qui. Lo pensavo più come un sogno, ma a volte si realizzano. Che cosa strana è la vita. E poi mi è piaciuto lo sguardo attento che il regista Umberto Carteni ha avuto per gli attori, in ogni più piccolo dettaglio».

E il clima sul set?

«È stato emozionante girare con una troupe americana. Las Vegas à la città folle, del peccato, dove tutto può accadere. Ma è anche un luogo simbolico dell’inconscio, fatto di bisogni, misteri e necessità. Con Andrea Delogu è nata un’amicizia meravigliosa: è stata una vera scoperta, umana e affettiva. Per lei è stato un esordio al cinema, ma è molto brava, intonata, ha voglia di fare, ha una grande passione. Sono sicura che farà ancora tantissima strada. Ed è una bella persona, l’ho avvertito dal nostro primo incontro: ho avuto la sensazione che saremmo state complici anche al di fuori del set. E così è stato. Donna intelligente, ironica, dalle grandi qualità umane e artistiche. Era molto divertita, anche per le mie cadute: una volta ho rovinato a terra travolgendo un albero di Natale, un’altra appena uscita da un taxi. Una sera siamo andati a vedere uno spettacolo di David Copperfield, il grande illusionista: ricordo che Copperfield mi ha dato il «cinque» più di una volta e Andrea era lì che mi diceva “Dai, che adesso ti chiama sul palco!”. Ci mancava solo quello!».

Con Andrea Delogu

Qualche altro aneddoto divertente sul set?

«Tanti. Un giorno ci siamo ritrovati a girare di mattina presto nel deserto, in un’automobile scoperta e faceva freddissimo. Era dicembre 2019, immaginavo che la temperatura fosse molto bassa, ma non pensavo fino a quel punto. Con dei vestitini estivi addosso, ci avevano dato delle bottigliette di acqua bollente, come fossero borse dell’acqua calda. Il clima tra noi era sempre però molto carino: quel “calore” ci ha tenuti insieme e riscaldato. A Las Vegas avevo avuto diverse esperienze particolari, come la visione di un incontro di boxe al Caesars Palace, ma con questo gruppo di lavoro abbiamo fatto cose anche molto semplici e divertenti: come una scorpacciata di granchi in delle buste di plastica, o la visione di uno spettacolo di striptease molto seducente. Ho visto un altro lato di Las Vegas, vissuto con compagni di viaggio davvero empatici».

Lei ha studiato molto psicologia negli ultimi anni. Quanto l’ha aiutata nel suo lavoro?

«Tanto, perché oggi ho uno sguardo diverso nella professione, più rilassato e maturo. Mi piacerebbe molto riprendere a fare teatro, anche se questo è il settore che sta soffrendo di più, al momento, a causa della pandemia. La psicologia è una passione: sono diventata counselor, ho insegnato teatro ai ragazzi e agli adolescenti, e mi sono resa conto che lì il terreno era delicatissimo, avrei potuto far danni. A volte nelle scuole di recitazione c’è una strana tendenza: per ottenere un risultato devi portare un giovane a raggiungere un livello performante alto (come l’espressione di un sentimento forte, per esempio), e l’insegnante si sente in dovere di spingerlo oltre. A toccare parti di sé particolari. Ma se ci sono fragilità che hanno a che fare col proprio passato, possono poi nascere dei problemi. Ecco perché l’arte-terapia mi affascina molto».

E il periodo degli spot pubblicitari come lo ricorda?

«Meraviglioso. È stata una fonte di mantenimento in quegli anni, ed ho lavorato con tanti registi importanti. Era un’epoca in cui amavo molto il mascheramento: mi chiamavano per fare il ruolo della mora, e per me non era un problema, essendo provvista di numerose parrucche! Avevo imparato a ricoprire diversi ruoli e ad avere una fiducia estrema nel poter interpretare chiunque».

Cosa le piacerebbe ancora realizzare?

«Mi piace molto scrivere, sento forte il bisogno di raccontare il mio mondo. Essere attrice è un modo per conoscere meglio me stessa, e in tutti i film vedo questa opportunità. Ma è fondamentale il modo in cui viene scritto un personaggio, in cui gli si dà dignità e «corpo». Vorrei dedicarmi anche a questo».

Con una famiglia che l’ha fatta crescere nel mondo artistico, non ha mai realizzato qualche opera?

«I miei quadri sono ancora bianchi, ma – chissà – sento che un giorno inizierò anch’io a dipingere».

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