Addio Franca

by Mariella Di Monte

Si sarà stancata, Franca Valeri, di continuare a stare in un secolo che trovava noioso, mentre in quello passato non si annoiava mai.

Aveva compiuto cent’anni il 31 luglio scorso e, a chi le chiedeva quale fosse stato il più bel giorno della sua lunga vita, rispondeva il 25 aprile del 1945, quando finirono la seconda guerra mondiale e il fascismo e lei, già venticinquenne, capì che finalmente poteva cominciare la giovinezza.

Nata Franca Maria Norsa ed ebrea per parte di padre, l’infanzia felice per lei era finita il 5 settembre 1938, giorno in cui il regime fascista promulgò le leggi razziali. Nella famiglia altoborghese di suo padre, la relazione di Luigi con Cecilia Valagotti, cattolica, non fu vista di buon occhio. Fu solo quando la ragazza rimase incinta che la suocera acconsentì al loro matrimonio.
Nei primi anni della sua vita, Franca vive d’inverno a Milano, dove più tardi frequenterà il prestigioso Liceo Parini, mentre le estati trascorrono tra Riccione, Venezia e la Svizzera.

Le leggi razziali privano la sua agiata famiglia dei diritti fondamentali, della possibilità di frequentare i salotti della Milano bene e perfino della possibilità di avere personale di servizio per le faccende domestiche. Dopo l’8 settembre del ’43, suo padre e suo fratello maggiore si rifugiano in Svizzera, mentre Franca e la mamma restano a Milano, aiutate da un impiegato dell’anagrafe che fornisce loro false carte d’identità, che la indicano come figlia illegittima di tale Cecilia Pernetta.
Negli anni di guerra la ragazza stringe amicizia con Camilla Cederna ed altri intellettuali milanesi, e fin da allora allestisce insieme ad alcune amiche piccoli spettacoli teatrali ad uso e consumo di amici e parenti, nei quali inizia a prendere in giro l’ipocrisia degli ambienti borghesi della Milano alta. Nascono allora personaggi poi divenuti celebri, come Cesira la manicure e la Signora Cecioni, una romanaccia in perenne colloquio telefonico con mammà.

All’inizio degli anni ’50 adotta il cognome d’arte Valeri, forse in omaggio al poeta, scrittore e filosofo francese Paul Valéry, e in breve i suoi personaggi diventano talmente popolari che, sostenuta da Indro Montanelli e Colette Rosselli, pubblica per Mondadori il “Diario della signorina snob”, personaggio che le resterà cucito addosso per tutta la vita.

Una vita lunghissima, dicevamo, e piena di soddisfazioni.
La bocciatura alle selezioni per la Scuola d’arte drammatica di Roma non le impedirono di lavorare insieme a Giorgio Strehler, Alberto Sordi, Totò e tanti altri. Una delle poche cose che le mancarono, negli anni dell’estrema vecchiaia, fu proprio la recitazione.
Sposata con Vittorio Caprioli dal 1960, successivamente si lega al direttore d’orchestra Maurizio Rinaldi. Eccentrica, eclettica, capace di utilizzare vari registri di recitazione, il suo nome resterà per sempre legato all’ironia con cui caratterizzava tipologie umane in fondo immutabili, prendendosi intelligentemente gioco della società uscita dal fascismo e dal dopoguerra, che seppe vedere e stigmatizzare attraverso i suoi personaggi femminili, talora raffinati e snob, come quello più noto, appunto, talora plebei e disillusi. Un’ironia che sapeva diventare sottile e anche cattivella, perché, parole sue, senza quel tantino di cinismo sarebbe rimasta roba da dilettanti.
Non temendo il falso perbenismo, raccontava che non le dispiacque vedere il Duce a Piazzale Loreto, e si sentì sempre fiera delle sue origini ebraiche, in omaggio alle quali portava al collo una stella di David proveniente da Israele.
Una figura di donna controcorrente e, a suo modo, rivoluzionaria, che ha saputo scardinare stereotipi e occupare spazi fino ad allora destinati esclusivamente agli uomini.
Alla morte di Alberto Sordi lo salutò con un “Ciao, cretinetti”, mutuando una delle battute del film di Dino Risi “Il Vedovo”, a cui avevano lavorato insieme. A noi che oggi la ricordiamo strappa un pensiero riconoscente.
Ciao, Franca. Salutaci Cretinetti e gli altri grandi che hai ritrovato dove sei ora.
Noi restiamo in questo secolo noioso, che si sta forse avviando a conoscere nuove crisi e nuovi contrasti razziali, con la speranza che da qualche parte nasca una Signorina Snob 2.0, che sappia farci ridere delle nostre social piccolezze, che ci costringa a guardarci allo specchio e a interrogarci su quello che siamo davvero, oltre quello che vorremmo e che fingiamo di essere.

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