Da Mani Pulite al Piave. Francesco Saverio Borrelli e la necessità della rivoluzione morale

by Mariella Di Monte

La morte di Francesco Saverio Borrelli, le dimissioni di Raffaele Cantone dalla presidenza dell’Autorità Nazionale Anticorruzione, l’orrore senza fondo di Bibbiano, l’arresto del primo sindaco leghista della Puglia e, sullo sfondo, lo scandalo del CSM e i primi rinvii a giudizio per l’indagine sul “Sistema Trani”. Eventi apparentemente lontani tra loro, ma uniti da un comune denominatore: lo Stato che diviene antistato e la necessità di combattere la corruzione imperante.

Nel 1992, l’inchiesta della Procura della Repubblica di Milano, passata alla storia col nome di “Mani Pulite”, rivelò agli italiani quello che tutti sospettavano, ma nessuno pensava si potesse dire, e men che meno dimostrare in un’aula di tribunale: la politica era corrotta, anzi completamente marcia, e i politici non erano “legibus soluti”.

Ventisette anni dopo, e pensando alla morte di Francesco Saverio Borrelli, la considerazione che viene alla mente è che alla mutata consapevolezza dell’opinione pubblica non è seguita, purtroppo, una sostanziale modifica delle cose. La politica era e resta marcia, anzi, se possibile, lo è ancora di più, visto che si è drammaticamente ridotto lo spessore culturale e civile di chi vi si dedica, mentre la magistratura è diventata essa stessa politica e corruzione, come l’affaire Palamara – CSM, il pozzo senza fondo dell’indagine sul “Sistema Trani” e il perverso sistema costruito attorno ai tribunale dei minori, con giudici onorari legati a doppio filo alle strutture deputate, dietro esorbitanti compensi, all’accoglienza dei piccoli strappati alle famiglie, stanno dimostrando.

 “Sento che un ciclo si è definitivamente concluso, anche per il manifestarsi di un diverso approccio culturale nei confronti dell’Anac e del suo ruolo”, scrive Raffaele Cantone nella lettera in cui annuncia che lascia l’Anac per rientrare nei ranghi della magistratura, ufficializzando una decisione di cui aveva informato nei giorni scorsi “il presidente della Repubblica, il presidente del Consiglio e vari esponenti del governo”. “È una decisione meditata e sofferta” dice ancora l’alto magistrato “credo sia giusto rientrare in ruolo in un momento così difficile per la vita della magistratura, che ho sempre considerato la mia casa”.

Parole che non incoraggiano all’ottimismo.

C’è qualcosa in cui possiamo ancora credere? C’è qualcosa su cui scommettere?

Ferma restando la presunzione di innocenza per quanti siano coinvolti, a vario titolo, negli ultimi fatti di cronaca, resta lo sgomento di veder crollare, dopo la fiducia nella politica, anche quella nella giustizia.

Viene alla mente la nota frase di Piero Calamandrei, accademico, giurista, politico fondatore del Partito d’Azione e membro dell’Assemblea Costituente.

“Quando per la porta della magistratura entra la politica, la giustizia esce dalla finestra.”

Come dargli torto, dopo aver letto le trascrizioni delle intercettazioni che riguardano i rapporti tra Luca Palamara, ex presidente dell’Associazione Nazionali Magistrati e poi membro del CSM, alcuni politici di primo piano, con cui concordava le nomine di magistrati graditi ai vertici delle più importanti procure d’Italia, e faccendieri di vario genere, con cui trattava la compravendita di sentenze su affari a parecchi zeri?

Eppure, arrendersi è impossibile. Senza una giustizia giusta, viene meno la stessa possibilità di esistenza della società. E perché la giustizia riesca a funzionare e ad essere giusta, c’è bisogno dell’apporto di tutti. L’idea che si possa vivere come monadi, o come scimmiette sagge – che non vedono, non sentono e non parlano – aspettandosi poi, quando magari ci si ritrova vittime di un reato predatorio, che altri trovino il coraggio di farsi testimoni di ciò che hanno visto e sanno, con ogni evidenza si rivela fallace.

Albert Einstein, che nella sua genialità non tralasciava di esaminare ogni aspetto del mondo fenomenico, dalla fisica alle dinamiche sociali, soleva dire che il mondo è il disastro che vediamo, non tanto per i guai combinati dai delinquenti, ma per l’inerzia dei giusti che se ne accorgono e stanno lì a guardare.

Un pensiero prezioso, sul quale ognuno di noi dovrebbe riflettere, perché lo Stato è un’entità collettiva, formata da ognuno di noi. I Romani la chiamavano res publica, cioè cosa di tutti. Come sempre, le parole sono importanti, perché danno il senso di una realtà che la fretta di noi moderni, spesso, non riesce a cogliere nella sua vera e materiale essenza. Allo Stato apparteniamo tutti, e non solo quelli di noi che, per professione, vivono tra i ranghi della Pubblica Amministrazione, e lo Stato appartiene ad ognuno di noi, indistintamente.

Prendendo atto della deriva della classe politica che ha preso il posto di quella distrutta dalla sua inchiesta, uno sconsolato Francesco Saverio Borrelli diceva nel 2011 che avrebbe voluto chiedere scusa per il disastro seguito a Mani Pulite, perché non valeva la pena di buttare all’aria il mondo precedente per ritrovarsi in quello attuale, ma l’ottimismo, si sa, difficilmente colora i giorni della vecchiaia. Prima di arrivarvi, lui stesso diceva che la giustizia vive in buona parte dall’ossigeno che proviene dalla collaborazione dei cittadini, ed è questa l’eredità che la storia di quest’uomo ci lascia. In principio fu la moglie di Mario Chiesa, poi tutti gli altri, a scendere: persone che hanno creduto di poter cambiare, con la loro testimonianza, lo stato delle cose, in nome di una comune appartenenza allo Stato, con la maiuscola.

Bisogna continuare a crederci e “resistere, resistere, resistere. Come sulla linea del Piave.” Dopo Caporetto venne la vittoria.

You may also like

Non è consentito copiare i contenuti di questa pagina.