Cirque du Soleil, la bancarotta dei sogni e dell’immaginazione. Se il circo chiude e la giostra non gira più

by Mariella Di Monte

Per mettere alla prova la realtà, diceva Oscar Wilde, dobbiamo vederla sulla fune del circo. Il tempo della post pandemia è fatto, un po’ per tutti, di acrobazie per sostenere il peso di un presente distopico, che sembra uscito dalle pagine di un fantasy angosciante. Una realtà talmente brutta e pesante che nemmeno gli acrobati del Cirque du Soleil sono riusciti a reggersi in equilibrio. È di poche ore fa la notizia che, dopo trentasei anni di successi in tutto il mondo, il tendone dei sogni ha fatto ricorso alla bancarotta assistita e ha licenziato, già da marzo, il 95% dei suoi quattromilacinquecento dipendenti.

Una storia, quella del Cirque du Soleil, in cui si mescolano fantasia, fiuto per gli affari, spirito visionario e amore per la libertà di un giovane guitto di Montreal, Guy Laliberté, che negli anni ’80 girava per il Canada facendo il trampoliere e il mangiafuoco e che oggi è un ricchissimo mecenate.

Ma se il rovescio finanziario del circo più grande di tutti ha calamitato l’attenzione mondiale dei media, ci sono molte altre realtà, più piccole e vicine a noi, che non fanno notizia ma che ugualmente soffrono i malefici effetti della gestione del Coronavirus, senza neppure la possibilità di far sentire il loro grido di dolore. I giostrai, per esempio.

Tutti noi adulti siamo stati bambini, e sulle giostre abbiamo vissuto piccoli sogni: cavalcare un focoso destriero, viaggiare per il mondo sul trenino, pilotare un aereo e, più tardi, provare l’ebbrezza del volo sui seggiolini, sfidare la forza centrifuga sul Tagadà, la paura dei vari tunnel dell’orrore e il batticuore delle montagne russe. Esperienze che abbiamo condiviso dapprima con i genitori, poi con gli amici e con i primi amori, che hanno fatto librare in alto la fantasia e colorato di tinte allegre e vivaci le nostre feste patronali e i nostri ricordi.

Ma la pandemia ha fermato anche le sagre e le giostre, fino a ieri. La categoria sembrava non interessare a nessuno. Lo sottolinea, in un accorato e drammatico post su Facebook, Antonio Cirignano, un ragazzo di San Severo che appartiene ad una famiglia di giostrai da generazioni ed è padre di tre splendide bimbe, Wanda, Mayra e la piccola Megan, nata pochi giorni fa.

“Discoteche aperte, e lo rispettiamo, perché è un diritto di tutti il lavoro, ma poi niente sagre, giostre chiuse, aziende e famiglie pronte al fallimento per colpa del menefreghismo dei sindaci e di chi comanda, di chi decide quando e dove pensare al prossimo, come se il prossimo fosse un oggetto” – esordisce lo sfogo del giovane giostraio, che continua chiedendo – “…non siamo così importanti? Fatelo decidere alla gente che ci ama da tantissimi anni e chiede di noi, non decidetelo voi, perché non sapete prendervi responsabilità.”

Già, la responsabilità! Quella in nome della quale ci siamo fatti sottrarre i nostri diritti fondamentali più sacri: la libertà di movimento, quella di ricevere, frequentare e incontrare chi ci pare, perché ci hanno fatto intendere che erano in pericolo la nostra vita e quella degli altri. E ancora cercano di convincerci che dobbiamo evitare qualunque tipo di contatto, continuando a spargere un terrore che diviene ogni giorno più immotivato, e dicendoci che qualsiasi attenuazione del “distanziamento sociale” – espressione terribile per il retropensiero orrendo che tradisce – può essere pericolosa.

“…dicono che sia pericoloso” – continua infatti il giovane giostraio – “ma chi decide cosa è pericoloso e cosa non lo è? Voi? E con quale coerenza? Quale, se poi nelle piazze nessuno controlla il rispetto dei metri di distanza e, nei locali, le mascherine chi le ha va bene, chi no sticazzi? Chi siete voi per decidere chi deve lavorare e chi no? Chi siete voi per togliere alle persone l’amore per il lavoro, trasformandolo in ansia e agonia? Chi siete voi per rovinare la vita delle persone? La verità è che vorreste rappresentare i cittadini, ma poi siete i primi a farli morire di fame.”

Sulla storia delle distanze questo ragazzo tocca, in modo non so quanto consapevole, il vero tema cruciale di questi mesi post pandemici: la gestione delle conseguenze di un lockdown imposto in modo generalizzato all’intero Paese e mantenuto forse troppo a lungo, senza rendersi conto di quanto profondamente avrebbero inciso quelle settimane di chiusura totale sul tessuto economico della società e, quel che è peggio, senza avere la capacità di mettere in campo misure di sostegno efficaci per impedire che singoli e imprese, chiusa la serranda a marzo, non potessero mai più rialzarla. E così si sono portati interi settori “al fallimento, praticando solo e soltanto indifferenza totale” – chiosa ancora Antonio Cirignano – mentre il governo si produceva in un’altra invenzione istituzionale, quella degli Stati Generali di funesta memoria, per chi appena appena conosce un poco la storia, peraltro costati non poco alle esangui casse dell’erario e chiusi con un nulla di fatto.

Che il Coronavirus fosse molto cattivo, o che volessero farcelo sembrare ancora più cattivo di quanto in realtà non sia, lo avevamo capito. Quello che ancora non sapevamo, quando a marzo ci hanno segregati tutti in casa, era che ci avrebbero tenuto nel limbo della non vita a tempo indeterminato. Perché sospesi siamo ancora, in effetti. Ben oltre le scorrerie di un patogeno che, ad oggi, non solo non ha più evidenza clinica, come ripetuto da moltissimi scienziati, ma colpisce attraverso un meccanismo d’azione abbastanza chiaro, curabile con farmaci già disponibili sul mercato, poco costosi ed efficaci, evidentemente, visto che quasi non si contano più decessi.

Oltre all’economia, il sistema planetario del terrore, a quanto pare, vuole uccidere anche la nostra gioia di vivere e la fantasia di grandi e piccini: niente più circo, niente più giostre, niente più abbracci, rientro a scuola ancora in forse.

Il Cirque du Soleil e le aziende dei giostrai falliscono, insieme a quanti si occupano di intrattenimento e svaghi, ma salgono alle stelle i profitti di chi produce disinfettanti e mascherine, in attesa che l’ennesimo vaccino arricchisca ulteriormente le già potentissime majors farmaceutiche.

Ci vogliono tristi e divisi, senza la possibilità di sorridere e di abbracciarci, senza il vento nei capelli e le grida di gioioso terrore del luna-park, senza feste, senza allegria e senza sogni: la bancarotta dell’immaginazione e della gioia di vivere.

Una verità terribile ed acrobatica, che nessuno di noi avrebbe immaginato nel peggiore degli incubi, ma con cui dobbiamo fare i conti.

“Quando le verità diventano acrobate, allora le possiamo giudicare” chiosava quel guitto geniale di Oscar Wilde. Lui ebbe il coraggio di contravvenire le norme che la morale ancora bigotta della sua epoca imponeva e per questo pagò duramente, tuttavia indicandoci che la via della meditata e giusta ribellione può cambiare le cose e che abbiamo il diritto e il dovere di giudicare le azioni di chi, a vari livelli, abbiamo eletto perché rappresentasse le nostre istanze e tutelasse i nostri diritti, non perché venissero calpestati le une e gli altri.

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