Libertà sessuale, istruzioni giuridiche per l’uso

by Mariella Di Monte

“Si sa che la gente dà buoni consigli sentendosi come Gesù nel tempio, si sa che la gente dà buoni consigli, se non può più dare cattivo esempio.”

Memore dei versi dell’indimenticato Faber, ci ho messo un po’ a decidere di esternare il mio pensiero sul caso Genovese, il manager arrestato circa una settimana fa con l’accusa di organizzare festini a base di droga, che culminavano in feroci violenze sessuali ai danni di modelle ed aspiranti modelle, reclutate alla bisogna in modo sistematico e con tanto di sistema di vigilanza dietro la porta della camera da letto in cui le violenze si consumavano.

Appartengo, forse, all’ultima generazione di donne cresciute ascoltando i materni predicozzi sull’importanza – rectius: la necessità – di arrivare vergini al matrimonio, mentre, per altro verso, il mondo di fuori correva veloce e già irrideva chi, a vent’anni, ancora non aveva gettato alle ortiche quella ingombrante qualità ma, riflettendoci, sono ancora perfettamente in grado di dare cattivo esempio, almeno in teoria. Per altro verso, una vita dentro il settore penale di un tribunale di frontiera mi ha dato ampia visione della realtà processuale in cui certe vicende sfociano ed una cognizione di causa fin troppo precisa e disincantata. Pertanto, anche sulla scorta delle ultime esternazioni di Chiara Ferragni, penso che qualche parola sul triste episodio di cronaca vada ancora detta, giusto per chiarire come e perché si passi dalla sacrosanta indignazione per condotte maschili certamente esecrabili ad assoluzioni piene degli stessi deprecabili personaggi.

Ebbene, è vero che denunciare uno stupro resta tuttora un atto di coraggio. Se, da un lato, la ricostruzione processuale della vicenda rinnova sofferenze e tormenti che nessuna donna si augura di provare nella vita, la minuziosa, talora maniacale attenzione ai dettagli che riguardano la vittima (com’era vestiva, come è avvenuto l’approccio, era la donna in condizione di comprendere le finalità dell’uomo, dunque si era coscientemente e volitivamente determinata ad assecondarne il fine) rischia di invertire i ruoli e far passare turpi e viziosi aguzzini come vittime di donne astute e calcolatrici, che inducono in tentazione poveri e ingenui maschietti, per poi ricattarli con denunce e richieste di risarcimento.

Come regolarsi, dunque, se si giovani, belle e desiderose di vivere?

Da donna, non posso che mettermi dalla parte delle mie simili, senza sconti per viziosi ricconi, che del potere e del denaro si servono per comprare tutto e credono che anche la dignità delle donne abbia un prezzo, per di più relativamente basso.

Da mamma di un figlio maschio, mi rendo conto che ci incombe il compito di veicolare modelli di approccio e di relazione tra i sessi che tengano conto delle mutate dinamiche sociali, insegnando ai ragazzi che il consenso della donna è determinante lungo tutte le tappe del corteggiamento e del rapporto, e che un “no” significa “no” e non è altrimenti interpretabile. E non importa che fino ad un certo punto il consenso ci sia stato: se, per dire, una ragazza si irrigidisce quando da coccole e preliminari, magare anche molto spinti, si cerca di passare ad un rapporto completo, occorre avere il buon senso di fermarsi e non forzare. Su quel confine sottile – come sanno bene gli avvocati chiamati a difendere chi finisca a processo per violenza sessuale – si gioca la credibilità della vittima e l’assoluzione degli imputati.

Da madre di figlia femmina, per altro verso, mi chiedo se la libertà che abbiamo ottenuto come donne non significhi libertinaggio, se cercare di vivere ogni tipo di esperienze, anche quelle che il comune buon senso dovrebbe già segnalare come potenzialmente pericolose, non abbia come necessario corollario quello di incorrere, più o meno deliberatamente, nelle loro estreme conseguenze.

Il discrimine tra colpa cosciente e dolo eventuale, croce e delizia di tutti gli studenti di giurisprudenza alle prese con la teoria generale del diritto penale, nel nostro ordinamento giuridico serve a graduare la responsabilità dell’agente in relazione alla prevedibilità dell’evento ed alla previa accettazione mentale che l’evento stesso si verifichi. In soldoni, chi è in grado di prevedere un evento e, ciò malgrado, accetta anche la possibilità che esso si verifichi, proseguendo nella sua condotta, è imputabile a titolo di dolo. A parti invertite, chi si ponga consapevolmente in condizione di accettare un evento che gli cagioni danno, in qualche modo attenua la responsabilità di chi quel danno lo produce.

Tradotto dal giuridichese al linguaggio delle nostre nonne, bisognerebbe recuperare la capacità di badare alla propria integrità fisica e psichica, evitando contesti di cui si è in grado di prevedere la pericolosità, perché è su quello che poi, in un’aula di tribunale, si può finire per essere violentate ancora.

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