L’abbandono degli infanti, una piaga sempre attuale

by Mariella Di Monte

La notizia che qualcuno ha deposto un neonato all’interno la culla termica della chiesa di San Giovanni Battista a Poggiofranco, quartiere di Bari, ci riporta a tempi lontani, quando la cosiddetta “ruota degli esposti” era una un mezzo di cui le mamme si servivano per non dover sopprimere i figli nati da gravidanze indesiderate.

Il parroco, don Antonio Ruccia, racconta l’emozione che ha provato nel sentir suonare il sensore collegato alla moderna ruota; si è precipitato e vi ha trovato dentro un bambino ed un biglietto, in cui si diceva che mamma e papà avrebbero amato per sempre quel bambino, che si chiama Luigi.

La culla termica, una delle tre esistenti in Puglia, è stata attivata a giugno del 2014, ma non era mai stata utilizzata.

Cosa spinge, oggi come ieri, ad abbandonare un bambino?

Le gravidanze indesiderate sono state un cruccio per le donne di ogni epoca: i figli nati da relazioni adulterine o frutto di stupro hanno sempre corso il rischio di esseri soppressi alla nascita o di finire abbandonati. Nella Grecia classica, che pure siamo abituati ad immaginare come culla della nostra civiltà, erano considerati leciti sia l’infanticidio che l’abbandono, mentre presso gli ebrei era vietata l’uccisione dei neonati, ma non l’abbandono o la vendita degli stessi. I romani avevano la columna lactaria, ai piedi della quale venivano deposti i neonati non riconosciuti da un uomo. Curiosità etimologica: il lemma allevare deriva dal gesto con cui presso i nostri progenitori latini il padre sollevava da terra il neonato, riconoscendolo come proprio.

Convertitosi al Cristianesimo, l’imperatore Costantino stabilì, nel 315 d.C., che facesse carico al Fisco occuparsi di soccorrere gli infanti abbandonati e i figli di famiglie povere, e tre anni dopo una legge comminò la pena di morte per l’infanticidio, senza tuttavia prevedere sanzioni per l’abbandono o per la vendita dei propri figli.

Occorrerà attendere più di altri quattro secoli e mezzo per salutare il sorgere del primo brefotrofio, istituito a Milano nel 787, mentre la prima “ruota degli esposti” compare in Francia, nel 1188. Dieci anni dopo, Papa Innocenzo III istituì la prima “ruota” italiana, e questo tipo di soluzione al problema sociale delle nascite non volute si diffuse anche in altre regioni dell’Europa continentale, mentre in Inghilterra infanticidio e abbandono continuarono a lungo ad essere considerati normali, tanto che era comune trovare cadaveri di neonati e feti abortiti in fogne e discariche.

Dopo il 1800, ai neonati abbandonati si iniziò ad attribuire, oltre al nome, anche un cognome, che normalmente faceva riferimento proprio alla loro condizione di abbandonati: gli Esposito, i Proietti, i Trovato, i Salvato, i Diotallevi e i Piacquaddio nascono e si diffondono, così, nelle varie città d’Italia.

Con l’aumento della popolazione, il carico che gravava sulle casse pubbliche e su quelle degli enti assistenziali preposti alla cura dei piccoli abbandonati divenne sempre più difficile da sostenere, anche perché, con l’avvento della rivoluzione industriale e il sempre più massiccio impiego delle donne nelle attività produttive, finirono per essere abbandonati anche figli nati all’interno di regolari matrimoni, perché le madri non erano più in gradi di farsene carico. A Milano, per esempio, nel ventennio tra il 1845 e il 1864 furono abbandonati più di 85.000 bambini, mentre a Napoli e in altre grandi città ci furono numeri altrettanto importanti.

Si iniziò a riconsiderare il sistema delle “ruote” e dei brefotrofi ad esse collegati – anche perché gli infanti che vi venivano portati conducevano comunque una vita assai misera e, non di rado, vi morivano di stenti – e a chiudere le une e gli altri. Nel 1923, il primo governo presieduto da Mussolini emanò il “Regolamento generale per il servizio di assistenza agli esposti” e abolì completamente il sistema delle “ruote”.

Oggi la legge italiana consente di partorire in ospedale in anonimato e di non riconoscere il proprio figlio, che sarà sollecitamente dichiarato adottabile ed affidato ad una coppia adottante idonea. Secondo il nostro ordinamento, il diritto all’anonimato della madre che al momento del parto abbia voluto rimanere segreta è prevalente sul diritto dell’adottato a conoscere i propri genitori biologici. Ciò nonostante, i numerosi casi di neonati ritrovati morti o fortunosamente salvati dopo l’abbandono nei cassonetti mantengono attuale il dibattito sulla necessità di riproporre, in chiave moderna, strumenti antichi come le “ruote degli esposti”.

La disponibilità di mezzi di contraccezione a buon mercato non basta, evidentemente, a sanare una piaga vecchia quanto l’uomo: povertà materiale e culturale, degrado e marginalità sociale ancora oggi costringono tante donne a liberarsi dei propri figli, spesso nel modo più brutale ed atroce possibile, mentre, per converso, una sterilità sempre crescente – e spesso non risolvibile neanche con le moderne tecniche di fecondazione assistita – rende molto più facilmente collocabili bambini indesiderati o condannati, per qualunque ragione, alla soppressione.

Ben vengano, allora, certi ritorni all’antico, soprattutto se accompagnati dalla ragionevole certezza che non sarà difficile trovare genitori adottivi motivati, capaci di accogliere con gioia e con amore quanto la sorte ha deciso di non voler loro concedere.

Al piccolo Luigi l’augurio che il suo abbandono da parte dei genitori naturali segni l’inizio di un’avventura di vita piena di amore e di possibilità. A tutte le madri costrette a non poter accudire i figli pur portati alla luce quello di vivere con serenità una decisione che resta drammatica e che sicuramente nessuna di esse prende a cuor leggero.

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