Direttrice, va bene. Il resto non sempre

by Mariella Di Monte

Sul mio timbro, quello che uso in tribunale per siglare gli atti, c’è scritto “Il Direttore Amministrativo” e devo ammettere che finora non avevo mai fatto caso al fatto che la qualifica fosse declinata al maschile, anche se il termine “Direttrice” esiste da sempre e non è una forzatura di quelle che suonano male, come presidentessa, dirigentessa (boh, se potrà di’?), architetta, ingegnera o magistrata. L’avvocata – non l’avvocatessa, che trovo orribile proprio dal punto di vista linguistico – fa campo a sé: mi fa un pochino ridere, ma tecnicamente e linguisticamente è del tutto corretto, sia in latino che in italiano. Ci si rivolge infatti alla Madonna chiamandola “Avvocata nostra”, e anche questo contribuisce a farmi sorridere quando sento una donna che vuol sentirsi chiamare così.

Presidente e dirigente, invece, tecnicamente sono participi presenti, come assente, negligente, fuorviante, rappresentante, giudicante e requirente, tanto per restare nell’ambito che mi è più familiare.

Ma ve l’immaginate, dico, un docente che fa l’appello e le ragazze rispondono “presenta” o “presentessa”? E quando una delle compagne di classe è a casa con il raffreddore che si fa? Si dice “assenta” o “assentessa”?

E vogliamo parlare della donna che, dovendo motivare una sentenza, dovesse scrivere “alla luce delle risultanze dibattimentali ritiene questa giudicanta…” O giudicantessa?

Quando ho amministrato non mi irretiva l’idea dell’assessora, come spesso si usa dire in segno di finto riguardo alle donne che poi, nella pratica politica quotidiana, vengono discriminate in mille modi: giunte e consigli comunali convocati sempre a tarda sera – quando si sa bene che noialtre, se non abbiamo ceduto alla tentazione di mettere da parte famiglia e maternità, siamo impegnate tra casa e figli – e conversazioni che si interrompono quando nella stanza del sindaco entra una donna, perché amministrare sì, magari anche prendendosi rogne che i maschietti sono ben felici di delegare, ma quando c’è da fare cofecchie è meglio che le femminucce stiano fuori. 

Quando sono stata eletta nella RSU del tribunale di Foggia, con gran dispetto del presidente dell’epoca, ho stabilito il primato di essere la prima donna a riuscirci candidandosi nel sindacato dei dirigenti e direttivi, che di iscritti ne conta sempre pochissimi. La mia era considerata una candidatura di bandiera e nessuno immaginava che avrei raccolto un larghissimo consenso tra assistenti giudiziari e operatori, formalmente miei subordinati ma convinti che avrei rappresentato le loro istanze e i loro problemi meglio di altri. E lo feci davvero, tanto che, per liberarsi di una rappresentanta (o rappresentantessa?) assai decisa e puntigliosa, il grande capo – classico maschilista sempre prodigo di complimenti per le donne che vedeva belle – convocò le riunioni della rappresentanza sindacale unitaria alle venti, sapendo bene che abitavo a quaranta chilometri da Foggia e avevo figli piccoli.

Beatrice Venezi ha sbagliato nel merito, perché Direttore d’orchestra è una qualifica di quelle che si possono declinare al femminile senza coprirsi di ridicolo, e bene ha fatto la sua collega Gianna Fratta a riprenderla in modo anche abbastanza aspro, ma le intemerate di boldriniana memoria che violentano la lingua senza portare alcun sostanziale vantaggio alle donne sanno di quel politically correct che di danni ne sta facendo tanti.

Volendo allargare lo sguardo oltre la mera terminologia, anche le quote rosa e il femminicidio – che tante donne credono una conquista e un segnale di attenzione da parte dell’altra metà del cielo – rischiano di risolversi in quella che dalle nostre parti si chiama “lavatura di faccia”, cioè cortesia fatta controvoglia e priva di reale significato.

A che serve prevedere nella formazione delle liste l’obbligo alla presenza di un certo numero di donne, se poi nelle competizioni che contano – quelle col listino bloccato, per intenderci – nei posti chiave ci sono sempre i soliti uomini o, al massimo, donne che ne fanno le veci, come mogli, sorelle, amanti?

E se è vero com’è vero che una donna in stato di gravidanza è in condizione di minorata difesa e, dunque, ben può configurarsi la previsione di una specifica aggravante per chi attenti alla sua vita o alla sua incolumità individuale e libertà personale, l’idea corrente che siano solo gli uomini a commettere altri specifici reati come lo stalking è smentita ogni giorno da chi lavora in contesti come il mio: le donne sanno essere moleste e violente quanto e più degli uomini, soprattutto da quando, in nome di un malinteso concetto di uguaglianza, hanno creduto di elevarsi, come genere, assumendone i peggiori difetti.

Ecco, sul mio timbro in tribunale c’è scritto “Il Direttore Amministrativo” e, sebbene sia una qualifica declinabile, non ci avevo mai pensato. Forse perché ho passato una vita a sgomitare, prima in famiglia, per dimostrare che non ero da meno di mio fratello e avevo il suo stesso diritto di coltivare aspirazioni che andassero oltre quella di trovare un marito e farci dei figli, poi a scuola e nel lavoro, per dimostrare che valevo quanto i miei colleghi maschi. E, a differenza loro, ho dovuto anche barcamenarmi tra il desiderio di mostrarmi esteticamente gradevole – col rischio di trovarmi sul culo la mano del maschietto di turno – e la stanchezza di dover difendere l’avamposto professionale conciliandolo con la famiglia.

Ora che ci penso, però, anche se il termine italiano corrispondente c’è, mi sta bene continuare ad essere “Il Direttore Amministrativo”: la vera parità di genere arriverà quando avremo asili pubblici per tutti, orario flessibile, smart working e part-time accessibile a tutte. Fino ad allora, preferisco rapportarmi con gli uomini da pari a pari, da direttore a direttore.

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