Il ripopolamento dei borghi come possibile risvolto positivo della crisi sanitaria

by Mariella Di Monte

Tra le conseguenze di medio periodo che l’attuale situazione produrrà, è prevedibile che ci sia un ripensamento dell’abitare, sia quanto alle dimensioni medie delle case, sia quanto alle necessità di continuare ad affollare le metropoli, dopo che l’emergenza ha dimostrato che la tecnologia per lavorare da remoto, in moltissimi casi, esiste già.

Chi in questi mesi ha avuto la fortuna di vivere in appartamenti di ampia metratura ha benedetto i soldi investiti nel loro acquisto, soprattutto se in famiglia ci sono uno o più figli in età scolare, e si son dovute conciliare le esigenze della didattica a distanza con quelle del proprio smart working. A parti invertite, chi ha sempre pensato che la casa avesse più che altro la funzione di pied-à-terre, perché magari aveva una professione che lo portava a starne più spesso fuori, ha dovuto fare i conti con l’improvvisa mancanza di spazio, con la claustrofobia di cui magari neanche sapeva di soffrire, con la fame d’aria buona, di verde e di cieli azzurri che sente chi vive nei grandi agglomerati urbani.

Da sempre, l’umanità ha avuto, trai i vari corsi e ricorsi storici, l’inurbamento e conseguente spopolamento di borghi e campagne, a cui hanno fatto seguito fughe dalle città, spesso conseguenti proprio a pestilenze e carestie di vario genere.

Nello speciale TG1 andato in onda un paio di giorni fa, il poeta Franco Arminio, che ama definirsi “paesologo”, invita a tornare al proprio paese, “a tornare presto, perché non c’è luogo più vasto. Cominciate la grande migrazione al contrario” – dice ancora – “avete una casa vuota che vi aspetta, la casa che vostro nonno ha costruito con i soldi dell’emigrazione. Voi qui potete accendere la vita, altrove, al massimo, potete tirare avanti la vita”, accompagnando le parole con bellissime immagini del territorio al confine tra l’Irpinia, la Puglia e la Campania.

Immagini che rendono l’idea di quanto bella sia la parte dell’Italia erroneamente considerata marginale, e rottamata insieme al mondo contadino di cui era espressione, considerato produttore di miseria. Un’idea, quella dell’agricoltura legata alla povertà, che fortunatamente inizia ad essere rivista da tanti giovani, che tornano ad investire denaro, energie e competenze nelle campagne, e a ripopolare borghi che la corsa alle luci delle metropoli aveva svuotato. Ma anche l’industria agroalimentare riscopre i vantaggi di produzioni di qualità, che integrano buon vivere, alta tecnologia e turismo.

I lunghi giorni tra marzo e maggio, trascorsi agli arresti domiciliari, ci hanno costretti a rivedere la stessa organizzazione del tempo, che all’improvviso è tornato ad avere un altro valore, ad accorgerci di quanto può essere bello e gratificante passare del tempo con i propri familiari, discorrere di tutto e di nulla, preparare insieme i pasti.

Molti tra quelli che avevano la fortuna di possedere una seconda casa al mare o in campagna hanno cercato di raggiungerla, perché da sempre si sa che le città non sono il posto migliore per sfuggire le malattie contagiose; chi invece ricordava case paterne vaste e fresche, campagne e cieli meridionali di origine, ha ripensato alla possibilità di fare al contrario il percorso di nonni e genitori.

Certo, soprattutto al Sud, le campagne scontano un ritardo infrastrutturale che va dalle vie di comunicazione fisica a quelle informatiche: se le autostrade e le ferrovie sono poche e mal tenute, e gli aeroporti pochi, certo non va meglio con le telecomunicazioni, e la banda larga resta ancora fantascienza per molte aree interne.

La grande sfida che questa emergenza sanitaria porta con sé, e la grande opportunità che potrebbe nascerne, in termini di un diverso tipo di sviluppo socioeconomico e di miglioramento delle condizioni di vita è anche in questa scommessa: rendere stabili e diffuse le modalità di lavoro da remoto, istituzionalizzare, soprattutto per le università, forme di didattica a distanza che facciano venir meno l’esigenza di spostarsi per seguire i corsi e dare gli esami.

Una scommessa che ci vede tutti coinvolti e che è possibile vincere, se sapremo utilizzare i fondi che presumibilmente arriveranno dall’Europa per strutturare progetti di recupero dell’immensa ricchezza paesaggistica e urbanistica, che il mondo intero ci invidia e di cui, finora, forse non siamo stati completamente consapevoli.

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