A come Ascensore

by Mariella Di Monte

Il notiziario di Radio 24 snocciola gli argomenti del giorno; la solita litania che accompagna le mie albe, da Torremaggiore al tribunale di Foggia, e fa da sottofondo ai miei pensieri, anch’essi soliti: i fascicoli da trattare, le statistiche, la borsa di Fulvia che forse ho dimenticato di controllare, ma nella quale spero di aver messo almeno la merenda.

Il numero dei nuovi contagi che sale o scende, mai uguale a quello dei giorni precedenti – com’è ovvio che sia, ma chissà perché sembra ogni giorno LA notizia – e, a seguire, le fibrillazioni interne alla maggioranza che sostiene il Governo,  anch’esse databili all’età proto repubblicana, ma spacciate ogni giorno per nuove. 

Cinque minuti buoni a parlare del nulla, e finalmente arrivano le notizie vere. Nel senso di nuove.

 La carica virale rilevata nel tampone di Silvio Berlusconi – ce lo dice la voce del Presidente dei presidenti, affaticata ma sempre grintosa – era elevatissima: “Forse la più forte tra le decine di migliaia riscontrate al San Raffaele”. Non si può che sorridere di fronte a quest’uomo, che politicamente divide da decenni ma sulla cui simpatia è difficile non essere d’accordo.  Gli son venute meno le forze per misurarsi su altri terreni, ma non smette di voler essere il primo, di esagerare in quello che ancora gli è consentito. La malattia? E sia! Purché, anche quella, si possa ingigantire.

E poi la ripresa dell’anno scolastico, la mancanza cronica di materiali didattici e insegnati di sostegno, quest’anno resa drammatica dai riflessi dell’emergenza sanitaria. La foto dei bambini di una scuola elementare di Genova, costretti a scrivere stando inginocchiati davanti alle seggiole, usate a mo’ di banco, è indegna di un Paese civile, quale l’Italia vorrebbe ancora essere, con un distacco ognora crescente da quelli che davvero lo sono.

Il parcheggio del palazzo di giustizia è ancora deserto, posso lasciare la Megane in uno dei pochi posti ombreggiati e andare senza fretta a strisciare.

Cartelli indicatori e frecce fosforescenti, posizionate in fretta e furia sul pavimento industriale, indicano i percorsi per l’entrata e l’uscita dalla struttura ellittica in ferro, vetro e cemento, gelida d’inverno e ancora rovente in queste giornate di metà settembre. In ottemperanza alle direttive emanate per contenere la diffusione del Covid-19, anche gli ascensori, disposti lungo il perimetro del porticato a piano zero, sono stati abilitati, alternativamente, per la sola salita o la sola discesa. Mi porto, dunque, davanti al primo abilitato a salire.

Sorpresa, l’ascensore è già aperto. Escludendo che qualcuno lo abbia prenotato e poi sia salito a piedi, perché non avrebbe molto senso, l’unica possibilità è che lo abbiano nuovamente rimesso in funzione anche per la discesa.

E così ci entro, salgo al primo piano e poi, appena le porte si aprono, pigio il tasto zero, felice come la bambina che ero nei primi anni Settanta, quando gli ascensori in paese erano pochissimi e, in visita da amici e parenti che vivevano in condominio, non perdevo occasione per “fare i giri”.

E chissà che questo sia il segnale importante di una normalità nuovamente possibile, di un ritorno ai ritmi e alle cose di sempre, apparentemente scontate ma divenute, ad un tratto, incredibilmente difficili.

A come ascensore. Che funziona per scendere e per salire. Potrebbe essere un modo alternativo per avviare i più piccini all’alfabeto. Un ascensore di quelli panoramici, che possa portarli su è giù, senza limitazioni, sfondando il tetto della cabina e salendo verso il cielo, oltre le paure delle malattie e di tutte le brutte cose di cui parlano alla televisione.

E poi B come bocca e come bacio, da poter dare senza mascherina, C come carezze, da potersi scambiare di nuovo senza timore.

Andata e ritorno, dal piano zero al primo, e poi ancora giù, poi su, al secondo piano, e da lì di nuovo al primo.

Sono le sette e mezza, sul cielo di Foggia qualche sparuta nuvoletta prova timidamente ad offuscare un sole impietoso.

P come pioggia, assente da troppo, ma l’alfabeto è lungo e tante sono le parole che ancora dovremmo cercare per dar voce al desiderio di una vita più lieve.

Qualcuno ha lasciato spalancata la finestra dell’ufficio, il vento ha aperto i fascicoli, le carte sono sparse ovunque.

V come volare, anche solo con la fantasia.

Buon inizio di anno scolastico a tutti.

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