Le parole del tempo sospeso: la vergogna e il pudore

by Mariella Di Monte

Non credo ci sia mai stato un tempo come questo, in cui l’umanità intera, di ogni continente, è stata ristretta in casa: anche in tempo di guerra, coprifuoco e legge marziale hanno riguardato solo alcuni stati. Oggi, per fortuna, non corriamo il rischio di incursioni aeree e sgancio di bombe, ma il nemico è molto più piccolo e subdolo. Tuttavia, restando in casa ci auguriamo di poterlo evitare. Diciamo, quindi, che siamo relativamente tranquilli, e questo invoglia a riflettere.

Quelli della mia generazione, che hanno conosciuto i computer quando avevano già finito gli studi, ricordano bene i lunghi pomeriggi estivi passati all’ombra di pergole e tetti o seduti sulle scale delle case, le braccia intorno alle ginocchia, ad osservare le formichine in fila indiana, mentre le ombre dei caseggiati lentamente si allungavano e l’afa iniziava a dare un po’ di tregua.

Poco prima di sera passava il gelataio. Tre fischi annunciavano l’arrivo del bianco carretto a tre ruote, con i coni di cialda in bella mostra nella bacheca di vetro e i due pozzetti con il gelato alla vaniglia e al cioccolato.

Ricordo che attendevo quel momento per tutto il pomeriggio, un po’ per il desiderio di quella dolce cremina, che era già mezza sciolta e finiva sempre per colarmi sulla mani, malgrado la fretta con cui cercavo di leccare il cono tutt’intorno, un po’ perché era quella l’ora in cui gli altri bambini del vicinato uscivano dalle case e si ricominciava a giocare. Giochi semplici: palla, elastici e gessetti colorati per disegnare lo schema della “campana” sui marciapiedi; i maschietti avevano, in più, le biglie di vetro colorate, i carretti di legno col manubrio, due pezzi di legno di diverse lunghezze per giocare a “mazz e llicc”, una cosa che potrebbe essere, alla lontana, parente del baseball americano.

Rivedo le strade piene di ragazzini vocianti, molti dei quali, come me, alle prese con il gelato semiliquido, e uno strano disagio mi assale.
Erano tre fratellini, due femminucce e un maschietto, e il gelato non lo mangiavano mai. Famiglia dignitosissima, bambini ben pettinati e puliti, ma la più piccola portava sempre le scarpine tagliate in punta: dopo essere state indossate dai grandi, quando anche a lei non andavano più, la mamma gliele apriva perché il piede potesse respirare. La più grande delle femminucce aveva la mia età. Più volte avevo provato a spezzare il cono, prendendo con la punta un po’ di gelato: “Tieni, è buono”. Ma lei non accettò mai. Come usava in un tempo remoto, quando il decoro e l’amor proprio venivano prima di tutto, fingeva di non desiderarlo ma lo mangiava con gli occhi.

Solo anni più tardi sarei stata capace di dare un nome al malessere che quegli occhi mi procuravano. I greci, scoprii, lo chiamavano Αἰδώς (Aidòs) – traducibile approssimativamente, seppure in modo assai imperfetto, con la parola italiana “vergogna” – ed era un valore assai complesso, comprendente il rispetto delle proprie e altrui condizioni sociali, nell’ambito di una più vasta appartenenza alla stessa comunità. Una vergogna, quindi, che è al contempo pudore, modestia e rispetto degli altri.
Quei tre bambini mi mettevano addosso un’inquietudine che pensavo di aver dimenticato e che, inaspettatamente, è riemersa in questi giorni in cui, sui social, i selfie in giro per locali hanno lasciato il posto alle foto dei manicaretti preparati per ammazzare il tempo e ai consigli per mascherare la ricrescita dei capelli. Dopo un paio di settimane, però, sono arrivati gli appelli a donare per le famiglie senza redditi: c’è gente, molta gente, che vive “alla giornata” in senso letterale, cioè che ogni giorno deve cercarsi qualcosa da fare per provare a mettere insieme un paio di pasti per sé e per la famiglia, e ora potrebbe trovarsi nella completa indigenza. Iniziano le “catene” su Facebook e Whatsapp: se hai fame, senza vergognarti, contattami in privato e dimmi di cosa hai bisogno. Nei paesi ci si mobilita per collette alimentari, mentre davanti ai supermercati si rischia già di non fare in tempo ad infilare in macchina le buste della spesa, prontamente sottratte da scugnizzi appostati chissà dove.

Come in una vita lontana, provo quel disagio che gli antichi chiamavano Αἰδώς: mi vergogno di postare ancora foto e ricette; il pensiero di chi potrebbe essere al freddo e con i crampi allo stomaco, mentre io addento un pezzo di focaccia, mi guasta il piacere di assaporare il frutto dell’applicazione in cucina.

Alla fine, penso, deve aver provato un po’ di vergogna anche Leo Messi, la miliardaria “Pulce” in forza al Barcellona, che ha un contratto annuo di quasi cento milioni e che, in un primo momento, aveva rifiutato il taglio degli stipendi proposto ai calciatori dal management della squadra catalana, in modo da poter pagare i compensi ai dipendenti della società durante questo periodo di emergenza.

I ricchi – diceva un grandissimo campione morto troppo giovane – non possono vivere su un’isola circondata da un oceano di povertà. Noi respiriamo tutti la stessa aria. Bisogna dare a tutti la stessa possibilità. Fosse stato ancora vivo, Ayrton Senna non avrebbe esitato a prodigarsi: dopo la sua morte si è scoperto che, oltre ad essere tra i più grandi campioni di F1 di sempre, l’asso brasiliano aveva devoluto in beneficenza buona parte delle stratosferiche somme guadagnate come pilota.

Si può essere campioni senza provare vergogna e pudore della propria ricchezza? Forse sì, ma basta un virus a ricordarci che viviamo tutti sotto lo stesso cielo e respiriamo tutti la stessa aria. Tra le parole da riscoprire in questo tempo sospeso, ecco, queste sono quelle che mi sono venute in mente oggi.

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