L’amore, il potere, la paura: tra semantica e fede, l’importanza delle parole e dei sentimenti

by Mariella Di Monte

Una delle etimologie possibili della parola amore è a-mors, senza morte: un sentimento tanto potente da sconfiggere la fine naturale dell’esistenza.

Ma ha ancora senso parlarne, in quest’epoca di materialismo totalizzante?

E che peso hanno sentimenti così vitali, ma pur sempre terreni, di fronte alla paura della morte?

Il potere globale, che ha trovato finalmente nel Covid-19 uno strumento per allontanare l’uomo dai suoi simili e, dunque, per poterlo meglio controllare, teme la forza dell’amore?

Domande che possono sembrare prive di significato pratico, ma sulle quali dovremmo invece riflettere, perché investono il senso stesso del nostro stare al mondo, per poco o per tanto non importa.

Difficile negare che l’amore è un dono, anzi, IL DONO per eccellenza. Ed è una forza potentissima, che contribuisce a tenerci in vita. Anche quando non è ricambiato, o non lo è del tutto.

Si narra che Federico II di Svevia, nel tentativo di capire quale fosse la lingua primigenia dell’uomo, avesse dato disposizione di allevare un certo numero di neonati facendo somministrare loro solo il latte e le cure necessarie, senza che nutrici e balie parlassero loro, né li coccolassero in alcun modo.

Il fine dello Stupor Mundi era capire se le prime parole degli sfortunati cuccioli d’uomo sarebbero state in aramaico o in greco antico ma, privati dell’alimento dell’amore, quegli infanti rimasero afasici e morirono tutti prestissimo.

Non c’è un modo codificato per amare, ognuno lo fa come sa, come la vita gli ha insegnato. C’è chi non sa parlarne – spesso sono quelli che dall’amore sono stati segnati, quelli che più hanno dato, che hanno paura di qualcosa che conoscono e di cui temono gli esiti – ma ci sono cose che si dimostrano meglio con i fatti. E, tra quelli che contraddistinguono l’amore, c’è la disponibilità a denudarsi, e non solo degli abiti. Scoprirsi l’anima è cosa rara e difficile, il segno che si ama davvero, anche quando non si è – o non si è più – capaci di dirlo a parole.

Amare significa uscire dal carapace – come i crostacei al tempo della muta – e deporre l’esoscheletro divenuto stretto, rimanendo indifesi e vulnerabili, in attesa che la forza dei sentimenti divenga cibo e calcifichi un rivestimento nuovo e adeguato. Amare, perciò, significa crescere ma anche rischiare: non si è mai tanto fragili e privi di barriere di protezione come quando si è innamorati ma, al contempo, l’unione rende incredibilmente forti. Per questo occorrerebbe, a tutte le età ed in tutte le condizioni, aver rispetto delle persone che ci amano e, sempre per questo, da sempre si dice l’amore può vincere quasi ogni ostacolo.

Si riconosce dunque l’amore dal reciproco dono della vitalità e della dinamicità, dalla premura per la vita e per la crescita dell’altro, dalla disponibilità ad andare incontro alle altrui attese ed esigenze, dal rispetto per le sue idee e per il suo modo di essere, dall’impegno a coglierne l’interiorità, dalla fiducia nell’aprirsi e nel mostrare le proprie fragilità.

Reciprocità, fiducia, venirsi incontro: parole che il tempo presente ha reso quasi blasfeme. Gravato dalla minaccia di un virus subdolo, che nella quasi totalità dei casi nemmeno lascia traccia visibile del suo passaggio e va ricercato con strumenti diagnostici invasivi, l’uomo è oggi spinto a rendersi sempre più alieno ai suoi simili, e perfino bambini e ragazzi sono stati condizionati ad accettare l’idea aberrante del “distanziamento sociale”. Una scelta linguistica che non è certamente casuale, perché il potere conosce benissimo l’importanza delle parole, e che denota il preciso intento di impedire l’aggregazione e gli scambi umani, stigmatizzando l’amore e capovolgendone la stessa semantica: da forza che smuove il mondo e travalica la morte, a possibile causa del peggiore dei mali.

Ci pensavo in queste ore, nel ricordare l’ascesa al cielo di San Pio, un umile fraticello che sull’amore, sulla fede e sulla carità ha costruito un impero; un visionario che ha immaginato un polo sanitario d’eccellenza su un’aspra montagna, in un territorio arretrato e depresso come pochi.

Il segno della sua grandezza, per chi non crede, è in quello che ci ha lasciato, nell’immensità della bianca fortezza abbarbicata alla rupe di San Giovanni Rotondo, eretta a sollievo della sofferenza con finanziamenti giunti da ogni parte del mondo.

Passandoci sopra in elicottero, non si può fare a meno di pensare a cosa doveva essere cent’anni fa quel luogo ed al popolo di poveri pastori che ci abitavano, prima che fosse conosciuto ovunque e raggiunto da torme di visitatori.

Uomo semplice e dai modi bruschi, soldato del bene in trincea, osteggiato dalle stesse gerarchie ecclesiastiche, attorno alla bara di cristallo e d’oro che ne contiene le spoglia mortali si affollano uomini e donne di ogni colore, non tutti credenti ma irresistibilmente attratti da un carisma che, a cinquantadue anni dalla sua morte terrena, è più vivo che mai.

Le veglie per la ricorrenza del suo congedo dai vivi, malgrado il terrore che il governo da mesi e mesi va spargendo a mani basse, sono state occasione per radunare moltissima gente, quasi un messaggio postumo, lanciato con bonaria irriverenza da un santo che non le mandava a dire: l’amore è salvezza e redenzione, per chi crede e anche per chi è scettico. E se, tra un paio di settimane, non ci saranno migliaia di nuovi morti per Covid-19 tra quanti si sono radunati in nome suo, avremo una ulteriore prova che le cose non stanno esattamente come si sforzano di farci credere.

– Molto ti sarà perdonato, perché molto hai amato – dice un noto passo del vangelo di Luca – la tua fede ti ha salvata. –

Un insegnamento che dovremmo ricordare, ora più che mai.

A-mors: senza morte. O forse, come mostra la sempre crescente devozione a San Pio, che scelse il nostro territorio per la sua imperitura opera, oltre la morte.

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