Pino, il film d’arte sul genio creativo di Pino Pascali evoca ed osa. «Chi lascia traccia lascia una ferita»

by Nicola Signorile

Un ritorno al mare, alle origini, alla terra, spogliato di ogni retorica e formalità. Pino di Walter Fasano è un documentario capace di cogliere l’essenza della vita intensa, tumultuosa di uno degli artisti più originali del Novecento italiano, stroncato nell’estate 1968 da un incidente in moto in un sottopassaggio della Capitale.

“Chi lascia traccia lascia una ferita”, Pino Pascali è stato protagonista di una stagione artistica irripetibile, una temperie culturale alla quale il suo estro si è abbeverato, ricambiando con pensieri e opere che hanno a loro volta ispirato generazioni di artisti. Scultore, scenografo, performer, creativo, pubblicitario, tutto in 32, fulminei, anni. Il progetto ha origine nel 2018, nell’ambito del progetto #Pascali2018,nel 50° anniversario dalla scomparsa dell’artista, in occasione dell’acquisizione da parte della Fondazione Pascali di Polignano a Mare, terra d’origine dell’artista, dell’opera “Cinque bachi da setola e un bozzolo(1968), acquistata dal gallerista e sodale Fabio Sargentini.

È l’occasione di ripercorrere le sue tracce. Di riportare tutto a casa, parafrasando il folgorante esordio romanzesco di un altro barese di talento, Nicola Lagioia. Che sarebbe piaciuto sicuramente a Pino, lettore vorace, osservatore, amante del cinema, del jazz e delle arti performative, tutte discipline che frequenterà episodicamente, ma che soprattutto saranno fonti di ispirazione, “spunti progettuali”, come lo erano schizzi, appunti e fotografie alla base del film di Fasano, montatore per Dario Argento, Park Chan-Wook e di molti film di Luca Guadagnino (come sceneggiatore ha vinto con Guadagnino e James Ivory il David di Donatello per Chiamami col tuo nome, per cui è stato premiato anche con il Nastro d’Argento per il montaggio). Un’opera di montaggio, quindi, composta di musica, immagini, voci e suoni che si nutre dell’arte di Pascali, rendendola protagonista in modo non convenzionale, facendone il paradigma di un ritorno alle radici postumo e originale. Non ci troviamo di fronte al canonico biopic con teste parlanti di critici d’arte e testimonianze a scandire cronologicamente la parabola umana e artistica di Pino.

Il tratto interessante del lavoro, prodotto da Passo Uno per Regione Puglia, Fondazione Pino Pascali e Apulia Film Commission e candidato ai Nastri d’Argento e David di Donatello, è proprio il coraggio di tentare una strada altra, il tentativo di allargare gli orizzonti della narrazione.

Pino osa, evoca, suggerisce, stimola costruzioni di senso a partire dalle immagini fotografiche in bianco e nero di Pino Musi e dello stesso Pascali (affiancate agli scatti di Claudio Abate, Elisabetta Catalano, Ugo Mulas). Musi documenta il trasporto di “Cinque Bachi da Setola e un Bozzolo”, l’apertura delle casse, l’installazione dell’opera, la storia di un ritorno alle radici di uno dei vertici dell’arte pascaliana. “La mia casa ce l’ho solo là, ed a casa io voglio tornare” recita Itaca di Lucio Dalla che sui titoli di coda celebra il mito di un’odissea migratoria, senza intenti di riappropriazione localistica.

Il genio di Pascali, il genio tout court, appartiene a ogni luogo e ad ogni tempo. Ecco che tempo e spazio si flettono, si sovrappongono, si cancellano in una dimensione narrativa libera che si muove, fascinosamente, per frammenti, spunti, nuance, suggestioni. Interrogativi filosofici e citazioni inframmezzano le pennellate biografiche in un gioco di rimandi estetici e di senso che conquista l’occhio e parla agli intelletti curiosi.

Beninteso, di film d’arte trattasi, che guarda alla Nouvelle Vague, ad “Arthur Rimbaud, Chris Marker ed Alain Resnais, numi tutelari che ci hanno ricordato come l’esplorazione creativa sia aperta a infinite possibilità di direzione e bellezza”, si legge nelle note di regia. Le tre voci narranti della cantautrice Suzanne Vega e delle attrici Alma Jodorowsky e Monica Guerritore (con incursione di Michele Riondino), ognuna nella propria lingua – inglese, francese e italiano –  insieme alle musiche originali di Nathalie Tanner, accompagnano lo spettatore in un percorso di conoscenza non banale, ispirante e per nulla didascalico, che, rielaborando testi critici e poetici, mantiene un’aura di mistero su una figura che meritava questo sforzo libertario.

C’è la terra arsa dal sole, i profumi dimenticati che lasciano riaffiorare i ricordi dei pomeriggi d’infanzia, “i giochi dei bambini che sognano mondi lontani”. Ma Pino azzera tutto, reinterpreta la natura in chiave primordiale, la cultura mediterranea e il mito agricolo si fondono con l’elemento industriale; ci sono gli elementi basici, la luce, la roccia, il mare, vicino al quale Pino cerca sempre le sue idee.

Riaffiora la lezione di Toti Scialoja negli anni degli inizi come aiuto scenografo in alcune produzioni RAI e come scenografo e grafico per la pubblicità televisiva. Il vulcanico estro è dedito alla metamorfosi, alla mutazione, alla reinvenzione, “l’arte è un sistema per cambiare”, è una delle sue massime. Studi artistici in officine, materiali inediti, industriali e di recupero, trasfigurati in nuovi oggetti, armi che diventano giochi infanzia. Dona nuova funzionalità agli oggetti, sega incolla salda, si brucia, si ferisce, in una “frenesia del fare” che lo rende irripetibile, pur condividendo percorsi con i compagni di viaggio di una stagione rivoluzionaria come Kounellis, Mattiacci, Sargentini con i quali, nel 1968, prenderà parte alle sperimentazioni dei film-opera SKMP2 di Luca Maria Patella e Libro di Santi di Roma Eterna di Alfredo Leonardi.

Una rigenerazione materica che è anche semantica, allargando lo sguardo al Living Theatre, alle dialettiche impreviste tra artista e pubblico, alla pop art dei Warhol e Lichtenstein. Nel 1968, la protesta studentesca contro la mercificazione dell’arte rappresentata dalla Biennale, mostra un altro lato di Pino Pascali. “Sembra essere l’unico a voler incontrare gli studenti, ad ingaggia un dialogo con loro”, rivelando un’indipendenza di pensiero inedita tra gli altri artisti, molti dei quali coprirono o girarono verso le pareti le loro tele.

Da amante della provocazione e del paradosso, da sempre nemiche giurate della istituzionalizzazione di pratiche artistiche, è vicino alle istanze giovanili, ma al contempo ne condanna la violenza usata per far avanzare problemi morali: “è una sconfitta – dice in assemblea, seduto in mezzo ai ragazzi – abbiamo perduto la libertà di esporre quando e dove ci pare”. Della rivolta agli schemi precostituiti Pino ne ha fatto una ragione esistenziale e artistica, una luce pulsante che di tanto in tanto si spegneva – come quando nel 1964 distrusse quasi tutte le sue opere, ritenendole superate dai tempi – rendendolo insicuro, ossessivo. “Morirò giovane”, diceva spesso. Purtroppo il destino gli ha dato ragione.

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