Eva contro Eva. Ovvero, le donne e la politica in Italia

by Mariella Di Monte

“Scrofa. Palla di lardo. Cesso ambulante. Vacca. Peppa Pig. Sbaglio di natura. Spero ti stuprino. Anzi no, per rispetto allo stupratore. E poi saresti contenta, che tanto a te sennò chi ti si scopa. Scaldabagno con le gambe. Tro*a schifosa. Ti vedo e vomito. È chiaro perché tu voglia i ne*ri in Italia. Fai ca*are, maiala. Mettiti a dieta. Vai in giro col burqa. Non ti insulto che ti ha già insultata la natura. Madonna se sei brutta. Sei più bella che intelligente. Povero il tuo compagno, che ogni mattina si sveglia e deve vederti. Ma poi tu mica lo avrai un compagno. Sarai lesbica come minimo. Faccia di mer*a. Dovresti solo stare zitta.

Sono sui socialmedia da 11 anni, ma quello che mi sono sentita dire negli ultimi 14 mesi non ha precedenti. 14 mesi. Tanto è durato il governo uscente, tanto è durato il processo di promozione dell’insulto da bar a linguaggio istituzionale.”

Il post di Michela Murgia, che in poche ore ha raccolto decine di migliaia di reazioni e condivisioni, riapre il discorso sul rapporto tra le donne – rectius: il corpo delle donne – e la politica.

A differenza della Murgia, penso che il problema non sia da ricollegare ad una sola parte politica. Valgano, in tal senso, gli insulti rivolti a Giorgia Meloni dall’ex brigatista rosso Raimondo Etro, che ha pubblicato una foto della parlamentare e leader di Fratelli d’Italia incinta, accompagnandola con una frase pesantissima: “Certo che ci vuole un bel coraggio a gonfiare una nana sgraziata coatta fascia”.

Donne viste ancora, dunque, solo come un corpo. E vengono in mente la celeberrima frase di Antonio Albanese – Cetto Laqualunque: “Le donne non devono entrare in politica. Semmai, è il politico che deve entrare nelle donne!” e la maglietta rossa indossata dal vice sindaco leghista di Roverè, in provincia di Verona, su cui campeggia la scritta SE NON PUOI SEDURLA …PUOI SEDARLA.

Donne che DEVONO essere belle e aggraziate, pena la esposizione al “bodyshaming” che, riprendo la Murgia, significa “denigrazione del corpo, ma in realtà serve ad annichilire lo spirito. Sulle donne ha un impatto violentissimo, perché nella nostra società il corpo femminile è demanio pubblico. Continuamente sottoposto a giudizio, è usato come rappresentazione e incarnazione di valore (o disvalore) collettivo ed è il bersaglio primo di ogni attacco alle donne dissenzienti.” Donne che, anche in politica, sono soprattutto un corpo. Le liste per il parlamento, nella parte destinata alle “quote rosa”, sono diventate passerelle per sfilate: donne assetate di potere – spesso mogli, sorelle, cognate, compagne di uomini già potenti – che del corpo si sono servite per scalarne a loro volta i gradini e che hanno dovuto aspettare di raggiungerlo per dimostrare, talora, che in quel corpo abitava un cervello di prim’ordine. Donne che, spesso, sono state feroci come e più degli uomini nei confronti delle altre donne e che, anzi, degli uomini si son servite contro altre donne. Donne che non hanno fatto molto onore all’altra metà del cielo e che sono, anzi, la vergogna del nostro genere.

Nella risoluzione dell’eterno dilemma tra essere donne ed essere “femmine”, secondo la costruzione maschilista che millenni di sottomissione ci hanno cucito addosso, si gioca la possibilità di costruire un futuro politico praticabile. Perché se è vero, come è vero, che la donna è anche un utero, e che la maternità è per molte di noi un passaggio ineludibile – dal punto di vista etologico, ancor prima che antropologico o sociologico – è anche vero che, numericamente, rappresentiamo la maggioranza della popolazione e che su di noi grava, tutt’ora, la maggior parte del peso della famiglia, a cui il modello patriarcale ancora dominante tende a relegarci.

Rimuovere gli ostacoli che la società ancora ci pone, in termini di conciliazione tra i tempi della famiglia e quelli del lavoro e dell’impegno politico, è il primo passo per restituirci dignità e per favorire davvero la pari opportunità nei luoghi della politica, dei partiti e anche del lavoro. Parimenti, restituire dignità al nostro corpo, qualsiasi forma esso abbia, è il prerequisito per rivendicare il diritto alla vera libertà sessuale, che è altra cosa rispetto all’attuale svendita di corpi femminili patinati, da ostentare sui social e da costruire in modo maniacale, continuando a puntare su di esso per tentare la scalata al potere, in qualsiasi ambito. Fino a quando il corpo delle donne sarà esibito, fino a quando le donne continueranno a servirsene come un mezzo di potere, da utilizzare contro altre donne, e fino a quando, anche nei partiti, i peggiori nemici delle donne saranno altre donne, non andremo molto lontane e la nostra società continuerà ad alimentare particolarismi e “razzismi” di ogni tipo.

Il meccanismo delle “quote rosa” ha prodotto, nella formazione delle giunte comunali e nelle nomine dei CDA degli enti da essi dipendenti, poco più che l’emergere di un ceto femminile legato a titolo personale ai potentati maschili. Emblematica, in tal senso, la nomina della leghista foggiana Raffaella Vacca quale assessore alle Politiche Sociali e della famiglia e le polemiche che ne sono seguite, con la quarantenne presa di mira sia perché espressione di Raimondo Ursitti – segretario generale dell’ente autonomo Fiera di Foggia e probabilmente per questo, più che per i pochi voti racimolati, considerato ancora un boss di cui tenere conto – sia per il curriculum che, oggettivamente, ha poco a che vedere con il delicato incarico conferitole ma che, se fosse stata uomo, difficilmente le sarebbe stato contestato.

Non è di espedienti normativi che abbiamo bisogno, ma della consapevolezza dei nostri diritti, che non passano attraverso l’esibizione e l’utilizzo del corpo, ma attraverso la costruzione di una solidarietà femminile che ancora non c’è e che la cultura maschilista da sempre scoraggia.

Nel 1971, nel corso delle votazioni parlamentari che portarono al Quirinale Giovanni Leone, spuntò un voto singolo per Ines Boffardi, deputata genovese della DC. Alla pronuncia di quel nome, un paio di parlamentari ironizzarono e furono redarguiti da Sandro Pertini, allora presidente della Camera: “C’è poco da ridere, onorevoli colleghi: anche una donna può diventare presidente, sapete?”

Da allora sembrano cambiate tante cose ma in Italia, alla prova dei fatti, nessuna donna è ancora diventata presidente del Consiglio e, quanto alla presidenza della Repubblica, l’unica vera candidatura femminile formalmente espressa e sostenuta fu, nel 1992, quella di Nilde Jotti.

Immersi nell’ennesima crisi di governo e leggendo i nomi che iniziano a circolare, salta agli occhi che in Italia la politica non sia fatta per le donne e che, di più, non sia amica delle donne. Forse perché le donne non sono ancora molto amiche delle altre donne?

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