Imma Tataranni, Salvo Montalbano e gli altri

by Mariella Di Monte

“Imma Tataranni – Sostituto procuratore” fa più share di Salvo Montalbano. Una Basilicata oleografica, a tratti perfino caricaturale, contro una Sicilia pseudo immaginaria, ma a volte ugualmente stereotipata; un match tutto particolare tra personaggi ed autori, che certifica l’affermazione di una centralità meridionale nell’ambito del panorama culturale nazionale.

La notizia, nell’era del globalismo imperante imposto dall’élite economica e finanziaria mondiale, è sintomatica del crescente fascino esercitato sui telespettatori italiani, e prima ancora sui lettori, da storie ambientate nella provincia meridionale più profonda. Vale per l’ultima eroina con la toga, per lo storico commissario di Vigata e, a partire dal 2014, per le storie non mafiose ma tutte borghesi dei Bastardi di Pizzofalcone, per i delinquenti cha animano le quattro stagioni televisive di Gomorra, la serie liberamente ispirata all’omonimo best seller di Roberto Saviano, che racconta con crudo realismo le gesta di camorristi e spacciatori di droga nei quartieri degradati alla periferia di Napoli e che è diventata un autentico fenomeno di costume. Il trasteverino Rocco Schiavone, vicequestore nato dalla penna di Antonio Manzini, che da Roma viene trasferito ad Aosta per motivi disciplinari, porta invece nel freddo capoluogo nordico la nostalgia della capitale e i suoi modi spicci e borderline, che ne fanno un funzionario di polizia molto sui generis.

Ma cos’hanno in comune personaggi tra loro molto diversi, come un magistrato requirente, un commissario irreprensibile, uno assai discutibile e dei delinquenti efferati? Sono difensori o avversari della legalità, certo, ma sono tutti caratterizzati dal loro essere meridionali, dal loro linguaggio fortemente contaminato da elementi dialettali e da un’ambientazione particolarmente curata e dettagliata, che rende vivida la narrazione scritta e la sceneggiatura televisiva.

Come dimenticare la ricetta degli arancini di Adelina, la collaboratrice domestica di Montalbano/Zingaretti? E che dire della surreale lezione di dialetto romanesco impartita da Schiavone/Giallini ai suoi poliziotti, che lo ascoltano straniti mentre sviscera la differenza tra le espressioni “sticazzi” e “me cojoni”, spiegando che significano, rispettivamente, “chissenefrega” e “per la miseria!”?

Gli italiani, da nord a sud, decretano il successo di romanzi e sceneggiati ancorati ad un preciso contesto locale, riscoprendo un orgoglio identitario in controtendenza con le spinte omologanti, che vorrebbero l’umanità dedita a mangiare ovunque gli stessi hamburger e le stesse patatine, ad ascoltare ovunque la stessa musica, a guardare ovunque gli stessi fantasy, che mescolano improbabili narrazioni distopiche ed effetti speciali, e a leggere ovunque le stesse spy stories, in cui falsi storici come il famigerato “Protocollo dei sette savi di Sion” e antiche leggende si integrano in trame veloci che lasciano smarrito il lettore.

C’è, con ogni evidenza, un insopprimibile bisogno di radicamento territoriale e culturale, di riscoperta delle proprie origini; un rigurgito di italianità che cerca, nella conoscenza e valorizzazione delle proprie specificità, una risposta al globalismo che ci vorrebbe tutti uguali, in modo da poterci meglio irreggimentare, programmare e imporre gli stessi acquisti.


Ecco, gli italiani pensanti non ci stanno e, tra gli altri modi per dimostrarlo, scelgono di leggere autori italiani, di più: regionali, e li elevano ad alfieri di una identità a cui testardamente, sordamente, non intendono rinunciare.
In questa ottica, anche i libri di Saviano e il successo della serie televisiva “Gomorra”, per quanto diseducativi e turpi siano i personaggi e le situazioni rappresentate, vanno interpretati come un segnale preciso: purché parlino napoletano e rispettino, a modo loro, la “famiglia”, ci piacciono pure i mafiosi.

A dispetto delle ideologie professate da Andrea Camilleri e da Roberto Saviano, entrambi dichiaratamente di sinistra, internazionalisti e globalisti, il pubblico apprezza le loro storie, anche quando sono zuccherose e poco aderenti alla realtà o quando si risolvono quasi in una apologia della peggiore delinquenza, perché sono “Made in Italy”, anzi “Made in Terronia”, con buona pace del Nord evoluto e proiettato in una dimensione internazionale ma, proprio per questo, più lontano da quelle radici che si sente la necessità di riscoprire e rivendicare. Perché senza di esse, senza una storia che ci dica chi siamo, da dove veniamo e cosa ci differenzia e ci rende unici, il nostro spirito si smarrisce. Perché siamo fatti di intelletto, sì, ma anche di sapori, odori, colori e suoni: quelli che solo la nostra terra riesce ad esprimere.

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