Giuda Iscariota, ovvero la necessità dei traditori per la crescita di ognuno

by Mariella Di Monte

Tutti quanti, più o meno, conosciamo il passo del Vangelo di Giovanni in cui si narra: «In verità, in verità vi dico: uno di voi mi tradirà».

Era la famosa ultima cena, quella che siamo abituati ad immaginare così come Leonardo da Vinci la dipinse, tra il 1495 e il 1498, nel refettorio di Santa Maria delle Grazie a Milano.

I discepoli si guardarono gli uni gli altri, continua l’evangelista, non sapendo di chi parlasse. Ora uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a tavola al fianco di Gesù. Simon Pietro gli fece un cenno e gli disse: «Di’, chi è colui a cui si riferisce?». Ed egli reclinandosi così sul petto di Gesù, gli disse: «Signore, chi è?». Rispose allora Gesù: «È colui per il quale intingerò un boccone e glielo darò». E intinto il boccone, lo prese e lo diede a Giuda Iscariota, figlio di Simone. E allora, dopo quel boccone, satana entrò in lui. Gesù quindi gli disse: «Quello che devi fare fallo al più presto».

Come è accaduto anche a molti di noi, almeno una volta nella vita, Gesù sapeva bene cosa stava per accadergli e da chi era circondato. In quella occasione conviviale, momento di gioia e di condivisione, il Male, presenza ignota agli altri e manifesta al Messia, aveva preso posto nel cuore di uno degli apostoli, quello che lui più amava. Ma, se Egli era il Figlio di Dio, perché si è arreso alla demoniaca presenza? 
Probabilmente perché, proprio in quanto tale, sapeva bene che il passaggio attraverso il dolore e la morte era il viatico per la resurrezione e l’immortalità. C’era bisogno del tradimento e di un traditore, perché il suo destino si compisse.

Da agnostica che in qualche modo ha conosciuto il mondo, pur senza avere ascendenti soprannaturali, in più di una circostanza anch’io mi son trovata a sapere per certo che sarei stata tradita da qualcuno/a in particolare e, tuttavia, non ho fatto nulla per evitare che accadesse. E ogni volta mi son detta che era giusto si compisse il mio destino, che certi passaggi sono ineludibili, che occorre mettere alla prova la gente che ci sta più vicino.

Giuda Iscariota, anche questo è noto, vendette Gesù per denaro. Non possiamo sapere con esattezza a quanto equivarrebbero, oggi, i famosi trenta denari che ricevette dai sacerdoti del Sinedrio, ma presumibilmente non erano una grande somma. Qualcuno, di recente, ha tentato di attualizzarne il valore, utilizzando come parametro la mercede corrisposta ai legionari romani dell’epoca. Secondo questi calcoli, il prezzo del sommo tradimento equivarrebbe a circa tremila dollari attuali. Poca roba. Tanto poca che Giuda, com’è noto, muore suicida e di vergogna per il vile gesto compiuto, riscattando con la sua morte la perduta dignità; il mondo che ci circonda, invece, è infestato da fedifraghi professionali, che per denaro son pronti a vendere qualsiasi cosa, a cominciare da sé stessi. A differenza del più noto dei traditori, quelli di cui siamo circondati sono quasi sempre privi della titanica coscienza che occorre per fare ammenda della propria miseria morale, anche se spesso le circostanze provvedono a dar loro la giusta mercede.

La Resurrezione dal sepolcro, quella delle Scritture e anche quella metaforica di noialtri comuni mortali, è la più grossa sconfitta per i tanti Giuda qualunque: il trionfo dei traditi e della loro ingenuità sulla cattiveria e sull’infamia di chi, per il vile denaro, è disposto a passar sopra le amicizie e gli affetti, a tradire la fiducia e la confidenza di chi li tiene vicini. E, dunque, anche nelle nostre piccole vite, i vigliacchi e gli infami hanno un ruolo di cui dovremmo ringraziarli: farci riemergere dal dolore e dalle tenebre del male, più forti e resilienti, più adulti e temprati, pronti ad una nuova esistenza.
Pasqua è, in questo senso, la festa dei traditi di ogni epoca. E la dannazione dei traditori, quelli di ieri e quelli di oggi.

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