Cambiare l’acqua ai fiori: un plagio che è anche un grande esercizio di scrittura

by Mariella Di Monte

Non esistono scrittori che non siano anche voraci lettori, o che non lo siano stati per lunghe stagioni della loro vita. Tutto ciò premesso, solitamente chi scrive è anche un ipercritico censore. Lo è perché riconosce i diversi piani della scrittura, i trucchi usati per tenere il lettore incollato alle pagine, i complessi meccanismi della “storyline” del “main plot” e dei “subplot” che i bravi romanzieri sanno come ordire per tessere una trama avvincente e non banale.

Quando poi si tratta di analizzare un best seller, un caso letterario mondiale, chi scrive è inevitabilmente portato a cercarvi il “quid pluris”, quello o quegli elementi che ne hanno decretato il successo.

Tutto ciò premesso, ho avuto tra le mani “Cambiare l’acqua ai fiori” di Valérie Perrin in tempi non sospetti, quando ancora non era sulla bocca di tutti, grazie ad un’amica che per i libri ha la vista lunga, e ne sono stata attratta per via della nazionalità dell’autrice e del suo essere la compagna di Claude Lelouch.

Mio padre ci teneva a che noi figli imparassimo almeno una lingua straniera, preferibilmente l’inglese, ma alle medie io fui inserita nella sezione di francese e mi innamorai di quella lingua dalla pronuncia rotonda e leziosa, della Francia e della sua cultura.

Perciò il personaggio di Violette Toussaint, che nel cognome acquisito per matrimonio – in italiano traducibile con Ognissanti – porta scritto il suo destino, mi ha incuriosito sin dalle prime pagine, insieme alla narrazione in prima persona, per condurre la quale occorre essere bravi davvero.

Violette racconta la sua storia per flashback, partendo dal suo presente di guardiana del cimitero a Brancion-en-Chalon, un paesino della Borgogna. Tra continui salti e rimandi dal presente al passato, ci racconta che è stata abbandonata da piccola e che fa la cameriera in un bar quando incontra Philippe, ragazzo bellissimo, fatuo e indolente, che malgrado sia pieno di donne la vuole per sé, dapprima quasi come bambola, oggetto di un desiderio sessuale sfrenato, poi come madre di un figlio che sarà una bambina, Léonine.

La narrazione procede per lunghissimi tratti in modo quasi piatto, un lungo girare per una prateria verde ma senza scorci di particolare bellezza. La lettura diviene a tratti perfino noiosa, ma siccome la scrittura è piacevole si resta sul pezzo, si cerca di capire dove l’autrice voglia andare a parare.

Scopriamo così che Philippe si è rivelato un marito arido e assente, che non ha mai contribuito economicamente al sostentamento della famiglia e che, per di più, i suoi genitori sono due meschini piccolo borghesi che mai hanno mostrato simpatia per la nuora e hanno perfino usato un nome diverso per chiamare la loro unica nipotina, ma che Violette ha sempre trovato motivi per essere felice della sua famigliola e della sua vita divisa tra il precedente lavoro di casellante nella stazioncina di Malgrange-sur-Nancy e la crescita di una bambina adorabile e tranquilla.

Ogni capitolo riporta come introduzione una epigrafe funeraria, a ricordarci che noi siamo anche le parole con cui siamo ricordati dagli altri, dai nostri cari, e Violette continua a raccontarci delle sue giornate, scandite anche dalla mansione di cambiare l’acqua ai fiori e dal ricevere le persone che si recano al cimitero per mantenersi in contatto con i propri defunti e passano dalla sua casetta per scambiare qualche parola. E tra i visitatori, dopo un numero di pagine che inizia ad essere eccessivo, compare un giorno Julien Seul – un commissario di polizia separato e padre di un bambino – che, come Violette, sembra portare nel cognome il proprio destino.

Julien arriva con un vaso contenente le ceneri di sua madre. La donna ha espresso per iscritto il desiderio di essere sepolta accanto ad un uomo che riposa nel cimitero di Brancion-en-Chalon. A partire da quel punto c’è un brusco cambio di passo nella narrazione, che diventa molto più varia e a tratti drammatica; la prateria verde cede il passo ad un percorso accidentato, fatto di luci forti e ombre cupe, di suggestioni gialle e a tratti noir.

Violette ci rivela il suo dolore e la sua insopprimibile voglia di vivere anche dopo aver perduto tutto, ci parla del nero che ancora la avvolge e dei fiori che malgrado tutto sbocciano in lei, allegri come i vestiti a colori vivaci che indossa sotto il cappotto scuro con cui la vedono i visitatori del cimitero. Un particolare che non sfugge all’occhio attento e professionale di Julien, che da sbirro intuisce il fuoco che cova sotto la cenere di quella donna apparentemente, volutamente scialba.

Un diario ritrovato in cui si narra di un amore proibito, una storia che all’inizio sembra un “sub plot”, una narrazione secondaria, e che invece farà svoltare tutta la storia principale in modo assolutamente imprevedibile…

Valérie Perrin era nel mondo del cinema anche prima di incontrare Claude Lelouch, anzi lo incontra proprio perché gravita già nell’ambiente, ma non occorre essere compagna di un mostro sacro per aver visto “I ponti di Madison County”. E ci sono troppi punti di contatto tra la storia della donna che lascia scritto di voler essere cremata e sepolta accanto ad un uomo che suo figlio non conosce e la vicenda narrata nel film che a Meryl Streep valse la nomination all’Oscar come migliore attrice.

Ciò non toglie che la scrittura della Perrin, splendidamente tradotta in italiano da Alberto Bracci Testasecca, sia pregevole senza se e senza ma, che i suoi personaggi riescano ad uscire dalle pagine di carta e ci appaiano vivi, tangibili, che insieme ad essi si rida e ci si commuova, che insieme a Violette si riesca a vedere il blu del mare della Provenza e a sentire il suo strazio di madre che sopravvive alla sua unica figlia.

Un romanzo che si legge vedendolo già sullo schermo, perché una brava fotografa di scena sa come far emergere la psicologia di ognuno dei protagonisti del suo racconto, come descriverne in modo filmico pose e tic, come far vedere al lettore i paesaggi di una provincia francese che vien voglia di visitare per ritrovare le tracce di ognuno di loro.

Una scrittura raffinata e ruffiana insieme, che tiene il lettore per quasi cinquecento pagine, che ha portato la sua autrice in vetta alle classifiche di tutto il mondo e che neppure una lettrice pignola e con il vizio della scrittura può sminuire.

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