Eia eia, Al-Alain! Il più bel fascista del reame

by Mariella Di Monte

E diciamolo, senza ipocrisie: tutte noi avremmo voluto essere al posto di Romy Schneider, di Monica Vitti, di Dalida o di una delle tante altre coprotagoniste che, almeno sul set, hanno potuto perdersi nei suoi meravigliosi occhi azzurri, accarezzare il suo profilo divino, mordicchiare un lobo delle sue orecchie – ché pure quelle erano perfette – appoggiargli la testa sul petto largo e glabro. Perché Alain Delon non si discute: si ama e basta.

Come si ama l’Assoluto, quel “Massim Fattor” di manzoniana memoria “che volle in lui del creator suo spirito più vasta orma stampar”. Perché Alain si ammira come un bronzo di Riace, come il David di Donatello. Perché Alain è un capolavoro fatto di carne, un termine di paragone da cui il resto degli uomini non può che uscire perdente. Perché ognuna di noi ha sognato di essere Claudia Cardinale che arriva trafelata, mentre tuoni e fulmini squarciano l’aria, e di essere presa per mano dal giovane principe Falconeri di Salina.

– Tieni – le sussurra, infilandole un anello al dito – un omaggio dal tuo Tancredi. – E poi la bacia in modo appassionato.

Ognuna di noi ha chiuso gli occhi ed assaporato quel bacio, senza discutere e senza scomodare sovrastrutture ideologiche e culturali.

– Voglio vedere la lingua, ragazzi – pare che dicesse Luchino Visconti ai due attori. E noi gliela avremmo fatta vedere, e non solo quella.

Poi passano gli anni. L’icona del cinema mondiale, forse l’unica rimasta di quella grandezza, arriva agli ottanta e li supera brillantemente. Sempre strafottente, elegantissimo, galante: – Amo le donne, le amo tutte. Senza di loro non sarei mai esistito. E no, non ho capito subito che la bellezza era un’arma, altrimenti non avrei cominciato lavorando nella salumeria del mio patrigno. Una sera, era il ’57, fui presentato alla moglie di Yves Allégret. Mi disse che ero esattamente il tipo che suo marito stava cercando per il suo prossimo film. Accettai solo per farle piacere.

A sessantadue anni da allora, la giuria di Cannes decreta di assegnare la Palma d’Oro alla carriera all’indimenticabile protagonista del Gattopardo, Rocco e i suoi fratelli, Borsalino, La piscina, La prima notte di quiete e tanti altri titoli ancora. Cosa buona e giusta, dico io e, insieme a me, milioni di donne in tutto il mondo, di tutte le età e di tutte le condizioni sociali. E invece no. Insorge l’associazione femminista Women and Hollywood, che si fa promotrice di una petizione online per revocare il premio al grande attore.

Il delegato generale del festival, Thierry Fremaux, nel tentativo di placare le polemiche, fa notare che non gli stanno conferendo il Nobel per la pace, ma rendendo omaggio ai suoi indiscutibili successi cinematografici, che nulla hanno a che vedere con le sue opinioni politiche o con le sue amicizie personali. Ma le virago vanno avanti e la petizione arriva a raccogliere più di ventimila firme.

Perché un simile accanimento? Perché, a dire di queste signore, Alain Delon ha affermato pubblicamente di essere contro le adozioni da parte delle coppie gay. Peggio ancora, ha detto che le donne, all’occorrenza, vanno schiaffeggiate. E, cosa ancora più imperdonabile, simpatizza per l’estrema destra ed è amico personale di Jean-Marie Le Pen, suo commilitone ai tempi del servizio di leva, e ritiene che vada messo un freno all’immigrazione incontrollata.

Omofobo, misogino, fascista, razzista. Alain…

Ma allora ditelo che non siete donne! Ditelo che il femminismo è contro natura, ditelo che siete zitelle acide!

E fa bene lui, il divino, a rilasciare una lunga intervista al quotidiano Nice Matine, nella quale non presta il fianco alle frigide vestali del politicamente corretto e ripercorre con nostalgia il tempo che passa – dannazione come passa! – e mentre credi di avere ancora cinquant’anni una mattina ti svegli e – bella ciao! – gli anni son diventati ottantatré. E sì, ti senti il leone selvaggio di sempre, ma la bellezza non c’è più. E Romy è morta da tanto tempo, troppo.

Come non ricordare il romantico, struggente messaggio pubblicato su Le Figaro il 23 settembre dell’anno scorso?

“Rosemarie Albach –Retty, detta Romy Schneider avrebbe ottanta anni oggi, domenica 23 settembre. Chi l’ha amata e l’ama ancora le rivolga un pensiero. Grazie. Alain Delon”. Poche parole che hanno commosso tutte noi e ci hanno mostrato che anche il più bello e impossibile degli uomini si è innamorato davvero, almeno una volta. Ma sul serio quattro femministe pensano di poter decretare la damnatio memoriae di un’icona, in nome di un politicamente corretto che ormai censura tutto e tutto copre con la sua soffocante cappa di intolleranza? Nessuna manifestazione del libero pensiero è immune dagli attacchi di questo squadrismo sinistroide, insensibile perfino al ridicolo e sempre a caccia di nuove streghe da bruciare, in un parossismo di furore degno di miglior causa, che dal Salone del Libro di Torino al Festival di Cannes, passando per l’Arena di Verona, chiede sempre nuovi sacrifici umani.

La giuria di Cannes, per fortuna, non retrocede e ad Alain Delon andrà la Palma d’Oro per una carriera fulgida, che nessun isterismo di donnette sovraeccitate può obliterare.

Dalle colonne di Repubblica, finanche una icona vera del femminismo come Natalia Aspesi ha parole di rimprovero per le sciagurate di Women and Hollywood: – Alain è fascistissimo, ma cambiate bersaglio.

Sì, perché vedete, care le mie vestali del pensiero unico e politicamente corretto, che affiancare il volto d’angelo di Alain Delon al mostro di un’ideologia certamente perniciosa finirà per far diventare desiderabili i fascisti, nella speranza che almeno un poco gli somiglino.

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