Chi vuol esser lieto sia! Alla faccia della psicosi

by Mariella Di Monte

Ciascun apra ben gli orecchi,

di doman nessun si paschi;

oggi siam, giovani e vecchi,

lieti ognun, femmine e maschi;

ogni tristo pensier caschi:

facciam festa tuttavia.

Chi vuol esser lieto sia: di doman non v’è certezza.

Tra quaresima e quarantena, il notissimo canto carnascialesco composto da Lorenzo il Magnifico attorno al 1490 potrebbe essere imposto come lettura per esorcizzare il clima tetro di questi giorni.

Dice un adagio popolare che solo chi non è nato non muore.

Razionalmente, pertanto, la paura di morire è del tutto destituita di fondamento: in quanto venuti al mondo, prima o poi dovremo uscirne.

Ancora in tempi relativamente recenti, la morte era compagna di ogni stagione della vita: le condizioni igieniche e la scarsa disponibilità di cibo, unite alla mancanza di antibiotici, mietevano vittime tra neonati e bambini non meno che tra giovani e adulti. Quanto alla vecchiaia, ci si entrava già prima dei sessant’anni; gli ottuagenari erano già abbastanza rari, i centenari praticamente dei fenomeni. Oggi si è adolescenti fino ai trent’anni passati, si entra nell’età adulta a quarant’anni, quando tutto va bene; a sessanta si è ancora in piena forma; alla morte di un ultranovantenne, spesso, ci si meraviglia: “Ma come, stava così bene!” Certo, sono in drammatico aumento le patologie di tipo neoplastico, così come le morti in culla apparentemente inspiegabili di neonati sanissimi, ma vengono sottaciute. Troppi sono gli interessi in gioco attorno a cose potenzialmente dannose per la salute: dalle polveri sottili allo smog elettromagnetico, dai rifiuti illegalmente smaltiti ad un utilizzo improprio di farmaci e vaccini; perciò non è opportuno ingenerare dubbi nella popolazione, che DEVE continuare a consumare e spendere, pena la regressione dell’economia.

Tuttavia, di pari passo alla “scomparsa” della morte, ormai relegata quasi ad una dimensione letteraria, cinematografica e poliziesca, è aumentata l’ipocondria: non potendo razionalmente negarne l’esistenza, essa diviene presente ad ogni attimo di vite che si protraggono, sì, ma sulle quali l’ombra della Nera Signora, si distende fino ad impedire di scorgere alcuna luce, alcuna gioia.

Che succede quando una notizia esterna si somma alla normale caccia che l’ipocondriaco conduce ogni attimo della sua vita, alla ricerca di ogni genere di malattia?

Grazie agli schermi accesi a tutte le ore, gli umani di tutte le età vengono a conoscenza di una data notizia nello stesso attimo; mentre il sensazionalismo si unisce all’analfabetismo funzionale – che non consente di comprendere il senso di un testo letto o ascoltato – in un cocktail micidiale. E siccome “…è raro trovare un ambito in cui il nostro modo di pensare e di sentire sia cambiato così poco dai tempi primordiali… come nella relazione con la morte”, citando Sigmund Freud,e poche cose sono suscettibili di provocare il panico nelle masse quanto la paura di morire, la notizia di un decesso per un nuovo tipo di influenza diviene, in men che non si dica, psicosi di massa.

Esattamente quello che sta accadendo con l’epidemia di Coronavirus: in un perverso gioco di specchi, le autorità hanno creduto di evitare il panico invitando la gente all’utilizzo di maschere, a starnutire nel gomito – sic! – e a limitare i contatti sociali; la gente si è spaventata a morte e ha iniziato a prendere d’assalto le strutture sanitarie; le autorità locali e il governo hanno dovuto adottare misure drastiche per evitare che il contagio procedesse ancora più spedito; la gente ha svaligiato i supermercati, creando nuove occasioni di contagio; altri comunicati stampa, altra tensione. Insomma, un cortocircuito che è sfuggito di mano a chi avrebbe dovuto gestirlo e ha creato molti più danni di quanti ne potesse mai fare il virus, che tutto sommato ha una letalità relativamente bassa, pur essendo molto contagioso, come tutti quelli che portano le influenze.

Ma vallo a dire a chi sta cercando il “paziente zero” che provare a fermare la diffusione di un virus è come illudersi di parare il vento con le mani! E allora si isola un comune dopo l’altro, una famiglia dopo l’altra, in una novella caccia all’untore che ci riporta ai tempi bui descritti nella “Storia della colonna infame”, celebre saggio manzoniano che descrive la psicosi scatenata, anche allora, da un’epidemia.

Nel racconto, basato su un processo davvero avvenuto a Milano nell’estate del 1630, bastarono le chiacchiere di una tal Caterina Rosa, popolana, per accusare due innocenti – Guglielmo Piazza, commissario di sanità, e Gian Giacomo Mora, barbiere – di aver diffuso il contagio pestilenziale attraverso l’uso di non meglio specificate sostanze. I due poveracci furono condannati a morire attraverso il supplizio della ruota; i loro beni furono distrutti e, sulle macerie della casa di Mora, fu eretta, a ricordo dei cupi avvenimenti, una “colonna infame”, da cui il saggio prende il nome.

Allo stesso modo, all’inizio della psicosi da Coronavirus, si sono individuati i cinesi come untori, poi è toccato agli italiani del nord, a quelli del sud e chissà dove ancora ci condurrà la nostra paura di morire.

E se ci fermassimo un attimo a riflettere? A pensare che, prima o poi, di qualcosa moriremo tutti, ma nel frattempo potremmo anche provare a vivere, invece di farci condizionare da un evento inevitabile?

La morte, in fondo, arriva una volta sola e dura un attimo; la paura, per assurdo che possa sembrare, finisce per uccidere molto a lungo.

E allora, siccome del “diman non v’è certezza”, salvo il fatto che nessuno uscirà vivo da questo mondo, potremmo anche scegliere di essere lieti, alla faccia di ogni psicosi.

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