Il richiamo, la paura, la “saudade” e la quarantena

by Mariella Di Monte

Li chiamavamo “Ciaonè” e riempivano le nostre estati di adolescenti, tra la fine degli anni ’70 ed i primissimi anni ’80. Erano i figli degli emigranti che tornavano al Sud per le ferie agostane.

Compagni di una stagione all’anno, con cui magari rimanevamo in contatto anche durante l’inverno, amici di penna di epoche remote, quando per comunicare c’era praticamente solo la carta. Il telefono fisso era ormai quasi capillarmente diffuso, sì, ma ogni interurbana costava migliaia di lire e quasi tutti i genitori finivano per applicare il lucchetto alla ghiera dell’apparecchio, mentre le settanta/cento lire di un francobollo erano più o meno alla portata delle nostre tasche. Con alcuni di quei ragazzi, magari, avevamo fatto l’asilo e qualche classe delle elementari, prima che il padre lasciasse il poderetto e andasse a cercar fortuna nelle industrie metalmeccaniche del triangolo Genova-Torino-Milano.

Di ritorno da quelle lande che parevano lontanissime, ci portavano i racconti fantastici di cose che erano per noi ancora di là da venire: i supermercati con decine di varietà di yogurt, quando i più fortunati e borghesi di noi conoscevano appena il Galbi Galbani, le pompe di benzina automatiche, che non ancora si chiamavano self/service, perché gli anglismi non facevano parte del linguaggio corrente, i treni che viaggiavano nella pancia delle città e mille altre cose. Per introdurre un discorso loro dicevano: “Ascolta, c’aqquà səgnifəc sint” ma, soprattutto, dicevano “Ciaonè” per salutare.

Quei ragazzi col tempo hanno smesso di scendere per le vacanze: morti i nonni, e a volte anche i genitori, hanno finito per assimilarsi nelle regioni che hanno accolto le loro famiglie in fuga da territori poveri e arretrati.

Oggi non si spostano più i nuclei familiari interi, ma sono i ragazzi ad abbandonare in massa la nostra terra. Un’emigrazione ancora più triste e penalizzante, che sta progressivamente svuotando paesi e città. All’inizio si va al Nord per studiare, perché il pregiudizio che i meridionali hanno nei confronti delle loro istituzioni locali, università comprese, è duro a morire. Andare a studiare fuori, magari seguendo corsi di laurea che funzionano meglio al Sud, è considerato tuttora un segno distintivo e, anche se ormai c’è internet a mostrare che, sotto sotto, tutto il mondo è paese, ai nostri ragazzi, come ai loro coetanei di cinquanta anni fa, pochi mesi bastano per ritornare a casa con una parlata diversa.

Dopo lauree faticosamente conseguite e dopo aver provato quanto “sa di sale lo pane altrui, e come è duro calle lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale” moltissimi ci provano ad inserirsi professionalmente nei luoghi d’origine, ma i meccanismi clientelari che regolano il mercato del (poco) lavoro sono frustranti e punitivi per i più. E allora si ritorna al Nord. In Lombardia, in Veneto, in Emilia. Posti amati ed odiati, climi impossibili, mare lontano, cieli grigi e quella malinconia che i portoghesi chiamano saudade, quel “vorrei ma non posso”, quella nostalgia di una terra benedetta da Dio e vilipesa dagli uomini. Tensioni dello spirito che, sull’onda della psicosi da Coronavirus, fanno scattare la molla del richiamo, il desiderio di una fuga al contrario, dai luoghi più civili ed economicamente progrediti al paesello natale, dove ci sono mamma, papà e i fratelli più piccoli. Dove, chissà mai perché, il morbo non fa breccia.

E allora via! In treno, con BlaBlaCar, con qualsiasi mezzo. Tornare a casa, sfuggire la cappa di smog, approfittarne per andare a salutare i nonni, che oggi ci sono e domani chissà, fare una scappata alla spiaggia più vicina, in questo febbraio che sembra maggio, chiamare gli amici più fortunati, che sono riusciti a trovare qualcosa da fare giù – chissà chi li ha raccomandati! – e anche quelli sfigati, che non sono potuti nemmeno partire e vegetano osservando il cielo azzurro, “digiuni e sotto il gelso”, in attesa che dalle nuvole scenda qualcosa in un paniere.

E certo, ci sarebbe da comunicare alla Asl competente che si è tornati da luoghi a rischio epidemia, ma poi finisce che ti mettono in quarantena tutta la famiglia e non puoi uscire da casa. E allora a cosa serve scendere?

Ma sì, che vuoi che sia! Tanto, se non dici “Ciaoné”, nessuno ci farà caso…

“Frà, com stà? Sinə, steng aqquà, c’amma fa, c’ima vədè?”

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