La scomparsa della classe dirigente illuminata e i fatti di Napoli

by Mariella Di Monte

C’era una volta il capitalismo illuminato, che ebbe in Adriano Olivetti un esempio fulgido e mai più raggiunto. Un capitalismo in cui il profitto era lo strumento, non l’obiettivo, perché l’obiettivo era umanitario, era il benessere della società nel suo complesso. Un capitalismo in cui i grandi imprenditori spedivano i loro figli, ancora ragazzini, a stare in fabbrica, a lavorare con gli operai, perché potessero vedere e capire come funzionava la catena di produzione e, investiti della responsabilità di dirigere aziende ed industrie, sapessero come organizzare cose e persone.

Quel capitalismo aveva un volto umano e, memore del dettato di Sant’Agostino – secondo cui la società si fonda sulla giustizia e sulla verità – costruiva spogliatoi forniti di docce, mense per gli operai, villaggi per farli trasferire insieme alle loro famiglie, strutture sportive e ricreative per i loro figli e ambulatori medici per seguirne la salute. La giustizia di agostiniana memoria ha natura soprattutto commutativa: chi acquista qualcosa deve pagare un giusto compenso, e questo vale per i beni materiali non meno che per il lavoro, da remunerare secondo l’apporto dato alla produzione e secondo criteri tesi a soddisfare i bisogni primari del lavoratore e della sua famiglia. Ed ecco che la dimensione della socialità e della vita quotidiana serena diviene importante ai fini della produttività e dell’ordine sociale, senza il quale la prima non sarebbe ottimale. Se la gente sta bene ed è seguita, lavora e produce di più, perché si sente parte dell’azienda e della società, non numero irrilevante di un processo produttivo alienante e spersonalizzato. Un modello, quello olivettiano, che aveva costi elevati, ma che quei costi li faceva fruttare, nella consapevolezza che la società si fonda anche sulla giustizia distributiva e sulla partecipazione di tutti ai frutti dell’attività economica, laddove questo non vuol dire egualitarismo ma significa, piuttosto, che ogni individuo deve poter avere il necessario, in modo commisurato agli sforzi e ai meriti di ognuno, ed è giusto che venga premiato chi lavora di più e meglio. Questo avrebbe funzionato anche come stimolo, generando positivi effetti di emulazione a cascata.

Un modello imprenditoriale talmente lontano dalla realtà dei nostri giorni da sembrare irreale e che, ai più, è stato fatto conoscere attraverso una fiction di qualche anno fa, in cui il popolare Luca Zingaretti – noto al grande pubblico nei panni del commissario Montalbano – interpreta un Adriano Olivetti che, per le sue idee progressiste, per il successo commerciale dei suoi prodotti e per aver messo su un team di ricercatori capace di arrivare in anticipo sulla IBM alla realizzazione del calcolatore elettronico, era tenuto strettamente d’occhio dalla CIA.

Erano tempi – quelli del secondo dopoguerra – in cui anche le élites intellettuali e politiche, soprattutto di sinistra, si preoccupavano di sollevare il proletariato dalla miseria materiale, sapendo che pure quella morale sarebbe stata sconfitta dal miglioramento delle condizioni di vita quotidiana.

Tempi lontani, che evocano il ricordo di torme di meridionali salite al Nord senza conoscere altra lingua all’infuori del dialetto natio, non aduse all’igiene, né ad alimentarsi in modo coerente e sano, abituate ad una promiscuità che oggi è difficile perfino da immaginare e che spaventava i più progrediti abitanti delle regioni settentrionali, restii a concedere loro alloggi in affitto, temendo di vedersene infilati ventisette in un appartamentino di quaranta metri quadri.

Un’umanità che oggi, per fortuna non esiste più, perché anche il Mezzogiorno d’Italia nel frattempo è progredito, almeno quanto alla disponibilità di cibo di qualità, abitazioni fornite di servizi igienici e dotazioni di elettrodomestici, automobili e beni voluttuari in generale.

Parallelamente all’evolvere in positivo delle condizioni di vita materiale del proletariato, però, si è lentamente persa quella tensione ideale di una “upper class” orientata, secondo le parole di Luigi Einaudi “…al raggiungimento della massima elevazione umana”. Elevazione umana che passa non solo attraverso il possesso di oggetti e servizi, perché la povertà è data anche dalla mancanza di formazione spirituale, dal vivere in un ambiente sociale carente di stimoli, dall’assenza o dalla scarsità di sicurezza, dalla difficoltà di accesso alla salute, alle cure, alla cultura.

Politica, alta imprenditoria, ambienti intellettuali hanno sostituito all’impegno fattivo verso le classi più povere la commiserazione, la tendenza a giustificare le devianze, un lassismo sottilmente fatto passare per concessione.

E siamo ad oggi, ai fatti di Napoli.

L’ennesimo grano di un rosario infinito: un quindicenne, travisato e armato di una pistola che poi si rivelerà giocattolo, punta l’arma alla tempia di un carabiniere fuori servizio e in auto con la sua fidanzata, intimandogli di consegnargli il prezioso orologio che ha al polso. Il carabiniere reagisce, estrae la pistola e spara al baby rapinatore che, trasportato d’urgenza al pronto soccorso del “Vecchio Pellegrini”, vi muore poco dopo, malgrado il disperato tentativo dei sanitari per salvargli la vita. Accorsi al nosocomio, i parenti furiosi ne distruggono attrezzature e locali, tanto da indurre le autorità alla chiusura del presidio in zona Pignasecca. Nella stessa notte, vengono esplosi colpi d’arma da fuoco contro la caserma dei Carabinieri in cui si tengono i primi interrogatori del militare coinvolto nell’accaduto e si trovano anche il complice diciassettenne del morto e alcune sue parenti.

In tutto questo, la politica e una parte dell’intellighenzia parlano di tragedia – perché la morte di un ragazzo così giovane certamente lo è – ma stentano ad interrogarsi sulle proprie responsabilità nell’aver lasciato che un malinteso benessere si accompagnasse ad un progressivo allentarsi delle maglie della sicurezza, ad un inesorabile declino della effettività della pena e ad un generale abbassarsi della percezione delle illiceità di determinati comportamenti.

Quando si perde di vista lo stretto collegamento tra il benessere spirituale – che non è dato solo dal possesso di beni materiali – e la capacità di essere parte attiva e positiva della società, scambiando il permissivismo per l’integrazione; quando non si comprende che libertà e sicurezza sono due piatti della stessa bilancia – e tutto quello che fa pendere uno dei due conduce, inevitabilmente allo schizzare in alto dell’altro – e si confonde ogni cosa in un libertinismo assoluto e selvaggio; quando non ci si preoccupa di contrastare l’evasione scolastica e non si mettono in campo progetti sociali che tolgano i ragazzi dalla strada e li sottraggano all’abbraccio della criminalità più o meno organizzata, quella società è destinata al tracollo.

Foto: Tgcom24

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