Familismo amorale, il vero virus della nostra società

by Mariella Di Monte

La moglie del presidente della regione Lombardia, Attilio Fontana, è titolare insieme al fratello di un’azienda che produce camici ospedalieri e altri dispositivi di protezione. E cosa c’è di più normale, in piena emergenza Covid, che cercare di venderli proprio alla regione? Vabbè, poi lo scandalo monta e si cerca malamente di salvare capra e cavoli, camuffando la transazione, che valeva mezzo milione di euro, per una donazione.

Siamo ad inizio aprile, negli ospedali muoiono centinaia di persone al giorno, quasi tutte in Lombardia, ma questo non impedisce alle massime istituzioni di quel martoriato territorio di tener d’occhio, più che l’evolversi della pandemia, gli affari di famiglia.

Di ieri è, invece, la notizia dell’arresto per tangenti di Antonino Candela, l’uomo a cui la regione Sicilia aveva affidato il coordinamento dell’emergenza Covid. Già vicino all’ex presidente Crocetta, che lo aveva voluto a dirigere della Asp di Palermo, il supermanager era intimo anche di Giuseppe Lumia, detto “Richelieu”, ex presidente della Commissione parlamentare Antimafia, ed il suo nome era circolato, sotto il primo governo Conte, quale possibile commissario della Asp di Cosenza, l’azienda più importante della Calabria, quella che muove il maggior volume di denaro.

Due notizie di ordinaria – purtroppo – corruzione, che neppure in tempo di pandemia cede il passo a considerazioni di ordine superiore.

In un saggio del 1958, il ricercatore americano Edward C. Banfield studiò le dinamiche di un paesino arretrato in provincia di Cosenza, Chiaromonte, a cui fu dato il nome di Montegrano per ovvie ragioni di discrezione. Alle prese con le durissime condizioni di vita del secondo dopoguerra, gli abitanti del luogo sembravano incapaci di mettere in campo forme di cooperazione che potessero migliorare il loro territorio e, dunque, innalzare il loro tenore di vita.

Già da oltre un secolo, Alexis de Tocqueville aveva ben compreso e teorizzato come la capacità umana di associarsi sia la fonte di tutti gli altri progressi, laddove l’arretratezza e la perdurante miseria di certe comunità derivano da motivi culturali, tra cui l’estremizzazione del concetto di legami familiari, ancora ritenuti prevalenti rispetto all’interesse collettivo.

Gli individui appartenenti ad un certo tipo di società, invece, sono unicamente preoccupati di massimizzare i vantaggi di breve termine per la propria famiglia nucleare, in un contesto in cui le altre famiglie si comportano esattamente allo stesso modo. Banfield chiamò “Familismo amorale” questo tipo di atteggiamento, e rinvenne proprio in quella strutturazione dell’etica dei rapporti familiari la causa dell’arretratezza e della miseria dei montegranesi. Familismo, in quanto l’individuo persegue unicamente l’interesse della sua famiglia nucleare, a-morale perché in tale ricerca della massimizzazione dei profitti per sé e per i propri più stretti congiunti non vi è spazio per un’etica della comunità che trascenda il gruppo tribale.

Va da sé che, partendo da un simile assunto, nessuno perseguirà il bene comune, se non per trarne un proprio vantaggio e chiunque rappresenti un’istituzione superiore verrà percepito comunque come un soggetto mirante ad ottenere dalla sua carica indebiti vantaggi. D’altra parte, cresciuti con simili convinzioni, anche quando chiamati ad occuparsi della cosa pubblica, i familisti amorali useranno la propria posizione contro il prossimo, quando ciò serva a garantire vantaggi a sé ed al proprio gruppo tribale, non disdegneranno di farsi corrompere, trasgrediranno la legge tutte le volte che sarà possibile, vesseranno i deboli e blandiranno i forti.

Esteso a tutti i settori della via pubblica, il familismo amorale produrrà carenza di veri leader politici, utilizzo distorto del voto – che sarà usato per garantirsi vantaggi materiali di breve termine, per pagare favori già ricevuti o punire chi non ha mantenuto quanto promesso – e instabilità a tutti i livelli.

Inutile dire che anche l’economia non beneficia di una concezione della vita che scoraggia la cooperazione e marginalizza chi ha visione più ampia del ridotto orizzonte tribale.

Il familismo amorale è diventato un τόπος (topos), luogo comune e schema descrittivo che, purtroppo, si adatta ancora a descrivere larga parte dell’etica e dell’approccio relazionale italiano, incapace di proiettarsi oltre l’angusto recinto del proprio “particulare” di guicciardiana memoria. Di più: un virus, il vero patogeno della nostra società e della politica che essa esprime. Incapace, anche di fronte ad una pandemia, di andare oltre, di scoprire i vantaggi di lungo periodo che possono derivare a tutti dal mettere momentaneamente da parte il proprio egoismo.

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