La resurrezione e la banalità del male

by Mariella Di Monte

Pasqua è da sempre sinonimo di resurrezione, ma anche di morte, di tradimento bieco. Una ricorrenza ambivalente, che rammenta agli uomini come il male talora possa essere prodromico al bene e come, non di rado, esso vesta le mentite spoglie dell’amore e dell’amicizia: Giuda Iscariota non era forse il discepolo prediletto di Gesù?

Tema che affascina e divide l’uomo dalla notte dei tempi, il discorso sulla natura del male è di quelli che, ad affrontarli, si rischia il peccato di superbia intellettuale. Ma riflettere sull’utilità pratica di votarsi al male è cosa più modesta, ed è per me un pensiero ricorrente.

D’altra parte, gli anni vissuti a contatto con il male – quello riassunto nelle carte dei processi penali e sviscerato dai resoconti giornalistici e quello incontrato direttamente, quello della politica corrotta e dell’antistato infiltrato ai vertici dello Stato – mi hanno indotta ad interrogarmi sui ritorni concreti che ne ha ottenuto chi lo ha praticato, più che sulla natura di esso.

E la sorpresa è stata, spesso, dovermi accorgere che i malvagi, dopo apparenti vantaggi di breve periodo, sulle distanze medio/lunghe hanno finito per non trarre alcun reale profitto dalle loro azioni. Di più: non di rado sono stati travolti dalle conseguenze delle loro stesse scelleratezze, quasi che il male paghi solo con altro male.

Ho seguito l’iter processuale di crimini ferocissimi e scoperto talora una banalità dei moventi che mi ha lasciata senza fiato, mentre sul piano strettamente personale ho subito cattiverie inaudite, ugualmente insignificanti e sciocche nei moventi, da persone che ritenevo intelligenti e, proprio per questo, avevo ammesso alla ristrettissima cerchia di quelle a me più vicine. 

Dal punto di vista statistico, l’aver agito per motivi abietti o futili – non a caso previsto dal codice penale come circostanza aggravante – non compare praticamente mai nei reati comuni come il furto o la ricettazione, ma è spessissimo presente nei parricidi, nei femminicidi e in generale nei delitti efferati. Sembrerebbe quasi che al crescere della perversione si accompagni spesso l’ingiustificata ed ingiustificabile pochezza dei motivi, a riprova del fatto che il male e l’intelligenza stanno tra loro in rapporti di proporzionalità inversa.

Sulla scorta di queste osservazioni, sono giunta alla conclusione che il male sia per sua natura stupido e che proprio per questo attragga gente tutto sommato piccola, anche quando a prima vista può sembrare intelligente; gente che, probabilmente, vede nel concepire e perpetrare atti malvagi un modo per superare la propria mediocrità, per affermare un valore che sa di non possedere.

Hannah Arendt, che ha sviscerato molto più a fondo di me questo tema, pensa che “il male non possegga né profondità né una dimensione demoniaca. Esso può invadere e devastare il mondo intero, perché si espande sulla superficie come un fungo. Esso ‘sfida’ il pensiero, perché il pensiero cerca di raggiungere la profondità, di andare alle radici, e nel momento in cui cerca il male, è frustrato perché non trova nulla. Questa è la sua banalità.”

Una bel pensiero per questo periodo che rievoca la morte e la resurrezione del Figlio dell’uomo: il male è nulla – per questo la sua banalità è intellettualmente intollerabile – e il nulla non può vincere, se non sul breve periodo.

Buona Pasqua di riflessione.

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