Generazione 56K, la nostalgia degli anni ’90 nella serie ideata dai The Jackal

by Giuseppe Procino

Videocassette, floppy disk, le sere d’estate passate a vedere il Festivalbar (di solito il martedì), le prime cotte per la compagna di banco, le audiocassette, le partite a calcio e i goal da campione con un super santos (o un ancor più economico super tele) contro la saracinesca di qualcuno…  Se questo elenco vi stimola una strana sensazione, un misto tra profonda sconsolazione e malinconica felicità, siete sicuramente dei Millennials e allora dovreste vedere “Generazione 56k”, la nuova serie distribuita da Netflix e ideata da Francesco Ebbasta del collettivo dei The Jackal.  

I The Jackal sono forse stati i più bravi a dare voce alla generazione dei Millennials italiani, senza retorica e mettendo in luce i dubbi esistenziali e le perplessità di una generazione in bilico tra passato e futuro, tra analogico e digitale.  Ma è anche la generazione del lavoro instabile, cresciuta con il mito del posto fisso. I Millennials, che non sono nativi digitali, hanno imparato a dominare la macchina con non poche difficoltà e a percepire le infinite potenzialità dell’evoluzione digitale.

Il collettivo partenopeo stesso, ormai una società, è riuscito a cogliere le opportunità di una sorta di nuova democrazia dei mezzi di comunicazione di massa, giocando con ironia su quell’insostenibile senso di inadeguatezza che da sempre pervade chi è nato tra il 1981 e il 1996. È chiaro che i The Jackal appartengono alla categoria e raccontano tutto dall’interno colpendo spesso dritto al punto. Hanno quasi sempre le risposte giuste, come quando raccontano la nuova crisi dei trent’anni e ci smascherano, ponendo al di sopra del nostro universo Max Pezzali, unico vero cantore delle nostre esistenze. 

“Generazione 56k”, serie prodotta principalmente da Cattleya, insiste proprio su tutto questo, sul senso di nostalgia per i tempi andati, quasi come se tutto fosse cambiato integralmente. 

La serialità da piattaforma, sembra un punto di arrivo quasi naturale per i videomaker napoletani, come lo era stato il passaggio al cinema con il poco entusiasmante “Addio Fottuti Musi Verdi”, tentativo – riuscito solo ‘tecnicamente – di fare una satira fantascientifica sul mondo del lavoro. Prima o poi doveva accadere, anche se i più attenti potrebbero sottolineare che in quanto a serie i The Jackal hanno già dato. In questo caso però, è necessario rimarcare la differenza che esiste tra web serie e serie a tutti gli effetti, seppur entrambe destinate alla fruizione attraverso la connessione internet. Se il salto verso il grande schermo subiva la fretta e la volontà di un sovraccarico di input visivi e narrativi, il passaggio alla serialità ufficiale vive di un sobrio equilibrio riuscitissimo. “Generazione 56k” non esagera, ma dosa, racconta con ironica calma e convince proprio perché immortala la realtà in maniera credibile.

È una fotografia nostalgica del presente che stupisce nella sua delicata e ironica malinconia. È un prodotto pensato da Millennials, per i Millennials, che parla di Millennials ma, dopotutto, chi se ne frega se circoscrive il proprio target di riferimento in maniera così precisa. La serie funziona anche perché non cerca il compromesso e racconta i tempi moderni evidenziandone le contraddizioni lampanti. 

È un prodotto scritto molto bene, nonostante delle imperfezioni narrative o qualche semplificazione di troppo, che riesce a cogliere lo spirito di questa generazione senza rincorrere l’effetto sorpresa a tutti i costi. In fondo, la storia non ha nulla di sorprendente, si tratta semplicemente del racconto tra passato e presente di una storia d’amore. Eppure tutto regge sino alla fine, a conferma che Francesco Ebbasta è davvero un bravissimo narratore. 

I protagonisti, dei ‘thirty something’ cresciuti con sogni e ambizioni semplici (interpretati impeccabilmente da Angelo Spagnoletti, Cristina Cappelli, Gianluca “Fru” Colucci e Fabio Balsamo) si rivelano a tutti gli effetti maschere del contemporaneo, riassunto delle piccole progettazioni che nel nostro clima di perenne instabilità si rivelano gigantesche. In sottofondo una colonna sonora irresistibilmente coinvolgente che omaggia il passato ed in cui campeggiano ovviamente gli 883. Non è un prodotto perfetto ma è indubbiamente un prodotto con le idee chiare e precise. Si ride molto, si piange un po’ ma soprattutto ci si emoziona molto.

Poche cose fuori posto, in una serie destinata a diventare un classico.

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