La campana suona per tutti. Perché rileggere il capolavoro di Hemingway

by Mariella Di Monte

“Nessun uomo è un’isola, completo in se stesso; ogni uomo è un pezzo del continente, una parte del tutto. Se anche solo una zolla venisse lavata via dal mare, l’Europa ne sarebbe diminuita, come se le mancasse un promontorio, come se venisse a mancare una dimora di amici tuoi, o la tua stessa casa. La morte di qualsiasi uomo mi sminuisce, perché io sono parte dell’umanità. E dunque non chiedere mai per chi suona la campana: essa suona per te.”

La citazione di John Donne – poeta, religioso e saggista inglese vissuto a cavallo tra il ‘500 e il ‘600 – apre il romanzo “Per chi suona la campana”. L’opera forse più nota di Ernest Hemingway deve molto del suo successo presso i posteri anche all’omonimo film del 1943, uno dei primi girato in technicolor, con Gary Cooper nei panni del protagonista maschile, Robert Jordan, e una straordinaria Ingrid Bergman nei panni di Maria, ragazza dolce, bellissima ed inesperta, di cui l’intellettuale americano in missione contro i franchisti si innamora al primo sguardo, pur nella consapevolezza che quell’amore non avrà tempo per essere vissuto, perché in guerra la morte può arrivare in ogni istante.

Una scrittura densa e moderna, che indaga le profondità psicologiche dei protagonisti, rendendo il lettore vicino al loro vissuto e ai loro pensieri, e che ci fa amare Hemingway ben oltre il tempo e le vicende che racconta.

L’imbarazzo di Jordan e Maria, stretti nel sacco a pelo durante il loro primo incontro intimo, è quello che gli amanti di ogni tempo hanno vissuto; le paure della giovane, che teme di non essere amata perché è già appartenuta fisicamente ad altri, sono quelle di ogni donna. E ogni donna meriterebbe di incontrare un’amica come Pilar, capace di dirle che il passato non conta, che l’amore lava ogni onta e perdona ogni colpa, ed un uomo come Jordan, a cui dire che c’è stato un tempo in cui avrebbe voluto morire, sì, ma non è morta, e ne è felice, perché ora potrà essere la sua donna.

L’accettazione della inevitabilità della morte è il tema dominante del romanzo.

“Molti di quelli che conosciamo e che sono vivi ora non vedranno un’altra domenica, ne sono certa”, dice ancora Pilar all’americano, che non vorrebbe parlarle di quanto è avvenuto con Maria, e continua ammonendolo: “Ognuno dovrebbe poter parlare con qualcuno. Prima avevamo la religione e le altre sciocchezze: ora ognuno deve avere qualcuno con cui poter parlare apertamente, perché, se anche ha coraggio da vendere, uno dopo un po’ si sente molto solo.”

Un tema tornato prepotentemente di attualità, in questo presente di quasi arresti domiciliari, in cui sperimentiamo la durezza del non poterci relazionare fisicamente con nessuno, al di fuori delle mura di case che si rivelano troppo piccole per bastare alle esigenze di interi nuclei familiari, logorati dall’isolamento e dalla paura di una morte minacciosamente incombente.

L’epidemia, anche dopo aver varcato i confini della Cina, in un primo momento pareva colpire solo le persone anziane e già debilitate; pertanto, non era il caso di cambiare abitudini, di rinunciare agli after-hours, al sabato in discoteca, alla palestra, al cinema e ai mille altri luoghi e occasioni di aggregazione sociale. Ma quelle certezze sono crollate nel giro di pochi giorni: il Covid-19 colpisce e uccide senza chiedere i documenti o far caso alle cartelle cliniche di ognuno, la terribile polmonite virale è complicazione ricorrente e letale. E allora, incalzati dal panico, tanti meridionali minacciati di restare intrappolati in Lombardia hanno preso d’assalto i treni e si sono riversati al Sud, nei luoghi d’origine di cui ci si è sempre vergognati ma che ora – merito forse del clima, del minore inquinamento, di un’alimentazione ancora in parte diversa e più sana – sembrano non toccati dalla pestilenza. Una pestilenza che però si accomoda nelle carrozze insieme a loro, e con loro viaggia lungo la direttrice adriatica e quella tirrenica, scende nelle tante stazioni lungo le due coste e si diffonde anche nel meridione, stoltamente diffusa da chi, evidentemente, ancora se ne ritiene immune, nella convinzione che la campana suonerà sempre per gli altri.

Rileggere il capolavoro di Hemingway in questo momento offre molti spunti di riflessione sul senso della vita; sulla morte che di essa è parte, e che solo l’amore può esorcizzare; sulla responsabilità che ognuno di noi ha nel costruire il suo futuro e quello dell’umanità, perché “oggi non è che un giorno qualunque di tutti i giorni che verranno, ma ciò che farai in tutti i giorni che verranno dipende da quello che farai oggi. È stato così tante volte” e sulla necessità di non chiudersi nella propria dimensione monadica, di tener sempre presente che “nessun uomo è un’isola, intero in se stesso”, perché “ogni uomo è un pezzo del continente, una parte della Terra.”

Una terra che sta mettendo alla prova le nostre certezze di uomini e donne postmoderni, globalizzati e digitalizzati, che abbiamo esorcizzato la morte e la malattia e che dovremmo imparare a non chiedere mai per chi suona la campana, perché essa suona sempre anche per noi.

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