Sergio Rubini ha tirato fuori la voce alla Pietà Michelangelo

by Valeria Nanni

Sergio Rubini ha tirato fuori la voce alla Pietà Michelangelo. Così La sera di venerdì 14 giugno nella cattedrale Santa Maria del Fiore di Firenze ha potuto riecheggiare quel dramma vita-morte tanto caro all’artista Maestro del Rinascimento italiano, non solo fiorentino. Le parole di “Pietà. La notte di Michelangelo” sono state scelte da Riccardo Bigi, giornalista redattore di Toscana Oggi, che ha fornito un’ampia meditazione e rilettura di tutto il percorso artistico di Michelangelo. L’evento è stato organizzato per salutare il Cardinale Giuseppe Betori, vescovo di Firenze per 16 anni e che lunedì 24 giugno, per la festa del patrono San Giovanni Battista, potrà presiedere l’ordinazione episcopale del suo successore, Don Gherardo Gambelli.

Per comprendere Firenze non basta una banale foto, bisogna arrivare alla sua anima. “Non siamo ancora riusciti a individuare una modalità con cui presentare l’anima di Firenze – ha detto l’arcivescovo Betori all’incontro con i giornalisti – e non solo il volto esteriore, che si riduce a selfie, a palazzi da ammirare, a dipinti da contemplare: ma l’anima di tutto questo. Quando andiamo al dunque, ciascun dipinto ha una funzione, una missione, un contenuto”. Aveva detto questo riferendosi al tema dei milioni di turisti che ogni anno arrivano in città, per lui non vanno fermati anzi va favorito tra loro e Firenze un incontro con l’anima cittadina, tutta da riscoprire e tutelare.

Dunque tirare furori l’anima, ma è rischioso; perché le critiche feriscono. È inconveniente; perché si resta senza finzione per mostrare il vero. È laborioso; un’azione contro pigrizie e comodità. A tirare fuori l’anima ci vuole coraggio e anche forse sfacciataggine, ma certamente ci vuole volontà ferma. Ed è allora che viene in aiuto Michelangelo Buonarroti. Per lui scolpire era davvero tirare fuori la forma dell’anima rischiando di ferire il marmo. I colpi di scalpello e martello facevano scintille al suo uso. Lui non voleva essere visto in quell’atto creativo che percepiva come svelare, snudare la sua creatura e sé stesso, in bilico tra mostrare o non quel tormento che lo attanagliava. Lavorava bene solo sotto ispirazione, non si staccava dalla sua creazione finché non la terminava, incurante del sangue che inevitabilmente ricopriva le sue mani stanche. Mangiava poco e dormiva cinque ore per notte, impegnato a svelare l’anima.

Una ricerca minuziosa, quella scritta da Riccardo Bigi, frutto di un lungo lavoro che ha preso poi forma di poesia, di racconto sentimentale verso una vita artistica tutt’altro che semplice. Michelangelo si fa presto ad apprezzarlo ma ci vuole il tempo di una vita per capirlo. L’interpretazione di Sergio Rubini ha servito un pubblico esigente che ad ogni frase, ha taciuto; nessun mormorio da parte di esso. Per un’ora intera di solo recitato del grande ed apprezzato attore e regista italiano. La sua voce pacata e al tempo stesso calda ha svelato il gruppo statuario che Michelangelo scolpì a quasi 80 anni, pensandolo come apice per la sua tomba. Tutti gli immensi pilastri della cattedrale fiorentina sembravano sorreggere il riverbero della storia che partiva dal medioevo, seguiva nel rinascimento e si univa al momento presente, in un sapore di eternità laica e religiosa al tempo stesso.

Abbiamo voluto chiedere all’attore nativo della provincia di Bari, come si sia sentito a immergersi nella vita e nel pensiero di Michelangelo   
“L’opera d’arte conservata al Museo dell’Opera del Duomo di Firenze detta Pietà Bandini è stata per me una scoperta. Non sapevo che avesse avuto una genesi così tormentata da parte dell’artista. Questa serata è stata per me un’occasione di approfondimento oltre che un bellissimo momento” momento recitativo ed interpretativo. Ha recitato con onore nella zona presbiteriale, appena fuori dal recinto del coro cinquecentesco, come se fosse sul palcoscenico del teatro. E il pubblico fiorentino, esigente per natura, amante e nostalgico del concittadino Michelangelo, ha apprezzato il lunghissimo monologo con un lungo applauso.

Questa particolare Pietà è la seconda in ordine di tempo di quelle realizzate con certezza da Michelangelo Buonarroti. La dicotomia vita-morte ha da sempre interessato l’artista, che ne fece perno centrale di meditazione travagliata. Scolpire la pietra è un atto primitivo. Libera gli istinti dal profondo di sé stessi. Ma stavolta questo marmo era davvero duro, difficile tirare la forma da esso, come più difficile è la vita man mano che ci si avvicina all’età senile. Stavolta la materia non proveniva dalle cave di fiducia dell’artista ma da Seravezza. Dunque la scultura si presentava come sfida forse con la vita così complicata, quando si è vissuto già tanto, o forse con la morte man mano che ci si avvicina ad essa per natura.

La Pietà Bandini, capolavoro non finito ed imperfetto, comprende quattro figure, vediamo non soltanto Maria che sorregge il corpo morto del figlio. C’è la Maddalena a sinistra e in alto compare Nicodemo, figura maschile, momento chiave interpretativo. È lui a sorreggere Maria e Gesù, e in lui Michelangelo si identifica cavando il suo stesso ritratto come volto di questo membro del Sinedrio, che incappucciato e di nascosto seguiva gli insegnamenti di Gesù quando era in vita. Adesso Michelangelo non cercava la perfezione come quando da giovane ha scolpito la Pietà vaticana, ma la verità. Cavare la verità, ecco tutto l’obiettivo ambito dall’artista, ingarbugliato in una domanda “Come può nascere un uomo quando è vecchio?”. Si profila una storia di salvezza dal basso verso l’alto, come la forma piramidale che l’artista dà alla sua scultura.

E in alto c’è Nicodemo, colui che per imbalsamare la salma di Gesù portò mirra e aloe per un peso di 30 kg, una quantità decisamente sproporzionata, come la sua ammirazione verso Colui che considerava Maestro. A Nicodemo sarà attribuito anche un vangelo apocrifo, egli simboleggia l’antica sapienza ebraica. Michelangelo si dimostra ancora una volta un grande intellettuale, cerca di liberare l’idea dalla materia, concetto neoplatonico attorno al quale si era formato insieme a Leonardo da Vinci, Sandro Botticelli, insieme a Lorenzo il Magnifico e a quella cerchia di intellettuali artisti che hanno creato il mito della Firenze nell’età dell’oro che ancora oggi persiste.

Quel tormento che tanto ha coinvolto Sergio Rubini nell’interpretazione michelangiolesca è nutrito dalla tensione tra spirito e materia, anima e carne. Per affrontare l’anima dell’uomo bisogna affrontare i corpi. Poi la salvezza è un dono che non chiede niente in cambio.

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