L’amore ai tempi del Coronavirus, anzi “Vairus”

by Mariella Di Monte

Tranquilli, prima o poi moriremo tutti

1348, Firenze

La peste nera impazza, in città regna la desolazione. Sette ragazze – Pampinea, Fiammetta, Filomena, Lauretta, Neifile ed Elissa – e tre ragazzi – Panfilo, Filostrato e Dioneo – si incontrano nella chiesa di Santa Maria Novella e decidono di abbandonare la città e trasferirsi, un mercoledì mattina, in campagna, in una villa circondata dalla natura, da luoghi ameni e da una pace incontrastata. Per tenere lontani brutte notizie e cattivi pensieri, i ragazzi decidono di raccontare, a turno, delle storie a tema. Ogni giorno, infatti, verrà eletto un re o una regina della giornata che detterà il tema dei racconti.

La narrazione di Boccaccio passa dalle varie declinazioni dell’amore e del desiderio, all’avventura, ai temi religiosi, riempiendo dieci giornate con racconti erotici e spesso umoristici, che spaziano per temi ed ambienti, utilizzando anche un linguaggio ed un periodare che varia e si adatta ai personaggi ed ai contesti narrati.

Il brio dell’allegra combriccola esorcizza così, tra facezie e vita bucolica, la paura del contagio e della morte.

Anni 20 del xx secolo, Cartagena de Indias, Colombia.

L’anziano medico Juvenal Urbino perde la vita per un banale incidente domestico. Durante le esequie, la vedova Fermina Daza viene avvicinata da un suo coetaneo, Florentino Ariza, che le confessa di essere ancora innamorato di lei, a distanza di oltre mezzo secolo dal loro giovanile fidanzamento. Cinquantatré anni, sette mesi e undici giorni, notti comprese“, per essere precisi. La vedova, che in gioventù è stata una ragazza bellissima, orgogliosa e caparbia, non vuole saperne di cedere alle profferte del suo vecchio spasimante, rifiutato dal di lei padre per non essere abbastanza facoltoso. Ma l’uomo, che nel mezzo secolo e passa trascorso ha fatto carriera, non si perde d’animo e continua a corteggiarla per iscritto, fino a convincerla ad intraprendere con lui una crociera lungo il fiume Magdalena, che attraversa un territorio infestato dal colera. Nello splendido isolamento della loro suite, mentre la pestilenza miete vittime tutto intorno, i due anziani fanno finalmente l’amore, tornando ragazzi.

“L’amore ai tempi del colera” è il primo romanzo pubblicato da García Márquez dopo il premio Nobel, con la dichiarata aspirazione a scrivere “il romanzo dei vecchietti”: “un romanzo in cui un vecchio di ottant’anni vive una storia di frenesia sessuale con una vecchia di settanta”.

A secoli di distanza del Decameron boccaccesco, e con diversa ispirazione, torna il tema della fuga dalla pestilenza.

2020, Italia

Il tema è nuovamente attuale nei giorni del Coronavirus, anzi “vairus”, secondo la pronuncia di un Ministro degli Esteri troppo preso da…esterofilia e con basi culturali non proprio solidissime.

Dopo settimane di notizie filtrate dalla Cina, il temuto agente infettivo è arrivato in Italia e, in poche ore, si contano due decessi.

Al netto delle disquisizioni di natura medica e delle precauzioni da osservare, la mente corre alle grandi epidemie del passato e alle devastazioni che produssero. Ma davvero siamo così in pericolo?

Negli ultimi anni molteplici sono stati i casi di allarme sanitario globale che poi, per fortuna, si sono rivelati grandemente sovrastimati.

Tra le più pericolose: la cosiddetta Febbre Suina, che si è trasmessa da alcuni allevamenti messicani di maiali all’uomo nel 2009; l’influenza Aviaria, una malattia infettiva contagiosa che colpisce diverse specie di uccelli selvatici e domestici e che, tra il 2003 e il 2005, si è diffuso tra gli allevamenti avicoli in Asia, andando a colpire anche l’uomo e provocando diverse decine di morti. Secondo l’Istituto Superiore di Sanità, anche quello della “Mucca Pazza” è un agente infettivo virale, tuttavia il morbo conosciuto come “Bovine Spongiform Encephalopathy” è una malattia specifica della specie bovina, anche se per anni è stato diffusissimo il timore di contrarre questa malattia comunque letale. Né si può dimenticare la “Severe acute respiratory syndrome”, meglio nota come Sars, una forma atipica di polmonite apparsa per la prima volta nel novembre 2002 nella provincia del Guangdong, in Cina, che è mortale in circa il 15% dei casi in cui ha completato il suo corso.

Ora è il turno del nuovo virus, esportato anch’esso dalla Cina.

Che fare?

Intanto cercare di conservare la lucidità e poi, chissà, se si è giovani, ci può isolare in allegra brigata, cantare, ballare e aspettare che passi la buriana. Se si è meno giovani, si può sempre noleggiare uno yacht e godersi una crociera con il primo amore, se il virus, anzi “vairus”, ci ha fatto la cortesia di mantenerlo in vita.

Ad ogni modo, prima o poi moriremo tutti. E allora, vale davvero la pena di preoccuparsi tanto?

Io, quasi quasi, vado a prenotare una crociera per due, non si sa mai…

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