Capodanno col botto. No, non è una barzelletta sparare a salve nella Capitanata malata di malavita e Quarta Mafia

by Mariella Di Monte

La storia è di quelle che lasciano da pensare: il figlio sedicenne del presidente del consiglio comunale di Foggia la notte di capodanno pubblica sui social un video in cui lo si vede sparare con una pistola dal balcone di casa. Ma non finisce qui. Un ulteriore video mostra il padre di cotanto rampollo che fa altrettanto, e al grido di “Non è una barzelletta”, accompagnato da movenze che ricordano il Genny Savastano di Gomorra, esplode tutto il caricatore di una scacciacani.

Il soggetto in questione, se non bastasse la qualità di amministratore, di professione fa il vigile del fuoco, quindi è un pubblico ufficiale.

Politici e pubblici ufficiali di ogni ordine e grado sono personaggi visibili e, che ne siano consapevoli o meno, rappresentano un esempio per quanti ne seguono le vicende.

Che esempio può dare un sedicenne che fieramente si filma mentre impugna una pistola?

Ma la domanda è pleonastica, se il suo paparino fa altrettanto.

E siamo a Foggia, dove una delinquenza più o meno organizzata avviluppa in modo funereo il territorio, come un sudario, un drappo pesante che soffoca anche la parte sana della società.

In un contesto che le classifiche sulla qualità della vita e dei servizi regolarmente collocano all’ultimo posto della graduatoria nazionale, occorrerebbe da parte della politica e della classe dirigente tutta intera uno stacco d’ali, un’azione volta ad assolvere la funzione pedagogica che è intrinseca nel rivestire una carica pubblica.

La criminalità, quando è pervasiva come quella di casa nostra, si giova di una diffusa condivisione di valori rovesciati, di un’etica distorta, in cui la violenza viene mitizzata e la legge del più forte è fonte normativa primaria rispetto a tutte le altre.

Omicidi tra minorenni, dalle nostre parti, rappresentano cronaca ricorrente; trovare armi è più facile che reperire ragazzi immuni al fascino della delinquenza. Ma se anche gli adulti adottano una sintassi comunicativa paramafiosa, di cosa vogliamo ancora parlare?

Come anni fa sintetizzò efficacemente l’ex dirigente della squadra mobile foggiana, come accade in altre realtà estremamente degradate e come sa chi per lavoro osserva l’andamento dei fenomeni criminali della nostra provincia, una consistente fetta della gioventù, in Capitanata, è “malata di malavita”.

Né desta più scalpore la contiguità sempre più stretta tra un tessuto criminale economicamente florido e una politica che ha bisogno di liquidità per foraggiare le sue clientele e i vizi privati di quanti la vedono non come la più alta delle funzioni a cui l’uomo è chiamato ma come un mezzo per arricchirsi velocemente e senza sforzo.

Un circolo vizioso che si autoalimenta e mette ai margini la parte sana della società, rassegnata e impotente di fronte al sopruso che si fa sistema, alla corruttibilità esibita come un vanto, un segno della propria potenza: “damm ca te deng”, chi chiede qualsiasi cosa deve pagare, indipendentemente dal fatto che ne abbia o meno i requisiti previsti dalla legge, perché qui serve più conoscere il “dritto” di turno che il diritto. Le gabelle imposte dall’antistato che si è fatto Stato si sommano con quelle dovute a quest’ultimo, rendendo ulteriormente difficile il compito di chi voglia fare impresa o anche solo vivere onestamente.

Se questo è il substrato che esprime i suoi amministratori, si comprende perfino la reazione del presidente del consiglio comunale, che quasi si meravigliava dell’ondata di indignazione suscitata da quelle immagini ben oltre gli angusti confini della nostra provincia, in cui tutto è rovesciato, la violenza assurge a valore e le sue regole acquistano dignità etica.

Il paparino di cotanto rampollo, infatti, inizialmente si era detto “Rammaricato per la lettura distolta – sic! – e inverosimile data ad un gesto talmente irrilevante” e proseguiva spiegando che si è sollevato un polverone attorno ad “un puro gesto goliardico dettato dalla festività e dalla sua età”.

Alla fine, per fortuna, è stato messo alle corde dalla stessa amministrazione di cui fa parte e costretto a protocollare le dimissioni dalla carica di presidente del consiglio comunale.

Diamo atto al sindaco Landella di aver mostrato la necessaria fermezza di fronte a comportamenti inaccettabili, per i quali si è vergognato ognuno di noi, che in questa terra sciagurata ci viviamo e cerchiamo di aiutarla a risollevarsi dal degrado.

Se non viene colta la gravità dell’accaduto, se non si comprende che il proprio ruolo è anche, se non soprattutto, quello di costituire un esempio positivo per la comunità che si amministra, se si ignora che certe toppe sono peggiori del buco, nella misura in cui si veicolano, approvano e giustificano comportamenti emulativi in un territorio che è ormai è stritolato da una mafia crudelissima, allora il problema è grave davvero, ed è proprio dall’interno delle compagini politiche che devono essere isolati certi modi di porsi e presentare al mondo la propria terra.

Voglio sperare che, per una volta, la politica foggiana si stringa ulteriormente a coorte e magari costringa questo campione a rassegnare le dimissioni anche da consigliere comunale. E che da destra e da sinistra si ripensino modalità di selezione dei propri candidati: non possiamo continuare ad essere davvero la barzelletta d’Italia. O no?

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