L’arte della divinazione e l’esercizio del potere. Dall’oracolo di Delfi ai comitati scientifici

by Mariella Di Monte

L’idea di poter ottenere informazioni sul futuro attraverso l’interpretazione di particolari segni del mondo fenomenico nasce, si può dire, con l’uomo.

Presso le civiltà più antiche, la divinazione era un ramo della magia con pretesa di scientificità, perché fondata sull’osservazione del rapporto causa-effetto e sulla constatazione che da cause simili si producono effetti simili. Una sorta di empirismo ante litteram venato di esoterismo, insomma, che teneva conto di somiglianze spesso superficiali ed apparenti, traendone conclusioni variabili e soggettive. E siccome nel mondo antico il sapere era spesso associato al rapporto con il soprannaturale, la capacità di interpretare i segni con cui la divinità manifestava i suoi voleri, e quindi di predire il futuro, ben presto divenne oggetto di culto. Gli dei, infatti, pur potendo comunicare in molti modi e luoghi, avevano bisogno di chi sapesse interpretare i segni del loro volere.

I primi di cui abbiamo notizie certe in merito furono i Babilonesi, presso i quali esistevano vari tipi di veggenti, costituiti in una potentissima casta che aveva a capo un archiveggente. Gli appartenenti ad essa si trasmettevano l’arte di padre in figlio, in forma sia orale che scritta, e, tra le altre cose, si dedicavano ad una forma di epatoscopia che attraversò i secoli e si diffuse fino alla penisola italica, passando agli etruschi e poi ai Romani.

In tutte le società antiche, dunque, era indispensabile interpellare gli dei prima di iniziare un’attività qualsiasi, sia pubblica che privata.

E così, in Grecia ci si rivolgeva agli oracoli, cioè dei santuari a cui i fedeli accorrevano da ogni parte, i più famosi dei quali – come ci ricorda Cicerone in un’opera che si chiama proprio De Divinatione – erano quelli di Delfi, Dodona ed Epidauro. All’interno di essi, sacerdoti e profetesse fornivano responsi talmente ambigui da poter essere interpretati in qualsiasi modo si volesse.

Nella Roma delle origini, parimenti, se c’era da tracciare il solco per gettare le fondamenta di una nuova costruzione o da partire per una spedizione bellica, il padrone del terreno o il condottiero sacrificavano una o più pecore agli dei. Della cerimonia era parte indefettibile l’aruspice dalla tunica sfrangiata – con l’alto copricapo simile alla mitra papale e il lituo identico al pastorale vescovile – che aveva la funzione di estrarre il fegato dalle vittime immolate e trarne elementi per vaticinare sul buono o cattivo esito dell’impresa. Al medesimo scopo, ma in modo incruento, l’augure osservava il volo degli uccelli.

Aruspici e auguri erano riuniti in collegi, i cui membri erano rispettati e temuti, e l’epatoscopia aveva una precisa codificazione, dimostrata dal modellino bronzeo noto come Fegato di Piacenza, in cui l’organo di pecora è diviso in sedici regioni, per ognuna delle quali vi è un’iscrizione etrusca, allo scopo di aiutare il sacerdote nei vaticini.

Inutile dire che, verosimilmente, il potere esercitava un certo ascendente su quanti erano addetti all’arte divinatoria, perché è intuitivo che l’abuso della credulità popolare, allora come oggi, fosse uno dei mezzi di cui servirsi per gestire le masse. Sempre secondo Cicerone, infatti, non è possibile prevedere il futuro interpretando i segni, ma la divinazione è un importante strumento politico, utile per mantenere il controllo dello Stato e l’equilibrio delle istituzioni.

Le pratiche divinatorie e i templi oracolari vennero messi al bando con l’avvento del Cristianesimo, secondo il quale la rivelazione è compiuta nella Bibbia e, per altro verso, solo Dio conosce le cose nascoste, per cui attribuire ad altri questa capacità è una forma di idolatria ispirata dal demonio. Ciò malgrado, però, imperatori e re cristiani, pur rinnegando ufficialmente tali pratiche, continuarono ad avere astrologi ed indovini di corte.

A millenni dagli esordi della divinazione, il potere continua ad avere l’esigenza di conoscere il futuro, o perlomeno di far credere al popolino che ne è capace, e c’è ancora bisogno di qualcuno che ammannisca vaticini alle genti e suggerisca, sulla scorta di essi, gli indirizzi politici e amministrativi.

I comitati di esperti, che la pandemia da Coronavirus ha moltiplicato in maniera grottescamente esponenziale, hanno sostituito le pizie e i collegi degli auguri, col medesimo compito di trarre dagli eventi indicazioni operative, ammantando di scientificità i loro quotidiani oracoli, che dicono tutto e il contrario di tutto. Che poi non ne abbiano azzeccata una – perché evidentemente la loro pretesa scienza ha gli stessi solidi fondamenti dell’antica aruspicina – non sposta la circostanza che essi, come i loro antichi predecessori, siano funzionali al potere.

Per comprendere quanta considerazione avessero di costoro i potenti del tempo andato, che se ne servivano, ma ben sapevano quanto poco fossero attendibili, basterà ricordare che Giulio Cesare non prestò orecchio agli avvertimenti di Spurinna – un aruspice, per l’appunto – che lo aveva ripetutamente avvisato di guardarsi dalle Idi di marzo. Come andò a finire quella volta lo sappiamo, ma il grande condottiero che se la ride del vaticinio a me ricorda, chissà perché, il presidente del consiglio ed altri esponenti del mondo politico che quasi mai portano la mascherina, imposta dai moderni aruspici ai comuni mortali.

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