Giacomo Leopardi: un poeta oltre le barriere e la modernità de L’Infinito

by Mariella Di Monte

Non vivono fino alla morte se non quei molti che restano fanciulli tutta la vita.

Giacomo Leopardi

Ne “Il giovane favoloso”, un bravissimo Elio Germano recita in modo assai suggestivo il noto brano, tratto da una lettera che Giacomo Leopardi scrisse a Pietro Giordani nel 1819, ricordando “quel benedetto e beato tempo dov’io sperava e sognava la felicità, e sperando e sognando la godeva; ed è passato, né tornerà mai più, certo mai più; vedendo con eccessivo terrore che insieme colla fanciullezza è finito il mondo e la vita per me e per tutti quelli che pensano e sentono.”

Bambino prodigio, il giovane Giacomo vive una gioventù assai afflittiva, soprattutto per via dell’autoritarismo del padre Monaldo, conte dai modi assai rigidi. Ben presto, però, inizia a tessere rapporti con gli intellettuali del suo tempo, a cominciare da Pietro Giordani, e prende a coltivare il progetto di lasciare l’ambiente assai gretto e retrivo di Recanati. A ventuno anni, nel luglio del 1819, cerca di fuggire dalla casa paterna procurandosi un falso passaporto per il Lombardo-Veneto dal conte Saverio Broglio d’Ajano, amico di famiglia, ma il suo progetto viene scoperto dal padre e fallisce.

Al fallito tentativo di fuga seguono lunghi mesi di depressione, durante i quali il giovane Leopardi rimugina ed inizia ad elaborare una sua filosofia, che partendo dalla vanità delle speranze e dalla ineluttabilità del dolore arriva a superare e ad annullare entrambe.

Appartengono a quel tormentato periodo una serie di composizioni che poi verranno riunite e pubblicate con il titoli di “Idilli”: L’infinito, La sera del dì di festa, Alla luna.

Quest’anno, dunque, ricorre il bicentenario di alcuni tra i versi più noti del grande poeta.

“L’infinito” racconta di un graduale processo interiore, che parte da concrete esperienze sensoriali ed arriva ad immaginare spazi talmente illimitati da potervi sprofondare dentro, in una sorta di “viaggio” in cui la coscienza si annulla: da una siepe che limita lo sguardo, egli immagina “interminati spazi di là da quella, e sovrumani silenzi, e profondissima quiete” nella quale il pensiero quasi si smarrisce e “per poco il cor non si spaura”.

Ma, subito dopo, il vento che stormisce tra le piante riporta il poeta alla stagione presente, alla vita attuale, che egli percepisce in armonia con “l’eterno, e le morte stagioni”. Partendo ancora un dato di fatto reale, presente e limitato, il rumore del vento, la mente si perde nella considerazione di un diverso infinito, quello temporale, rappresentato dall’eternità e, nella contemplazione priva di orizzonti spazio-temporali, il pensiero sprofonda, ma questa volta senza paura, in una regressione quasi ancestrale “e naufragar m’è dolce in questo mare”.

Non è difficile immaginare il disagio e l’interiore senso di ribellione di questo ragazzo. Poco più che ventenne, desideroso di fuggire dall’atmosfera opprimente di una cittadina piccola e angusta per il suo spirito, già temprato dallo studio dei classici e della filosofia, formato dal pensiero illuminista e perciò votato al cosmopolitismo, egli è invece relegato con la forza a Recanati, mentre già sono evidenti i problemi fisici che lo accompagneranno per il resto della vita. Possiamo meravigliarci dell’emergere di una filosofia che viene correntemente definita come pessimismo cosmico? Tra problemi fisici, rapporti familiari freddi e formali con un padre autoritario e una madre bigotta, la vita asfittica di provincia e la complessiva arretratezza sociale e culturale dell’allora Stato Pontificio, davvero c’era poco che potesse rallegrare un’intelligenza vivissima e, pertanto, assai consapevole del triste destino proprio e dell’umanità.

Ma la grandezza di questo poeta, antico eppure così moderno, sta nella capacità di superare, col pensiero, le ristrettezze del presente e proiettarsi, appunto, verso l’infinito, annullando la tristezza e naufragando dolcemente nella felicità di una estasiata contemplazione: quella che appartiene ai bambini, capaci di restare incantati di fronte alla meraviglia della natura e a coloro “che restano fanciulli tutta la vita”, vivendo perciò fino alla morte, anzi, scavalcando i secoli e arrivando a noi, freschi e moderni, a duecento anni di distanza, per consegnare anche agli odierni ventenni un messaggio semplice: guardandosi dentro e contemplando l’infinito, al di là delle piccole siepi che nel presente ci ostacolano, è possibile trovare una felicità tanto immensa e dolce da potervi naufragare.

Il viaggio migliore, allora come oggi, si può fare con la mente, senza bisogno di risorse chimiche e nemmeno di possibilità fisiche. Una lezione su cui meditare.

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