Integrazione e rispetto delle regole: come l’immigrazione causò la fine dell’Impero romano

by Mariella Di Monte

Molte delle parole chiave del dibattito politico contemporaneo, come immigrazione, globalizzazione, integrazione degli stranieri e libera circolazione delle persone erano già d’attualità 2.000 anni fa.

Fino alla promulgazione della Constitutio Antoniniana di Caracalla, nel 212 d. C., tra gli appartenenti all’impero romano vigeva una “summa divisio”: da una parte i cives romani – titolari di una serie di diritti e privilegi, tra cui l’accesso alle cariche pubbliche – e dall’altra i peregrini – persone libere ma soggette al dominio romano – che ad un certo punto rappresentavano la stragrande maggioranza della popolazione dell’impero. Nei territori che conquistavano, i Romani si sentivano a casa propria e trattavano gli autoctoni – i peregrini – come degli stranieri, che dovevano adattarsi. L’esatto contrario di quello che succede oggi.

Dopo il 212, la cittadinanza fu estesa a tutti gli uomini liberi residenti nei confini dell’impero. L’immensa rete viaria romana era ramificata in tutta l’Europa, in tutti i territori si parlavano greco e latino, le lingue dei conquistatori, e si applicava il diritto romano. La cultura, i prodotti tipici e il modus vivendi romano furono adottati di buon grado dalle popolazioni conquistate.

Duemila anni fa le grandi migrazioni delle popolazioni barbariche, alla ricerca di una vita migliore, procedevano dalle regioni settentrionali dell’Europa. E l’innesto di ceppi etnici diversi, per alcuni secoli, fu gestito in modo da trarne linfa per l’impero.

Le masse di disperati che all’epoca premevano contro il “limes” hanno molti punti in comune con gli attuali spostamenti di migliaia di uomini e donne dall’Africa e da alcuni territori del Medio Oriente, ma la sensibilità moderna non consente di agire in modo autocratico e con le modalità utilizzate dai Romani, che accoglievano solo quelli di cui avevano bisogno, ricollocandoli là dove si riteneva utile, e respingevano brutalmente gli altri. Non si può negare, tuttavia, che quel tipo di politica rispondesse ad una programmazione precisa e lungimirante e che finisse per produrre una vera integrazione: inseriti nell’organizzazione romana come coloni o soldati, con un preciso status giuridico, nel giro di pochi anni i nuovi arrivati finivano per sentirsi a tutti gli effetti parte dell’impero. Il che è esattamente l’opposto di quello che accade ai giorni nostri, con le comunità di immigrati musulmani che, anche dopo due o tre generazioni, continuano a costituire enclaves nei Paesi che li ospitano, dei quali non assimilano, anzi disprezzano, usi e costumi.

Guardando indietro, si può constatare come il modello romano fosse, ad un tempo, aperto e autoritario e, incoraggiando i singoli ad aderire all’identità etnica romana, abbia funzionato molto a lungo.

Analogamente, negli Stati Uniti, dalla metà del diciannovesimo secolo a tutt’oggi, gli immigrati sono stati accolti con modalità in certo qual modo selettive e la concessione della cittadinanza americana è ancora oggi una procedura assai complicata, subordinata alla conoscenza della lingua inglese, delle norme di educazione civica e della Costituzione.

L’attuale modello italiano di accoglienza indiscriminata, che in molti casi si rivela un business come un altro per gente senza scrupoli, non fa che alimentare un cortocircuito destinato a creare lacerazioni in una società già impoverita ed incattivita dalla crisi economica globale, incentivando i conflitti tra popolazioni locali e nuovi arrivati. Accadde qualcosa di analogo anche ai Romani, dopo molti secoli, quando nel 376 ai confini dell’impero arrivarono i Goti. La condizione di emergenza che venne a crearsi, per via della massa ingente fatta entrare, fu gestita da funzionari e generali senza scrupoli, che vi intravvidero la possibilità di arricchirsi, come i Buzzi contemporanei, taglieggiando i migranti dell’epoca, che ad un certo punto si ribellarono e nel 378, ad Adrianopoli, sconfissero l’imperatore Valente, avviando il processo che portò alla frantumazione del più grande e duraturo impero dell’antichità.

Allora come oggi, il processo di assimilazione non può essere lasciato alla buona o cattiva volontà dei singoli, né assecondato con operazioni di dubbia utilità pratica, come l’abolizione dei crocifissi dalle aule scolastiche e dagli uffici pubblici e quella della carne di maiale da un prodotto tipico come il tortellino emiliano. E ciò perché quanti vengono in Italia vi sono attratti, evidentemente, da un modo di vivere che contempla anche il consumo di certi prodotti alimentari. La tolleranza per le altrui abitudini è un fatto di civiltà, ma snaturare le proprie è sintomo di debolezza e decadenza culturale.

In controtendenza rispetto alle voci di alcuni politici, a cominciare da Laura Boldini, la Prima sezione penale della Corte di Cassazione, con sentenza del 15.05.2017 sancisce che “in una società multietnica la convivenza tra soggetti di etnia diversa richiede necessariamente l’identificazione di un nucleo comune in cui immigrati e società di accoglienza si debbono riconoscere. Se l’integrazione non impone l’abbandono della cultura di origine, in consonanza con la previsione dell’art. 2 della Costituzione, che valorizza il pluralismo sociale, il limite invalicabile è costituito dal rispetto dei diritti umani e della civiltà giuridica della società ospitante” e che “non è tollerabile l’attaccamento ai propri valori, seppure leciti secondo le leggi vigenti nel paese di provenienza, che porti alla violazione cosciente di quelli della società ospitante”, mentre “è essenziale l’obbligo per l’immigrato di conformare i propri valori a quelli del mondo occidentale, in cui ha liberamente scelto di inserirsi, e di verificare preventivamente la compatibilità dei propri comportamenti con i principi che la regolano e quindi della liceità di essi in relazione all’ordinamento giuridico che la disciplina”, in quanto “la decisione di stabilirsi in una società in cui è noto, e si ha la consapevolezza, che i valori di riferimento sono diversi da quella di provenienza, ne impone il rispetto”.

Parafrasando Gramsci, la storia è maestra ma non ha scolari. E chi non la conosce è destinato a ripeterla.

In mancanza di una solida direzione politica, capace di aprire canali migratori legali e, laddove possibile, migliorare la gamma di capacità professionali delle schiere di lavoratori migranti le società ospitanti possono collassare. È già successo, succederà ancora.

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