Essere un’Epifania è cosa di cui andar fiere. Checché ne pensino gli uomini

by Mariella Di Monte

Come al solito, in questa giornata, ci tocca fronteggiare gli sciocchi auguri maschili, che vedono nella Befana a cavallo di una scopa qualcosa di cui sorridere.

E allora vediamo un po’ di capire se davvero questa vecchina è davvero tanto brutta e sciatta o se, piuttosto, essere una Epifania non sia qualcosa a cui aspirare.

Secondo la tradizione, nella fredda notte in cui i Re Magi seguivano la cometa, ad un tratto persero la strada e chiesero informazioni ad una vecchietta, che indicò loro il cammino. La donna rifiutò di unirsi alla spedizione, ma presto si pentì di non averli seguiti, preparò un sacco pieno di dolci e si avviò a cercarli, per raggiungere anch’essa la grotta. Nel tentativo di ritrovare la carovana dei re venuti da lontano, la poverina bussò a tutte le porte e regalò dolcetti ad ogni bambino che incontrava, sempre sperando che ognuno di essi potesse essere Gesù bambino.

Ma Befana ed Epifania sono la stessa cosa?

Nel suo significato originale, il secondo termine è di quelli importanti, di grande caratura.

Con la parola πιφάνεια, infatti, i greci indicavano delle feste dedicate a particolari divinità, che in tali occasioni si manifestavano, rivelando la loro natura e potenza.

La tradizione cristiana, come avvenuto per molte altre ricorrenze, a cominciare dal Natale, non ha fatto altro che sovrapporsi ad antichi riti pagani, in un continuum spirituale che rende conto di archetipi collettivi antichi quanto l’uomo.

Un concetto, quello di rivelazione, reso letterariamente celebre da James Joyce nei suoi “Racconti di Dublino”: un gesto, un’esperienza, un’immagine, che improvvisamente portano un personaggio ad una profonda riconsiderazione di sé. Un improvviso svelamento che riesce a rimettere a posto tessere sparse di un puzzle lungo tutta la vita, una illuminazione che, per la sua profondità, ha qualcosa di mistico, di divino, nella misura in cui rivela collegamenti profondi e insospettabili tra cose apparentemente lontane, mettendo in relazione piani diversi del discorso, risalendo dal materiale allo spirituale e viceversa.

Un po’ come accadde ai Re Magi, dunque, che osservavano gli astri alla ricerca di una vera luce e, all’apparire della cometa, si avviarono per seguirne il corso, ritrovandosi al cospetto di un bambino nato in circostanze improbabili, da una ragazzina e da un uomo anziano, di fronte al quale uomini e animali già si inchinavano, riconoscendo in lui “del creator Suo spirito più vasta orma”.

Un bambino in fasce che non fa nulla di particolare, anche se una stella guida fino a lui re colti ed eruditi, che dal presentarsi al suo cospetto ricevono però un riconoscimento, in un gioco quasi di specchi, a rendere manifesto il processo di creazione del Sé attraverso l’incontro dell’Io con l’Altro.

Ognuno di noi, in fondo, è la somma di ciò che percepisce di Sé e di quanto il mondo esterno gli rimanda come riconoscimento. E tutti abbiamo avuto una o più incontri che ci hanno cambiato nel profondo, restituendoci ad una diversa e più articolata consapevolezza.

I Magi fanno visita anche ai comuni mortali e, quando sono riconosciuti, portano doni di incommensurabile valore: l’oro, il metallo prezioso dei re, che dai loro sudditi ricevono tributi ma avrebbero il dovere etico di redistribuirli in modo caritatevole e perequativo; l’incenso, da sempre utilizzato durante le cerimonie religiose, e dunque bruciato a divinità in cui aver fede, ma che abbiano a loro volta fede in sé; la mirra, resina profumatissima utilizzata per conservare le mummie e per le sue proprietà analgesiche e antisettiche, a indicare la mortalità dell’uomo ma anche l’imperitura forza dell’amore e della volontà.

Cosa c’è di più gratificante che pensare di poter essere, per qualcuno e per noi stessi, una rivelazione, qualcosa che apre le porte della più ampia conoscenza di sé?

E allora ben vengano anche gli auguri, ma di essere epifanie e non befane.

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