Dalla Roma antica ad oggi: l’araba fenice della concussione

by Mariella Di Monte

Gli studenti di latino di ogni epoca hanno tradotto le Verrine, e quindi dovrebbero sapere del processo de pecuniis repetundis che vide imputato Gaio Licinio Verre, già propretore della Sicilia, i cui abitanti affidarono a Cicerone il compito di rappresentare l’accusa contro l’ex magistrato.

Ma cos’aveva commesso Verre? Più o meno quello che, ai giorni nostri, si contesta ad alcuni politici: la concussione, uno dei delitti più odiosi e allarmanti per la collettività. Particolarmente esecrabile, in quanto consumato nell’ambito di rapporti sociali che vedono il pubblico ufficiale in rapporto di preminenza e sovraordinazione rispetto alla vittima, essa è, in sostanza, una forma di estorsione qualificata e aggravata dalla funzione pubblica dell’agente che, da garante di un determinato bene giuridico nei confronti della collettività, si pone come offensore dello stesso bene giuridico nel rapporto col cittadino.

Il sistema giuridico italiano, a differenza della maggior parte degli ordinamenti europei e internazionali – che al suo posto contemplano, appunto, l’estorsione aggravata – conosce da sempre questa autonoma figura, che affonda le origini nella tradizione giuridica romana. È interessante, in questo senso, evidenziare come la parola concussione derivi dal verbo latino concutere, che indica il gesto di scuotere violentemente l’albero, al fine di farne cadere i frutti e raccoglierli. In senso traslato, il termine indicava il timore indotto dalla violenta pressione del pubblico ufficiale che, sfruttando la sua qualità e le sue funzioni, costringesse altri a dargli o promettere denaro o altra utilità.

I crimina repetundarum, cioè la varie forme di malversazione che i magistrati delle province perpetravano in danno di comunità o singoli individui, si concretizzavano negli atti con i quali il magistrato, strumentalizzando i propri poteri, estorceva, carpiva, sottraeva denaro od altri beni che volgeva poi in proprio vantaggio. Era un reato considerato grave, al punto da essere giudicato da un tribunale speciale, la “Quaestio perpetua de repetundis” o “quaestio de repetundis”.

Attualmente, tra i delitti dei pubblici ufficiali contro la pubblica amministrazione, la concussione è il reato più gravemente sanzionato, in ragione dei beni tutelati, che sono pubblici – buon andamento e imparzialità della pubblica amministrazione – e allo stesso tempo anche privati – tutela contro abusi di potere e lesioni della libertà di autodeterminazione. –

Una fattispecie antica, quindi, anche se molti italiani ricordano di averne sentito parlare per la prima volta nell’ambito della complessa vicenda passata alla storia come Mani Pulite o Tangentopoli, nomi con cui, a partire da un fascicolo aperto dalla Procura di Milano nel 1991, si indicano le indagini avviate dalle procure di tutta Italia negli anni Novanta, che vertevano sulle fraudolente collusioni tra politica e imprenditoria e che – per l’impatto mediatico e lo sdegno popolare che ne seguirono – determinarono lo scioglimento di due partiti storici – la Democrazia Cristiana e il Partito Socialista Italiano – e la fine della cosiddetta Prima Repubblica.

Reato antico e odioso, dicevamo, perché posto in essere da soggetti che distorcono il pubblico potere per mettere altri in soggezione, ma il cui fascino non sembra risentire dello scorrere dei millenni, a giudicare dalle ultimissime cronache nazionali e locali. Certi comportamenti inquinano, da sempre, la dialettica politica e contribuiscono ad alimentare il clima di odio sociale, oltre a dopare il mercato del lavoro, mettendo il merito a bordo campo e favorendo il più bieco e becero nepotismo.

Nella relazione finale di Raffaele Cantone, che lascia l’Anac per tornare in magistratura, si legge che il posto di lavoro “si configura come la nuova frontiera del pactum sceleris. Soprattutto al Sud, l’assunzione di coniugi, congiunti o soggetti comunque legati al corrotto (non di rado da ragioni clientelari) è stata riscontrata nel 13% dei casi. A seguire, a testimonianza del sopravvento di più sofisticate modalità criminali, si colloca l’assegnazione di prestazioni professionali (11%), specialmente sotto forma di consulenze, spesso conferite a persone o realtà giuridiche riconducibili al corrotto o in ogni caso compiacenti”.

L’assegnazione di un posto di lavoro a un parente o un sodale, oppure di una consulenza reale o fittizia fino ad arrivare alla concessione di ‘benefit’ come viaggi, cene, ristrutturazioni edilizie. Ed anche, talvolta, il soddisfacimento della richiesta di prestazioni sessuali. La corruzione in Italia si dematerializza, alla vecchia tangente si sostituisce spesso il pagamento con beni o servizi, più difficilmente dimostrabile come reato per gli inquirenti.

Dai tempi di Verre ad oggi, passando per la fine della cosiddetta Prima Repubblica; dalla tangente portata in valigia alle assunzioni pilotate: nulla di nuovo sotto il sole, malgrado le riforme, tra cui la legge 6 novembre 2012, n.190, abbiano elevato i limiti di pena edittali per la concussione, portando la reclusione da sei a dodici anni, oltre all’interdizione perpetua o temporanea dai pubblici uffici.

Le manette sono un deterrente non bastevole, a quanto pare, per impedire che i fenomeni corruttivi si rigenerino dalle proprie antiche e mai spente ceneri.

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