Il Covid, la paura e la deriva della delazione

by Mariella Di Monte

Per quanto grandi, diffusi e ingenti siano i guasti prodotti al sistema economico da tutto ciò che ruota attorno alla pandemia da Covid-19, i danni peggiori li stanno subendo il sistema di relazioni sociali e la tenuta psichica della gente.

Tra il serio e il faceto, potremmo certo dire che matti, ipocondriaci e psicotici assortiti c’erano anche prima, ma è del tutto intuitivo che il terrore sparso a piene mani ormai da mesi, con tutto il circuito mediatico mainstream che apre e chiude articoli e trasmissioni con numeri di morti e immagini di autoambulanze, non poteva che portare oltre il livello di guardia situazioni che, magari, erano già al limite. E così, mentre il sistema si avvita drammaticamente su di sé, i pronto soccorso vengono presi d’assalto da gente con due decimi di febbre, complice la latitanza, se non la vera e propria inesistenza della medicina di base.

Tra quanti manifestano disturbi del comportamento che lo stress da pandemia ha esasperato, però, c’è una tipologia che ha inaspettatamente conquistato un ruolo di considerazione e rispetto. Sto pensando al delatore abituale, professionale e per tendenza, quello che comunemente è detto “infamone”.

Intendiamoci, in un territorio che più di altri sconta le conseguenze sociali di una diffusa e pervasiva omertà – in cui ancora si insegna ai bambini che chi si fa i fatti suoi campa cent’anni e chi non se li fa, invece, muore ammazzato – ben vengano il risveglio della coscienza civile e il desiderio di collaborare con chi ha il compito di controllare l’applicazione di regole e norme, ma quando la delazione diventa odioso strumento di rivalse e vendette, o mezzo di affermazione personale, si fa un salto indietro, ai tempi più bui della nostra storia recente.

Non è un mistero che il fascismo sia riuscito a tenere in scacco l’intera popolazione italiana anche, se non soprattutto, grazie ad una capillare rete di spioni, che tutto vedeva e tutto riferiva: si trattasse di dissidenti o semplici contadini stanchi di restrizioni e povertà, di famiglie ebree o di partigiani, la sistematicità con cui venivano, a seconda dei casi, “avvertiti”, redarguiti o arrestati era tale che nessuno poteva sentirsi al sicuro, nemmeno tra le quattro mura di casa propria. Ed è per recuperare quella sicurezza che il popolo pagò il prezzo terribile di rinunciare alla libertà.

Riportare queste considerazioni ai giorni che stiamo vivendo significa interrogarsi sul confine, che è labile, tra collaborazione e delazione, laddove la prima è certamente auspicabile e, se fa parte di un costume condiviso, produce società più ordinate e città più vivibili, dove i rifiuti non si buttano per la strada e i pedoni non si investono sulle strisce, perché prima ancora delle forze dell’ordine opera lo stigma sociale che circonda determinati comportamenti. La seconda, invece, è sempre stata considerata azione moralmente riprovevole, quasi sempre messa in atto per coprire proprie manchevolezze, addebitandole ad altri.

Venendo ai giorni nostri, è scontato che il rispetto di determinate regole a tutela della salute nostra e altrui non vada minimamente messo in discussione, ma sono mesi che assistiamo al fenomeno dei “cronisti della pandemia”: soggetti armati di cellulare, che fin dal primo lockdown marzolino non sono mai stati in casa, ma hanno motivato le loro sortite, in aperta violazione dei DPCM, con il diritto di informare il resto della popolazione delle altrui inosservanze – sic! – e hanno inondato i social di scatti che ritraevano gente in fila davanti ai negozi di alimentari o alle edicole. E, siccome l’ipocondria diffusa è andata incontro alla loro malsana voglia di protagonismo, da mesi questa gente fa incetta di like e condivisioni, convincendosi quasi di svolgere una nobile missione.

Il pericolo insito in queste condotte, che oggi trovano proprio nella rete un pericoloso strumento, è quello di sdoganare la cultura del sospetto, di farne un costume quotidiano addirittura da approvare, confondendolo con la coscienza civica, che è altra cosa.

Parafrasando le ultime esternazioni del presidente della Repubblica, non sarà mettendoci gli uni contro gli altri che riusciremo a costruire una società più giusta e, men che meno, a fermare l’avanzata di un virus che richiede, per essere sconfitto, non imbecilli armati di fotocamera, ma un’accurata riorganizzazione del sistema sanitario, più medici e posti letto di rianimazione.

Stare dalla parte giusta, in questi tempi difficili, significa aver cura della propria salute e rispetto di quella degli altri, laddove salute è anche quella psichica, che non si giova della cultura del sospetto e della paura.

Insomma, non sarà la deriva della delazione a salvare…la nazione.

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