Cimici, lunga notte e giaciglio scomodo

by Mariella Di Monte

Avevo tredici anni, abitavamo da pochi giorni in una bella palazzina nuova di zecca ed era buio da parecchie ore. A fine novembre, d’altra parte, le giornate durano poco. Non avevo ancora l’età per uscire la sera – altri tempi! – ma quella domenica mattina ero andata a messa con le mie amiche; cantavo da voce solista nel coro parrocchiale. Mia madre stava apparecchiando per la cena, mio padre guardava “90° minuto”, io e mio fratello eravamo nella nostra stanza, lui seduto alla scrivania, io su una poltroncina.

Arrivò prima il suono: un ululato, come quando in inverno soffia forte il Burian, ma quel vento, se vento era, si levò senza alcun preavviso e fu forte. Fortissimo. Scosse case e palazzi come esili fuscelli e soffiò a lungo. Tanto a lungo da farci realizzare che era un terremoto terribile. Ci buttammo giù per le scale che ballavano paurosamente e uscimmo in giardino, mentre quel vento sinistro ancora soffiava.

Nel piazzale delle palazzine appena consegnate – sul Giro Esterno di Torremaggiore, che solo anni dopo avrebbe preso il nome di via Palmito Togliatti – eravamo in tanti. Mio padre, all’epoca quarantenne, si fece coraggio e tornò in casa a prendere le chiavi della 128, delle coperte e qualcosa da mangiare. Passammo la notte all’addiaccio.

La scossa era stata talmente forte e lunga che in tanti non se la sentirono di rientrare nelle abitazioni. L’autoradio gracchiava aggiornamenti convulsi. Ascoltandola, scoprimmo presto che a noi era andata bene: ce l’eravamo cavata con un forte spavento, mentre centinaia di migliaia dei nostri fratelli campani erano sotto le macerie e in tanti non ne sarebbero usciti vivi. Su YouTube c’è una registrazione dell’orribile suono di quel sisma, registrato da una radio locale irpina. Un minuto e mezzo, novanta interminabili secondi durante i quali la terra è letteralmente esplosa, con boati che ricordano i bombardamenti della seconda guerra mondiale.

I terremoti sono una minaccia latente e sempre incombente, una sorte di retropensiero che dalle nostre parti accompagna l’esistenza di tutti. Sulla facciata della Chiesa Matrice di San Nicola, a Torremaggiore, un’iscrizione ricorda che fu distrutta dal terremoto del 30 luglio 1627, un sisma la cui magnitudo è stata stimata all’incirca tra 6.5 e 7 gradi Richter, che ebbe il suo epicentro proprio tra San Severo e Torremaggiore e che rase al suolo le nostre città, in cui non è possibile trovare alcun palazzo o chiesa antecedente a quella data.

Ancora una volta, stamattina presto, la terra ci ha ricordato che viviamo in una zona ad alto rischio sismico, facendo svegliare di soprassalto tutti noi che abitiamo nella parte nord della provincia di Foggia. Un boato, un ululare della terra, la sensazione di essere scossi su e giù, il letto che vibra. I lampadari non si sono mossi. Molti di noi hanno capito che, se terremoto era anche questa volta, dovevamo essere proprio sopra l’epicentro.

Quarant’anni fa non avevamo internet, i social e gli smartphone posati sul comodino e accesi anche di notte; oggi ci abbiamo messo poco a realizzare cosa era accaduto e dove: Apricena, 4.54 del mattino, 4.4 gradi della scala Richter, secondo le ultime rilevazioni.

“Cimëcë, notta long e mèl iaccë”, recita un antico adagio locale.

Cimici e pulci che infestavano i pagliericci dei tempi andati erano anche, in senso figurato, preoccupazioni che non facevano dormire la notte. Certe notti poi, sono particolarmente lunghe: quella che stiamo vivendo dura ininterrottamente ormai dal dieci marzo, e non siamo in grado di prevedere quando la luce del sole farà nuovamente capolino tra le nubi scure, che rendono greve il cielo e mietono morti tra i più anziani e i più deboli. Dormire è anche un modo per far passare più in fretta almeno una parte del tempo, ma il brutto risveglio antelucano di oggi ci ha reso malagevole anche lo stare a letto, quello iacēre latino da cui nei dialetti antichi dell’Alta Capitanata derivava il lemma “iaccë”, inteso come giaciglio. Un giaciglio da cui stamattina siamo stati sbalzati fuori, perché all’esercito di pensieri che già ci rendevano malagevole il sonno, da ultima si è aggiunta la pulce del terremoto.

Intanto, qualche post di Facebook mi strappa un sorriso. Sfondo nero, testo breve, quasi un tweet. “Chi sa dirmi se le eventuali uscite da casa per eventi tellurici possono rientrare nello stato di necessità? Chiedo per un amico.”; un altro burlone, su sfondo celestino, scrive che “La Protezione Civile segnala scossa antivirus a nord ovest della Puglia.”

Meno male che ci sono i social…

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