Dietro le sbarre ogni cosa fa più paura

by Mariella Di Monte

Ho iniziato la carriera in polizia penitenziaria e, per un colpo di fortuna, mi fu offerta la possibilità di essere addetta ai servizi civili. Fu così che mi ritrovai a dirigere la segreteria del personale del Centro di Servizio Sociale per Adulti, ora Ufficio Esecuzione Penale Esterna, di Napoli. La mia sede di lavoro si trovava ai Colli Aminei, praticamente alle spalle della Reggia di Capodimonte, pur essendo, dal punto di vista amministrativo, un’articolazione del carcere di Poggioreale.

Fresca di laurea, poco più che venticinquenne, quell’esperienza mi formò profondamente e mi inculcò alcuni convincimenti fondamentali, il primo dei quali fu, ed è tuttora, che finire ospite delle patrie galere sia tra le cose peggiori che possono capitare nella vita.

Chi non è mai entrato in un carcere non immagina quanta angoscia trasudi, in qui luoghi, perfino dalle pareti degli uffici amministrativi.

Ogni mattina, quindi, passavo davanti alla garitta con l’agente di turno, a cui mostrare il tesserino. Col trascorrere delle settimane, man mano che divenni un viso conosciuto, l’adempimento fu sostituito dal semplice “buongiorno”, propedeutico all’apertura del primo cancello, quello che immetteva su un vialetto anche abbastanza curato e che, però, mi si richiudeva immediatamente alle spalle con un sinistro clangore. Alla fine del vialetto c’erano un paio di gradini e un’altra cancellata, a fianco della quale un’altra garitta e un altro agente erano preposti al controllo di chi entrava. Nella stessa palazzina erano ubicati vari uffici dell’amministrazione penitenziaria, il tribunale per i minorenni e il centro di prima accoglienza per gli stessi, dov’erano le celle per gli arrestati in attesa dell’udienza di convalida. Ad avvocati e parenti dei ragazzi che vi erano rinchiusi veniva rilasciato un pass numerato da un altro agente, che aveva lo sportello nella terra di nessuno tra l’ingresso e il resto della struttura, per accedere alla quale vi era un ulteriore cancello. In pratica, oltrepassato il secondo cancello, e prima di varcare il terzo, c’era da farsi identificare.

A piano terra c’erano gli uffici amministrativi, le celle del C.P.A. e gli ascensori che portavano al primo piano – dov’erano le aule di udienza – accessibili con una scheda magnetica a disposizione unicamente del personale. In presenza di disabili, un agente della penitenziaria si occupava di accompagnarli.

Insomma, perfino noi impiegati dovevamo fare, ogni mattina, un mezzo percorso di guerra, che bastava a far calare una cappa di grigio sul resto della giornata.

I colleghi, in compenso, tutti ex agenti o graduati della penitenziaria, transitati ai servizi civili dopo anni con il manganello al fianco, erano autentiche sorgenti di saggezza. Da loro ho imparato ogni genere di cose, alcune delle quali apparentemente bizzarre: come procurarsi la febbre, come aprire una porta blindata usando una scheda telefonica, come accorgersi se l’interlocutore mente, osservandogli i piedi o le mani, come nascondersi addosso soldi o pezzi di carta, e tanto altro ancora.

Almeno una volta al mese mi toccava andare a Poggioreale, per ritirare documenti che ancora non si spedivano in via telematica e per consegnare le presenze del personale, in base alle quali veniva calcolata l’indennità di amministrazione, anche quella non ancora informatizzata. Non aspettavo con gioia quelle giornate. I tre cancelli dell’ufficio ai Colli Aminei erano oro, in confronto alle modalità di accesso a quel carcere, per non parlare dell’impressione che ogni volta mi produceva osservarne dal basso i padiglioni.

La maggior parte delle strutture carcerarie sono costruite secondo il modello del Panopticon o panottico, ideato e progettato nel 1791 dal filosofo e giurista Jeremy Bentham. Il concetto che ispira questo tipo di progettazione è quello di permettere a un unico sorvegliante di osservare (ὀπτικός = opticon) tutti (παν = pan) i soggetti ristretti in una istituzione carceraria, senza permettere a questi di capire se siano in quel momento controllati o no. Il nome si riferisce anche ad Argo Panoptes della mitologia Greca: un gigante con un centinaio di occhi, considerato perciò un ottimo guardiano. Insomma, una negazione, in nuce, del diritto alla privacy, oltre che della libertà di movimento. Il tutto aggravato dalle condizioni di sovraffollamento e di promiscuità delle celle, con letti a castello, servizi all’aperto e una media di otto-dieci persone a cella.

Sentivo sulla pelle la sofferenza di quella gente e pensavo che molti di loro, se avessero potuto vedere l’interno di un carcere prima di finirvi, forse si sarebbero guardati dal commettere delitti. In quelle condizioni, i colloqui con i familiari e con gli educatori sono l’unico spazio di umanità che residua; esserne privati, per qualsiasi ragione, equivale a percepire di essere già morti del tutto.

Anni dopo, divenuta assessore alle politiche sociali della città di San Severo, ricevetti la visita di un pluripregiudicato, di cui avevo passato in esecuzione alcune condanne come dirigente della cancelleria penale del tribunale di Foggia. Era stato in cella un tempo sufficiente a prendere diploma superiore e laurea in giurisprudenza e, parlando in modo assai forbito, mi raccontò brevemente la sua storia. Terminò facendomi una proposta.

“Avevo sedici anni quando sono stato arrestato la prima volta, andavo regolarmente alle superiori. Concorso in rapina ed omicidio. Facevo il palo, ma presi dodici anni. A volte si comincia per caso, perfino per noia. Non si pensa a quello che può accadere. Ora ho quarantasei anni, e ventidue li ho fatti di galera. Assessore, mi dia l’opportunità di andare a parlarne nelle scuole. Credo che si chiami prevenzione…”

Ne parlammo in più di un colloquio e ne riferii anche all’allora assessore alla legalità, Michele Emiliano, che mi incoraggiò a strutturare un progetto sul modello di quello che a Bari, durante i suoi due mandati da sindaco, prese il nome di “Ufficio per la repressione non violenta della criminalità”. Era una delle cose che avevo intenzione di portare avanti, e Dio solo sa se sarebbe stato superfluo, con quello che stiamo vedendo e anche alla luce dell’odierno episodio di evasione da molte carceri italiane, dopo che l’emergenza Coronavirus ha indotto a sospendere, tra le altre cose, i colloqui dei detenuti con educatori e familiari.

La “pedagogia criminale” va combattuta anche e soprattutto educando le giovani generazioni e portando loro esempi concreti delle conseguenze del delinquere ma, nel frattempo, per chi ha sbagliato deve soccorrere almeno la pietas e la considerazione, nel varare misure emergenziali, dell’impatto che una simile, estrema privazione dell’ultimo barlume di umanità può avere su soggetti già provati da ogni genere di restrizione.

Quando questa buriana sarà passata, vista anche  la difficoltà riscontrata nel convincere soprattutto giovani e giovanissimi a rispettare le raccomandazioni miranti a contenere la diffusione del contagio, sarà forse opportuno ripensare alla necessità di portare le società civile nelle carceri, organizzando visite guidate per i ragazzi delle scuole. Con il progressivo abbassarsi dell’età media in cui si inizia a delinquere, e con le allarmanti statistiche sulla dispersione scolastica, fin dalle scuole medie sarebbe opportuno che le uscite delle scolaresche – che si dicono di istruzione ma, troppo spesso, sono di mera distrazione – fossero finalizzate ad educare alla legalità. E cosa c’è di meglio che vedere dove conduce l’illegalità?

You may also like

Non è consentito copiare i contenuti di questa pagina.