La pandemia e la linea d’ombra

by Mariella Di Monte

“Solo i giovani hanno di questi momenti. Non parlo dei giovanissimi. No. I giovanissimi, per essere esatti, non hanno momenti. È privilegio della prima gioventù di vivere in anticipo sui propri giorni, in tutta una bella continuità di speranze che non conosce soste o attimi di riflessione. Ci si chiude alle spalle il cancelletto della fanciullezza e si entra in un giardino incantato. Qui perfino le ombre risplendono di promesse. Ogni svolta del sentiero ha le sue seduzioni. E non perché sia una terra inesplorata. Sappiamo fin troppo bene che tutti gli uomini sono passati di qui. È il fascino di un’esperienza universale da cui ci attendiamo sensazioni non comuni o personali, qualcosa che sia solo nostro. Andiamo avanti eccitati, divertiti, riconoscendo i segni lasciati intorno a noi da chi ci ha preceduti, accettando insieme la buona e la cattiva sorte – le rose e le spine, come si suol dire – il pittoresco destino che riguarda tutti gli uomini e che riserva così tante possibilità ai più meritevoli o, forse, ai più fortunati. Sì. Andiamo avanti. E anche il tempo va avanti – fino a quando distinguiamo di fronte a noi una linea d’ombra che ci avvisa che bisogna lasciarsi alle spalle anche la regione della prima giovinezza.”

Ho ripensato spesso, in quest’ultimo anno, all’incipit de “La linea d’ombra”, da molti considerato uno dei più belli della letteratura.

Il romanzo di Joseph Conrad fu pubblicato nel 1917 e dedicato dall’autore “A Byron e a tutti gli altri che come lui hanno varcato nella prima gioventù la linea d’ombra della loro generazione”. La generazione era quella dei ragazzi che furono coinvolti nella Prima Guerra mondiale.

Ad un secolo di distanza, per quanto in modi e termini completamente diversi, anche i nostri ragazzi stanno attraversando la linea d’ombra che separa una giovinezza spensierata dalla consapevolezza che il mondo gira talora in modo del tutto imprevedibile. E, in fondo, anche noi cinquantenni, eterni adolescenti, stiamo facendo i conti con un’esperienza del tutti inimmaginabile.

Il protagonista del romanzo di Conrad, che parla in prima persona, decide di punto in bianco di abbandonare la nave a vapore su cui prestava servizio come primo ufficiale, “alla maniera di in uccello che, senza logica per noi, se ne va da un comodo ramo. Fu come se, pur senza rendermene conto, avessi udito un sussurro o visto qualcosa. Beh, può anche darsi! Mi sentivo del tutto a mio agio un bel giorno, e l’indomani tutto era finito – fascino, gusto, interesse, soddisfazione – tutto quanto. Era uno di quei momenti, capite? Era scesa su di me la malattia dell’ultima giovinezza, trascinandomi via. Via da quella nave, voglio dire.”

Sceso a terra, il giovane ufficiale inizia a consumarsi nella noia, fino a quando in modo inaspettato, grazie all’aiuto del capitano Giles, gli arriva un incarico come capitano di un’altra nave. Baldanzoso e felice di essere arrivato ad un incarico che ritiene prestigioso, saltando la gavetta che si prefigurava di dover fare prima di riuscire a diventare capitano, appena salito a bordo inizia a rendersi conto che per lui non saranno tutte rose e fiori.

L’iniziale baldanza con cui sale sul vapore “Melita”, diretto a Bangkok, si scontra ben preso con il risentimento del primo ufficiale Burns, che forse sperava di essere nominato comandante della nave. E proprio con Burns il precedente capitano aveva avuto una durissima discussione poco prima di morire, e in quell’occasione aveva maledetto la nave.

Ad ogni modo, la “Melita” salpa e, da quel momento, iniziano per i guai per il giovane capitano. L’equipaggio viene attinto da un’epidemia di febbri tropicali che contagia tutti, tranne il protagonista e il cuoco Ransome, e sulla nave non ci sono scorte di chinino, perché il precedente capitano le ha vendute illegalmente.

Mentre il primo ufficiale delira in preda alla febbre, ossessivamente ripetendo che si è avverata la maledizione del vecchio capitano, la nave incappa in una terribile bonaccia che la tiene immobile per oltre due settimane nell’oceano, facendo amaramente riflettere il protagonista su quanto la realtà sia diversa da come ce la si prefigura e dalle illusioni che su di essa ci si costruisce.

Malgrado tutto, però, il giovane capitano riesce a mantenere in funzione la nave, potendo contare sul solo aiuto di Ransome – peraltro malato di cuore – e giungere infine a Singapore, dove l’equipaggio viene portato in ospedale e ne viene reclutato uno nuovo. Assieme ad esso il capitano riparte immediatamente. Accanto a sé non ha più Ransome, ma ormai ha superato la sua linea d’ombra ed è un uomo.

Sulla nave temporale dell’anno che abbiamo già trascorso in compagnia di una febbre apparentemente incurabile – e contro la quale, ironia della sorte, taluni dicono sia efficace un derivato del chinino – i nostri ragazzi sono saliti forse anche allegramente, pensando di essere autorizzati a marinare la scuola per qualche settimana al massimo. E invece hanno dovuto, insieme a noi adulti, misurarsi con un rivolgimento totale delle abitudini di vita, con una incertezza che dopo mesi e mesi non lascia intravedere alcun porto all’orizzonte. Un’emergenza che dopo tutto questo tempo è paradossalmente divenuta normalità: nessun profilo di terre emerse in lontananza, numeri che vanno e vengono, possibilità di nuovo cure che sistematicamente vengono scoraggiate in attesa della disponibilità di vaccini che, almeno stando ai primi esiti della sperimentazione attualmente condotta sull’uomo, non danno i risultati sperati.

Nel frattempo, calzanti sono le parole del poeta maledetto Charles Baudelaire, poste da Conrad come introduzione al romanzo: “…calme plat, grand miroir de mon désespoir!” (…calma piatta, grande specchio della mia disperazione!)

Non sappiamo quando finirà questa assurda calma piatta, perché viene rinviato di settimana in settimana un inizio di ritorno alla normalità, mentre all’infinito si protrae quest’assenza di vento che tiene la nave delle nostre vite ferme in mezzo all’oceano, a girare in tondo, ma da questa storia usciremo diversi, con il carattere maturato e temprato, che se ne sia o meno consapevoli. E insieme ai nostri ragazzi anche noi – che a differenza delle generazioni precedenti abbiano avuto la fortuna di non vedere le guerre vere e abbiamo fin qui vissuto nell’illusione di poter procrastinare all’infinito quel momento – dovremo rassegnarci alla maturità.

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