Alle origini della democrazia. Parte prima: la Grecia antica

by Mariella Di Monte

Con il voto di pochi giorni fa, la Camera dei Deputati ha approvato a larghissima maggioranza il taglio dei parlamentari. Fortemente voluta dal Movimento 5 Stelle, la riforma costituzionale ha ottenuto il consenso anche di Pd, Italia Viva e LeU, partiti attualmente al governo, oltre alle forze di opposizione rappresentate da Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia, e alcuni deputati del gruppo misto.

Essendo una proposta di legge di modifica della Costituzione, l’iter parlamentare da seguire era quello dettato dall’articolo 138 della stessa, a norma del quale le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali devono essere approvate da ciascun ramo del Parlamento con due distinte deliberazioni, tra le quali devono intercorrere almeno tre mesi; inoltre, nella seconda deliberazione di ciascuna Camera, per l’approvazione è necessaria la maggioranza assoluta, che  alla Camera dei Deputati era di 316 voti.

Malgrado il consenso di tipo bulgaro, non poche voci si sono levate, soprattutto nell’opinione pubblica, a lamentare la mutilazione della Costituzione, l’offesa – se non addirittura il furto – arrecato alla democrazia e la svolta autoritaria che questo provvedimento porterebbe con sé.

Ma è davvero così?

E cos’è questa democrazia di cui si parla tanto, forse troppo, e non sempre a proposito?

Non poca confusione aleggia attorno a questo concetto, così antico eppure così misconosciuto, soprattutto da quando gli studi classici sono divenuti una scelta per pochi.

Prima che la parola democrazia (δῆμος = démos: popolo e κράτος= krátos: potere)  divenisse di uso corrente, dunque, gli antichi greci parlavano piuttosto di isonomia (parola composta da ἴσος: uguale e Νόμος: legge) per rappresentare il concetto di eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, di isegoria, (daἴσος: uguale e ὰγορεύω: parlare in assemblea) e di parresìa (da παρρησία, composto di πάν = pan: tutto e ρῆσις = rhēsis: discorso, ciò che viene detto) cioè la libertà di dire tutto, intesa nel senso di potersi esprimere con assoluta franchezza.

A differenza delle altre città-stato del mondo antico, infatti, le πόλεις (póleis: città al plurale) greche,  indipendentemente dalla forma di governo, che poteva essere democratica od oligarchica, (ὀλιγαρχία, cioè oligarchia, è parola composta da ὀλίγοι = oligoi: pochi e αρχία = archia: potere) prevedevano l’attiva partecipazione degli abitanti liberi alla vita politica e il fatto che tutti i cittadini liberi fossero sottoposti alle stesse norme di diritto, concepite come un riflesso della Legge universale preposta al governo del mondo fenomenico ed a garanzia di armonia dello stesso. 

L’armonia esistente fra laπόλις e gli individui che la componevano era concepita come il riflesso di quella esistente in natura fra il tutto e le sue singole parti. L’uomo greco, pertanto, era portato a sentirsi organicamente inserito nella sua comunità e realizzato nella partecipazione alla vita collettiva e alla costruzione del bene comune.

Le prime città-stato greche a darsi degli ordinamenti democratici, già attorno al VII sec. a. C., furono Chio, Megara, Elide, Mantinea, Argo.

La riforma di Clistene, del 507 a.C., introdusse ad Atene la divisione della popolazione in dieci tribù, a loro volta ulteriormente suddivise in trenta circoscrizioni dette trittie,che per sorteggio fornivano i componenti della βουλή (Bulé, o Consiglio dei Cinquecento) cioè una commissione esecutiva composta da soli uomini si età superiore ai trent’anni, accanto alla quale, in funzione sovraordinata, vi era l’ἐκκλησία (ecclesia:assemblea), il corpo sovrano fondamentale, a cui potevano partecipare tutti i cittadini al di sopra dei diciotto anni che volessero occuparsi degli affari politici, e le cui decisioni, prese a maggioranza, avevano valore definitivo sulle attività legislative e di governo. La partecipazione alle decisioni di governo era considerata dagli ateniesi come un privilegio e, ad un tempo, come un dovere nei confronti della comunità.

Un concetto, quello di diritto-privilegio ma anche di dovere civico, che duemilacinquecento anni dopo è richiamato dall’articolo 48 della Costituzione, a norma del quale “Sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età. Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico.”

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