Le gesta ed i paradossi dei linguaggi dell’arte dalle pitture parietali al graffitismo

by Filippo Mucciarone

Le gesta che dal graffitismo basico e metropolitano della N.Y. anni ’80 del secolo scorso abbracciano in “ritrosia” cosmologica il primitivismo segnico ancestrale di antichissima testimonianza (circa 15000 a.c.), ci tramandano attraverso la comunione intellettiva, una gamma vasta dell’arte insita un sillogismo di ampia portata. Soprattutto al volgere delle fatue evanescenze logiche ed illogiche che lo “smacco” a una certa resistenza mentale (intesa non già come “redde rationem”) in ambito resiliente, non hanno portato o appurato bene in se tale fatto come virtù. Come cosa da intendersi (o meno) imprescindibile sull’usufrutto iper socialdemocratico dell’iperbole del progresso dalla sempre più tracotante ed “incontrollabile” complessità, in rapporto alla stessa sua Avanguardia della tecnica, che continuamente aggiorna mentre rimuove.

La matericità del segno e l’impiego sostanziale del colore, altro non realizzano di per se, “nell’alveo molecolare” in cui l’artista metropolitano interagisce attraverso l’irruenza del gesto o delle pose immortalanti (tra mente e corpo, pensiero e azione, fisicità ed astrazione posturale “biodinamica”), che l’urgenza di una mancanza o di una richiesta.

Tale rivalutazione del vissuto d’una ragion d’essere che si riversa in stilemi espressivi diversificati, riflettono in egual misura in maniera incidente una platea parallela interconnessa “allusivamente” in modo mediatico, e solo apparentemente dunque sopita sotto le mentite spoglie della “doppia pelle” dell’arte. Che così enfatizza mentre si scandisce, travisa mentre mostra ed afferma, ed esorcizza mentre invece nell’agone di un battito di ciglia, asserisce in “arringa” il proprio accumulo espressivo ed informale, tramutabile e desumibile a sua volta altresì tanto dal cablaggio affettivo dal feticcio, che per altra parte, dall’arte post medievale, nella narrazione visiva di un versetto o di un avvenimento religioso.

Paul Gauguin, Da dove veniamo, chi siamo, dove andiamo

Pensiamo ad esempio alle tante gesta vituperanti e alle pose allegoriche di derivazione anche fumettistica dei personaggi stilizzanti ed interattivi di matrice primitiva di J.M. Basquiat, come summa contemporanea di comparazione antropomorfa e antropologica, che può renderci meno drastico quel “salto di specie” sugli aloni di una società (in questo caso per larga parte da intendersi americana), scalpitante ed “espiante” sul riflettere su se medesima i riflettori, in una sorta di poiesi, ad essa in egual distanza e intergenerazionale, da cui poter far evincere comportamenti o modalità di linguaggio (o idioletto) surreali e parossistici.

La serie animata Tv dei cartoon The Simpson, decollata proprio a fine anni ’80 e poi debordante a livello planetario agli inizi degli anni ’90, ha del resto affermato e declamato in maniera tutt’altro che aleatoria, in merito, il proprio punto di vista della realtà (perciò consapevolmente soverchiata), sovente con espedienti scenografici ed autoriali al varco, per l’establishment televisivamente corretto, di cospirazione di vario genere ed entità.

Ancora in tale ambito di rimozione d’affastellamenti di varia natura, ugualmente, riesce difficile annettere i fervori che l’espressionismo astratto delinea in favore di Cy Twombly o Franz Kline, senza soppesar in egual nesso il tramite che da Picasso attraverso Les Demoiselles d’Avignon viene sviscerato anche da Jean Dubuffet, e dai suoi personaggi -grafemi dalle facce strutturate secondo canoni che dall’arte più comunemente detta di strada, portano alle materiche costellazioni cromatiche del drippin e dell’action painting di Pollock.

Allo stesso modo, alla stregua di una poetica anticipatrice anche qui tutt’altro che “precotta” della street art attuale odierna, si pensi a certe sagome in figure lignee di Giuseppe Penone, esponente di spicco dell’arte povera italiana.

Come, allo scorporo meno che “scontato” (e vicendevole si potrebbe dire) che la pubblicità andava “oltraggiando” ossessivamente (in senso lato) attraverso la resa del connubio (evolutivo) tra immagine e fruizione in modalità pragmatica (tecnico funzionale) accorpante, su derivazioni della pop art, piuttosto che per quanto s’attenne a cinema fumetti o tv. In un dipanarsi “onirico” sempre più oltranzista, la rèclame dimentica imperturbabile il “bagno d’umiltà” sulle vicende omesse il disinnesco del dispositivo appiattimento mentale.

Un fenomeno questo che a maggior ragione in tal caso il paradosso del linguaggio artistico sembra far suo nella sua esibizione osservata ed osservante, trovandone il suo fattore apicale proprio nella New York anni ’80 della Borsa, della moda e del costume. Parimenti se vogliamo, per come (in certi versi) quasi “lo fu” il tabù da esacrare circa la vicenda relativa del nudo alla prima Esposizione internazionale di arti decorative e industriali moderne di Parigi nel 1925.

L’arte di strada allora è nuda. Micheal Basquiat porta alla “Transavanguardia” come concetto “anno zero” in arte fondendo in modo unilaterale sia il graffito che il feticcio, sia il fumetto che la pittura rupestre parietale. Le gesta tanto incalcolabili tra le mise en abyme dalle pose conturbanti ed “ironiche” delle icone famose dello sport della musica e del jazz come dei personaggi comuni della strada, ma resi ironici negli accadimenti “pirandici” della tecnica mista “polimaterica” (come sin dagli albori al riparo del frastuono della grande mela). In allitterazione dell’elemento basico del colore e del disegno appunto, tra anagrammi e campiture “anamorfiche” sfavillanti in pitturazione, giungono ad “esacerbare” ulteriormente quella congregazione di segni e messaggi dai linguaggi diversi sotto l’effige della propria arte. Il proprio copyright Samo, ancora una volta come allitterazione antica e contemporanea.

Tra poesia visiva calligrafica (in ragion d’essere anche della semplice attività Scrittoria), il Letterismo di Isidore Isou e poetica avanguardistica come lo fu propriamente quella della Poesia Concreta nata in Brasile a metà del ‘900. Tra autoreferenzialità dissacranti, a partire dalle sue origini Haitiane e Panafricane, giungiamo come detto al Feticcio, tra alchimia ed ermetismo, tra citazionismo di varia natura e rimandi storiografici in sussistenza di affinità appunto storica pregressa. Allor quando il messaggio artistico attua indirettamente rimandi a tematiche o problematiche analizzate da artisti di epoche e contesti differenti, in maniera tale da attingere dal significato più ampio o lontano del genio, fomenti e fermenti invece circostanti e di più che attuale di prossimità.

Lo furono in estrinsecazione di “metafora” pertanto tanto i baffetti applicati sulla Gioconda (di Leonardo Da Vinci) da Duchamp pro ready made, che il ritratto “trasfigurato” per la medesima Opera, dipinto dallo stesso Basquiat. Ma anche qui, la translitterazione di senso, imposta erga omnes dalla pittura (vedi ad esempio anche i ritratti di G.Arcimboldo tutt’altro che etichettabili come rinascimentali pur operante in tale momento storico), agisce ed impone una destinazione e quasi un metodo sociale differente di comprensione tanto che di “asservente” osservazione.

Hieronymus Bosch, La nave dei folli

Tanto che, se considerare le gesta artistiche tra “sacro e profano” di Francesco Hayez (dalle particolari affinità stilistiche equiparate a Tintoretto), può farlo intendere come efficace trade union tra Rinascimento e Risorgimento (sua epoca storica quest’ultima d’appartenenza); ancora in tale ambito esperienziale di ribalta affettiva e di propagante omogeneità come tra il fantastico tratteggiato da luci ed ombre nel tardissimo “Medioevo” (inteso come intriso di afferente caratteristica propria quella ad una predisposizione alchemica ed allucinatoria delle trame narrate ed allusive nelle gesta e vicende rappresentate), come non annoverare di diritto altri due mostri sacri dell’arte di egual refrattario periodo, come Brueghel il Vecchio che Hieronymus Bosch (soprattutto per la loro capacità e contigua “disfunzione” che sanno far intercorrere tra i repentini cambiamenti dei registri espressivi di comico e tragico rappresentati).

Brueghel il Vecchio, La parabola dei ciechi

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