Il Virus e Leviatano: Riflessioni ad un anno dall’inizio della pandemia

by Mariella Di Monte

Un anno fa, in queste giornate, si iniziava a parlare di un virus sconosciuto in arrivo dalla Cina.

Dopo dodici mesi di Covid siamo ancora in piena emergenza, un dramma che non sembra dover terminare per ora e, nel frattempo, sono cambiate le nostre abitudini, hanno visto la luce cose come la didattica a distanza per i ragazzi in età scolare e lo smart-working, o lavoro agile, per molti dipendenti pubblici e privati.

Sarebbe stato davvero difficile, un anno fa, immaginare tutto quello che sarebbe accaduto. Ed è ancora difficile capire dove siamo diretti, cosa sopravviverà del nostro vecchio modo di vivere, come si ricollocheranno i tanti che in questa tragedia hanno perso il lavoro, quante saranno le persone un tempo frequentate che non vorremo più vedere, dopo aver capito, complice il Covid, che abbiamo un diverso modo di intendere la vita e le relazioni umane.

Tra le cose che questa dubbia pandemia ha ribaltato c’è sicuramente un certo tipo di atteggiamento omertoso connaturato alla meridionalità.

Chi è nato e vissuto nelle nostre contrade ha mangiato pane e proverbi; la nostra è una cultura ancora legata alla trasmissione orale del sapere e non vi è chi non si sia sentito ripetere, fin da bambino, che “Chi non si fa i cazzi suoi muore ucciso e chi se li fa campa cent’anni.”

Non vedere, non sentire ma, soprattutto, non riferire.

E così, nelle nostre lande bellissime e disgraziate, abbiamo allevato generazioni di meridionali completamente privi di coscienza civile e di senso di appartenenza; ignavi incapaci di prendere posizione, che guardano al mondo coi paraocchi dell’egoismo e della chiusura, convinti che il disimpegno e l’estraniamento siano viatico per il quieto vivere. E in questo brodo di coltura son cresciute, parallelamente, generazioni di criminali via via più aggressivi, che sull’omertà hanno prosperato, sull’abitudine degli onesti a voltarsi dall’altra parte hanno avuta garantita l’impunità, in un ecosistema che fino a un certo punto si è tenuto in equilibrio.

Poi è arrivata la paura di morire che ha cambiato tutto: in men che non si dica si sono stravolte convinzioni secolari, se non millenarie, e la gente che non si è accorta degli spari, che non ha visto gli omicidi in pieno giorno, che ha ignorato le richieste di aiuto di donne e bambini vittime di uomini violenti, ad un certo punto si è riscoperta ligia al dovere. Sono fioccate le segnalazioni contro i vicini che escono a fare la spesa e contro i ragazzini riuniti a giocare a carte nei garage.

Un libro uscito da poco, a firma del vaticanista Aldo Maria Valli, ha un titolo che è già un programma: Virus e Leviatano.

Il mitico mostro biblico fu usato dal filosofo Hobbes, com’è noto, per indicare lo Stato politico, cioè una costruzione sociale attraverso cui i singoli rinunciano alla condizione di belligeranza costante tra loro e si rimettono all’osservanza delle leggi in cambio di pace e sicurezza. Va da sé, che per ottenere il rispetto delle leggi, lo Stato debba avere un potere assoluto.

Queste le premesse per comprendere il titolo.

A seguito del primo lockdown, Valli sin interroga su quanto accaduto nei mesi terribili che hanno sconvolto il nostro paese, e ne trae conclusioni tutt’altro che confortanti.

Complice la situazione d’emergenza, sono state sospese le abituali procedure costituzionali per la formazione delle norme, la cui produzione è stata accentrata in capo al presidente del consiglio, in una novella forma di assolutismo che non ha precedenti nella nostra storia moderna in tempo di pace.

In un crescendo di assolutismo, siamo arrivati, secondo le parole dell’autore, ad un “dispotismo statalista e terapeutico condiviso”, che ha fatto leva su una paura abilmente fomentata per farsi accettare in maniera passiva dalla maggioranza dei cittadini e, colpevolmente, anche dalla Chiesa. Una situazione che costituisce un pericolosissimo precedente e genera un “vulnus” nella qualità della nostra democrazia liberale.

In tutto questo, il ruolo dell’informazione è stato decisivo, perché ha contribuito ad alimentare la paura e l’irrazionalità, generando l’idea che sia legittima la sostituzione “sine die” dello Stato d’emergenza allo Stato di diritto, in un cortocircuito sanitario-mediatico-politico che sta cambiando i connotati sociologici delle nostre comunità, purtroppo non in meglio, e mettendo ulteriormente gli uni contro gli altri, con il potere che, come sempre, si giova delle divisioni e anzi le fomenta, in modo da poter meglio gestire i popoli. Ed ecco che anche l’apparente crescita civile dei nostri concittadini si rivela tutt’altro che positiva, votata com’è più a soddisfare piccoli e grandi desideri di vendetta che a rendere un vero servizio alla collettività.

Davanti allo squallido spettacolo fornito da una classe politica incapace di gestire l’emergenza, che ha trovato semplice rinchiudere milioni di cittadini in casa, addossando agli stessi i guasti che derivano, invece, da decenni di lottizzazioni e tagli indiscriminati alla sanità, forse dovremmo finalmente aprire gli occhi e cercare di capire quello che sta accadendo e dove vorrebbero portarci.

Tutte le dittature nascono approfittando di un’emergenza. Pensiamoci.

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