“Fare è una parola magica, se uno fa tutto accade”. Il genio di Jago e il nuovo rinascimento che parte dal Rione Sanità

by Michela Conoscitore

L’arte non è un qualcosa solo per chi ha la testa fra le nuvole”, parola di Jago: lo scultore che in questi anni ha sempre più fatto parlare di sé e delle sue opere, è sicuramente un’artista che sfugge a qualsiasi tipo di schema, anche a quelli propriamente artistici. Il social artist, come è stato ribattezzato, per la sua presenza costante sui social network dove posta disegni e video che narrano la nascita delle sue opere, si è reso protagonista di una vera e propria riscoperta della scultura in Italia, attirando a quest’arte un pubblico mainstream.

Originario di Frosinone, oggi un cittadino del mondo, Jago ha chiacchierato con bonculture dalla chiesa di Sant’Aspreno ai Crociferi nel Rione Sanità, il cuore di Napoli. Quella chiesa, divenuta il suo studio, sta assistendo alla nascita della nuova opera di Jago che, oltre a creare innovative e rivoluzionarie sculture in marmo, ha anche una visione ben chiara dell’artista contemporaneo: “Un entrepreneur del futuro, e allo stesso tempo un grande professionista dell’arte cosciente di star contribuendo, attraverso le proprie opere, a costruire il vocabolario delle emozioni di tutta la collettività”.

Jago, quando è cominciata la tua passione per la scultura?

La risposta è: dipende da cosa si intende per scultura. Dato che per me la scultura è tradurre un pensiero in forma, attraverso l’utilizzo delle proprie mani, forse ho iniziato a farlo già da piccolo, magari inconsciamente. Possedevo una predisposizione naturale al fare, e dico che ho iniziato da bambino perché se oggi faccio quello che faccio dipende dall’aver conservato una caratteristica tipica dei piccoli, ovvero la curiosità. In realtà, forse, non sono mai cresciuto.

Perché hai scelto di esprimerti proprio attraverso la scultura?

Da bambino mi hanno presentato la scultura come una disciplina gigantesca, enorme dal punto di vista qualitativo, e difficile. Attraverso la quale, però, avrei dimostrato a me stesso di avere delle doti perché mi era stato raccontato che chi aveva scelto quel mestiere, produceva delle opere extra-ordinarie. Mi ci sono identificato, e comunque mettendo da parte quel genuino senso di emulazione ti dedichi alla costruzione di te stesso, pensi a voler diventare te stesso e in più hai capito qual è la direzione da seguire. Non mi sono mai posto la domanda del perché ho scelto la scultura, ho semplicemente fatto. Fare è una parola magica, se uno fa tutto accade.

Quali, tra gli scultori del passato, ti ha influenzato di più?

Sicuramente Michelangelo, perché lui è conservato nella mia memoria più antica e per me è importante. Ma anche Bernini, Canova, tutti quelli che hanno segnato la bellezza e hanno costruito un punto di riferimento estetico, dal quale tuttora noi ci muoviamo. I canoni estetici che abbiamo oggi ci sono stati dati da queste personalità, noi adesso stiamo parlando di scultura ma vale anche per l’architettura e la pittura, i grandi personaggi illuminati, i maestri che possedevano anche loro un passato e da cui sono rinati, ecco perché quel periodo è stato denominato Rinascimento. Sono stati loro i miei punti di riferimento, e penso che anche oggi ci sia bisogno di un nuovo Rinascimento: c’è bisogno di persone consapevoli di avere queste qualità, e che mettono queste qualità al servizio di una bellezza rivolta a tutta la collettività.

Oltre che scultore sei anche un grande comunicatore: qual è il tuo rapporto con i social e perché li utilizzi per la tua arte?

I social sono un mezzo straordinario della nostra contemporaneità, e sarebbe stato estremamente stupido non utilizzarli. Probabilmente sto ignorando la nascita di tanti nuovi metodi di comunicazione, oppure ne stiamo addirittura inventando delle nuove modalità. In tempi non sospetti iniziai ad utilizzare i social network perché mi sembrava stimolante poter condividere con una platea, che non era quella dei circuiti nei quali io non potevo entrare, ma che fosse interessata a quello che creavo, nella misura in cui era interessata a tante altre cose. Quindi perché non inserire anche contenuti d’arte su Facebook? Quando una persona condivide qualcosa, condivide sé stesso e se devo scegliere di parlare di me stesso e utilizzare quel mezzo, decido di condividere la mia arte. La frequentazione dei social mi ha anche messo nelle condizioni di pormi delle domande riguardo la comunicazione, quindi imparare a creare un’immagine dell’opera, sapersi rivolgere alle persone, e credo che la mia stessa opera artistica sia migliorata rispetto a questo. Ho compreso che l’artista doveva tornare ad essere un imprenditore, perché i social ti danno la possibilità di aggirare un meccanismo consacrato quanto perverso di un sistema che mette l’abilità dell’artista in mano ad altre persone, che chiaramente se ne occupano e possono specularci. Ho superato questa cosa, ottenendo un beneficio che appartiene solo a me e alle persone che mi affiancano. Soprattutto ho la libertà di decidere l’immagine della mia opera, posso anche decidere di non creare.

Hai vissuto e tuttora vivi in varie città, ne cito alcune: Frosinone che è quella d’origine, poi New York e Napoli. Qual è il rapporto che intrattieni con questi luoghi, nello specifico con Napoli che ha accolto una delle tue opere più celebri, Il Figlio Velato?

Quello che ho capito è che se esiste un genio, quello è il luogo. L’ho compreso sulla mia pelle viaggiando molto, questo sempre per motivi lavorativi poiché ero sempre alla ricerca di opportunità, e quindi sono stato costretto a spostarmi. Ho capito che se vivi in un posto diventi quel posto, dal linguaggio al modo di essere, quindi ti condiziona moltissimo. Per esempio, a New York ho appreso moltissime nozioni riguardanti il business, a livello artistico ho riconosciuto che si è verificato un calo come se avessi quasi cambiato linguaggio. Il Figlio Velato è nato a New York ma l’ho progettato in Italia: ho portato lì un pensiero che era già consolidato, perché in Italia ho vissuto quelle emozioni e condizionato dal contesto ho concepito questa opera. Questo per arrivare a Napoli, adesso ti sto parlando dal mio studio che è una chiesa incredibile in via Vergini nel rione Sanità, un’operazione magnifica che ha coinvolto la Fondazione San Gennaro e Padre Antonio Loffredo e tanti altri, un circuito incredibile di persone che accompagnano e fanno parte della creazione stessa. Sono felicissimo di poter stare a Napoli, una città che è un moltiplicatore di opportunità, un luogo aperto e sincero forse come nessun altro sa esserlo. Talmente sincero che è tutto alla luce del sole, Napoli è tanto sincera quanto bella. Se fai l’artista, sei ambizioso e vieni a Napoli non puoi far altro che competerci con quella bellezza. Qualsiasi artista che viene qui sarà ‘costretto’ a fare cose belle, e questo fa bene all’arte in genere. Questo è quello che io sto prendendo da Napoli, in particolar modo da La Sanità, a mio avviso un quartiere che diventerà il centro dell’arte contemporanea europea, e nell’arco di dieci anni milioni persone verranno a visitarla, e non si riuscirà a camminare per strada. Non è soltanto una previsione, ma un mio impegno personale.

C’è un’opera tra quelle create che per te è più importante rispetto alle altre, e che magari ha anche dato una svolta alla tua carriera?

Non c’è un’opera più importante perché anche la più brutta e squallida che ho fatto è servita, è stata necessaria. Tutto quello che si fa partecipa, mi ha condotto a Il Figlio Velato. Però, un’opera che ha segnato una fase del mio percorso, o meglio un salto, è stato il busto di Benedetto XVI (Habemus Hominem, ndr.), quella scultura possiede una storia, è la storia che sta dietro le cose e che da loro valore, non solo a esse stesse ma anche a chi le ha realizzate. Se mi fermo a pensare al motivo per cui la reputo importante è proprio per la storia che ho raccontato, ecco potrebbe essere un suggerimento per chi leggerà l’intervista: se con un’opera si racconta una storia, è meglio. Perché se ci creano delle cose che vanno ad occupare solo uno spazio fisico, fini a sé stesse, non servono a nessuno.

Adesso sei al lavoro sulla tua nuova scultura, La Pietà: puoi raccontarcela?

In questo momento sono proprio a pochi passi da La Pietà, sto terminando il modello in gesso che poi mi servirà per passare al marmo. Al posto della solita figura femminile, c’è una figura maschile. Non sto proponendo un’immagine sacra, le persone però saranno libere di vedere sacralità nell’opera. Io ce la vedo, ma non è quello l’intento. Posso dire che è un’opera che affronta l’amore paterno, un aspetto che è sempre andato in secondo piano perché è sempre la madre ad essere centrale. Oggi forse è il caso di mettere l’accento sul fatto che anche l’uomo può soffrire per la perdita di un figlio, può essere portatore d’amore, non è soltanto uno stupratore violento, quello è un aspetto che si è manifestato e la figura maschile viene sempre celebrata in quel modo. Esistono esempi di quel tipo, ma esistono anche esempi di amore paterno e generosità; si può essere genitori, ma non tutti sono padri o madri, anche un uomo o una donna che non possono avere figli potrebbero essere dei genitori. E questo va detto.

JAGO

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