La Schadenfreude, ovvero, il godere delle disgrazie altrui

by Mariella Di Monte

I tedeschi hanno un termine per indicare il malevolo compiacimento che certuni provano nel venire a conoscenza di una sciagura capitata ad altri: Schadenfreude. Anche i greci antichi conoscevano il brivido di maligna gioia di chi esulta per la sfortuna dei propri simili, e lo chiamavano πιχαιρεκακία (Epichairekakia). In latino i due termini vengono resi col sostantivo – meno preciso in verità – di Malevolentia.


Il calcio è uno dei contesti in cui da sempre si ha occasione di notare questo poco nobile sentimento: nelle competizioni internazionali c’è gente che arriva a tifare per una formazione straniera, se il suo club del cuore è stato eliminato dalla squadra italiana arrivata in finale. Tuttavia, è in questi mesi di emergenza sanitaria che una parte dell’umanità ha messo fuori il peggio di sé: appostati dietro le finestre – o, peggio ancora, in giro come gli altri, ma armati di fotocamera – frotte di spioni hanno ripreso i loro simili che, sicuramente per un buon motivo, non erano barricati in casa, li hanno dati in pasto ai social e additati come untori, con tanto di commenti al vetriolo, e auguri di ogni sciagura possibile ai malcapitati. Ognuno di questi improvvisati tutori della pubblica salute – sic! – ha creduto di ergersi a giudice dall’altrui moralità, avocando a sé una superiorità etica che sa bene di non possedere e trovando l’occasione per sfogare vecchi livori e ataviche frustrazioni, provando gran godimento nella pubblica denuncia di quanti, per insofferenza o per necessità, non volevano o non potevano restare agli arresti domiciliari h/24.


Anche le dinamiche familiari non sono aliene da questo tipo di meccanismo psicologico, per cui si gioisce malignamente del disagio di un proprio congiunto, e anch’esse sono state messe a dura prova da questi mesi di reclusione forzata, che hanno costretto al confronto stretto e prolungato rapporti fin qui tenuti in equilibrio da una salvifica distanza.

Ad ogni modo, coloro che provano spesso questo sentimento sono persone frustrate che hanno una scarsa considerazione del proprio Sé e delle proprie potenzialità e si realizzano attraverso le mortificazioni degli altri, soprattutto quando l’altro è percepito come più dotato e/o fortunato. E non occorre essere più belli, più ricchi o più intelligenti per divenire oggetto del malefico risentimento altrui, perché quello che in realtà viene invidiato è il saper vivere: la gioia di riuscire a godersi le piccole cose, di provare gratitudine per il sol fatto di esserci, quali che siano le contingenze da affrontare o le difficoltà da superare.


Le persone che possiedono carisma ed empatia, infatti, sono quelle più portate a gioire di tutto, a cominciare dai successi altrui: avendo una buona considerazione di sé, essi vedono nei trionfi dei propri simili il segno che anche per loro è possibile realizzare qualcosa di buono, e osservano per imparare, non per criticare o demolire.


I social sono luoghi virtuali nei quali le persone frustrate e/o affette da altre patologie della personalità trovano una tribuna da cui riversare nell’etere il loro fiele, ma si tratta, comunque, di tipologie umane conosciute dall’alba dei tempi e che ognuno di noi ha incontrato spesso sul suo cammino. Coloro che oggi chiamiamo “haters” esistono da sempre nelle piazze reali; quelle virtuali hanno solo dato una esatta dimensione del fenomeno e dimostrato che c’è in giro una gran quantità di falliti paranoici e patologici, che in occasione di una calamità provano piacere ad ingigantirla e a prospettare scenari apocalittici.


Passata la delusione che si può provare nel comprendere che si hanno soggetti del genere anche tra parenti e affini, o tra coloro a cui si ritiene di essere affettivamente legati, le persone malevoli vanno considerate esattamente per quello che sono e valgono: sventurati, menagrami che mancano di intelletto. Se ne avessero, utilizzerebbero il loro tempo per vivere e non per recriminare, per godere il presente e non per addensare nubi sul futuro, per studiare il segreto delle buone performances degli altri e per migliorarsi, non per denigrarli e svilirli.


Quello che gli stolti e gli invidiosi chiamano fortuna, quasi sempre è il risultato di un lungo e paziente lavoro su di sé, che non consente di distrarsi nella elucubrazioni su tutte le possibili sciagure, né di occuparsi della vita altrui, perché troppo occupati a costruire la propria.

E allora, all’uscita da questo periodo di emergenza straordinaria, che ha fatto venire allo scoperto quanti non aspettavano che un’occasione per mettere in mostra la loro parte peggiore, l’augurio è che gli altri riprendano ad occuparsi in modo ancora più alacre delle cose positive e belle, che sono anche le più utili alla collettività, mai come ora bisognosa di energie positive e di slancio per riprendersi dalla crisi.

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