Dialetto Mon Amour. Ovvero, quando gli strafalcioni fanno bene all’umore

by Mariella Di Monte

C’era una volta il latino, parlato in un’area molto ampia e supportato, per secoli, dalla forza politica e militare dell’Impero, che lo aveva imposto e sovrapposto alle lingue preesistenti. Un impero che, verso la fine del II secolo dopo Cristo, inizia a vacillare sotto la pressione delle popolazioni barbariche che, dapprima con ripetute scorrerie lungo i confini e poi, man mano, con la migrazione all’interno degli stessi di interi popoli, nella parte occidentale crolla.

L’area che corrisponde, all’ingrosso, ai territori delle attuali Spagna (Hispania), Francia (Gallia), Portogallo (Lusitania), Inghilterra fino al Vallo di Adriano (Britannia), Svizzera (Helvetia), Belgio (Belgica), Austria e Ungheria (Pannonia e Norico), un tempo politicamente e linguisticamente unita, si frammenta ben presto in plurime unità. Inevitabilmente, il latino volgare, già diverso da quello letterario, inizia a diversificarsi ulteriormente e, con il progressivo isolamento delle singole comunità in epoca medioevale, assume varietà diversissime: vere e proprie lingue, dette “volgari”, ormai lontane sia da quella madre che dalle altre a cui la stessa ha dato origine. In ogni territorio, una di queste finirà per imporsi, in epoca moderna, come lingua ufficiale degli stati che oggi occupano i vecchi territori dell’Impero, degradando a dialetti tutte le altre parlate all’interno dei medesimi.

In Italia, per merito di Dante, Petrarca e Boccaccio, il volgare fiorentino – depurato delle particolarità più locali e arricchito dai contributi lessicali del provenzale dei trovatori, del siciliano parlato alla corte federiciana e del bolognese guinizelliano –  si afferma all’inizio come lingua solo letteraria, successivamente come lingua franca delle élites di tutta la penisola (in sostituzione del latino medievale) e finalmente, dopo l’Unità, come lingua ufficiale dello Stato.

E che ne è di tutte le altre lingue parlate in Italia? Esistono ancora: sono i dialetti contemporanei. Derivano anch’essi dal latino, che già si era stratificato sulle lingue preesistenti, tra cui il greco, hanno risentito delle dominazioni straniere, e si modificano costantemente in virtù dell’influsso dell’italiano stesso e dell’inglese, oggi lingua franca internazionale.

Varie sono le suddivisioni possibili per aree dialettali. Quello parlato nella parte alta della Capitanata appartiene, per grandi linee, all’area napoletana, conservando peculiarità caratteristiche in ragione degli apporti normanni, arabi e angioini, oltre a quelli provenienti dalla cultura magnogreca e dalle successive contaminazioni ispano-francesi. È impossibile trascrivere il nostro dialetto con i simboli utilizzati per l’italiano perché, anche a voler tacere d’altro, esso conosce ben quattordici suoni vocalici, in luogo dei sette che sono riconosciuti dal diagramma vocalico standard italiano. Il più noto di questi suoni e l’onnipresente scevà, cioè quel suono vocalico muto, foneticamente reso con la ë o con la ə, che sostituisce molte vocali sonore. Ad esempio, nella parola torremaggiorese a fundënë, la fontana, la scevà compare per ben due volte.

Altra particolarità del nostro dialetto riguarda, appunto, la sonorizzazione delle consonanti sorde poste dopo una nasale. In virtù di questa, la p, la c e la t diventano, rispettivamente, b, g e d: il compagno diventa ù cumbagnë, il dente diventa ù dendë e così via.Poco male, si dirà, ogni dialetto ha le sue caratteristiche peculiari.

In tempi di social, però, quando la voglia di esternare e comunicare si somma all’analfabetismo funzionale, presente in contesti talora insospettabili, gli svarioni sono dietro l’angolo. Se a tutto questo si somma il pericolo imminente ed immanente, si raggiungono notevoli vette di ilarità.

In un comunicato stampa ufficiale riguardante il presunto avvistamento di un grosso felino, si parlava di “pandera”. A pochi giorni di distanza, la psicosi da Covid-19 ha colpito anche l’alta Capitanata: un “paziende” si è “presendato” all’Ospedale “Masselli-Mascia” di San Severo con una polmonite sospetta. Panico su Facebook, ma più di qualcuno rassicura i suoi concittadini: sissignore, è vero, ma il “paziende” è stato “prondamende” trasportato a Bari per l’esame del “tambone”. Inutile dire che, di questi “tembi”, la prudenza non è mai troppa e che, per non correre rischi, è meglio restare “sembre” informati, ma senza andare nel panico e senza lasciarsi “imbressionare”. In fondo, per chi non ha particolari “combligazioni” di salute, non c’è alcun pericolo.

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