Luscìa: dai panni ai ruzzoloni

by Mariella Di Monte

Quando le lavatrici erano nei pensieri di Dio, il sapone si produceva in casa e la chimica dei sussidiari di scuola era superata dalla saggia inventiva delle donne di una volta, che ancora non immaginavano di potersi un giorno affrancare. La rivoluzione sociale e l’emancipazione femminile fecero la fortuna delle lavatrici e dei fustini del Dixan ma, fino ad allora, il miracolo del “bianco, che più bianco non si può” lo faceva una magica soluzione alcalina, sgrassante e disinfettante, ottenuta trattando la cenere di legna con acqua bollente.

Riportata dai vocabolari di italiano con il termine liscivia, nei dialetti dell’alta Daunia la mistura era conosciuta come lùscia e veniva utilizzata per quasi tutte le attività domestiche di pulizia, dal lavaggio della biancheria a quello delle stoviglie, dalla cura della persona, soprattutto dei capelli, ai pavimenti.

Le donne, dunque, si alzavano all’alba e iniziavano col disporre la biancheria a strati in grandi mastelli. Lavoro faticoso, che doveva essere svolto da almeno due persone insieme, il bucato, come la panificazione, era quasi un rito quasi sociale: un vecchio lenzuolo veniva steso in cima alla pila di panni da trattare; su di esso si poneva cenere di legna setacciata, sopravvissuta alla consumazione dei ceppi dei camini o ai bracieri dei carboni, arsi anche per asciugare il bucato recente, e vi veniva poi colata acqua bollente fino riempire il mastello. Tecnica descritta nei vecchi testi di Economia Domestica – materia oggi in disuso, con gravi risultati non solo ecologici – la preparazione della liscivia riuniva principi di chimica, fisica ed umana, anzi muliebre abilità. In quella soluzione i panni venivano lasciati “a riposare” un giorno intero, quasi che, a furia di stare con le persone, ne avessero assunto le fisiologiche necessità, come il riposo, che le donne di allora conoscevano solo nel tempo del sonno. Dopo aver adempiuto ai doveri coniugali, s’intende.  Al mattino seguente, sempre di buon’ora, si rimuoveva il lenzuolo con la cenere, curando di non farne scendere sulla biancheria, che veniva successivamente strizzata alla meglio, caricata in grandi ceste e portata al più vicino lavatoio pubblico, pozzo o corso d’acqua per esservi strofinata sulle grandi tavole di legno scanalate, risciacquata, strizzata da due persone e, finalmente, stesa ad asciugare.

La lùscia che residuava nelle grandi tinozze veniva poi utilizzata per lavarsi i capelli e anche i pavimenti e, una volta esausta, utilizzata ancora per spazzare i marciapiedi davanti alle case. In mancanza di scarichi domestici – acqua corrente e fogna erano ancora di là da venire, i liquami organici di uomini e animali venivano raccolti e usati per concimare – la scivolosa soluzione, ormai satura di grassi e inidonea ad ulteriori usi, veniva buttata per strada. Nelle zone dei centri storici pavimentate a chianchette, cioè lastre di pietra rese levigatissime dall’uso, poteva capitare che le popolane affacciate sull’uscio dei bassi, mani ai fianchi, avvertissero i malaccorti passanti: “Stattə attentə ca ajə mənèt a lùscijə, ancor pigghijə ‘nù lleccamuss!”, dove per lleccamuss è da intendersi una caduta rovinosa, di quelle che spaccano le labbra, ù muss, in dialetto.

Fin qui il senso letterale del termine. La lùscia, però, rientrava in diversi modi di dire; si andava dal “sapere di lùscia”, usato per riferirsi a pietanze di pessimo sapore, a “sim asciut a lùscijə”, per dire che qualcosa era finito in malora. Arcinoto, poi, che “a lavà a chép a l’asən pird temp e lùscijə”: è inutile sperare di rendere intelligente un somaro, perché, quasi sempre, all’orecchio del somaro il suo ragliare sembrerà un nitrito.

Qualcuno di questi detti aveva poco a che spartire, almeno in apparenza, con la miscela detergente, ma la creatività popolare si mischia capricciosamente all’arguzia e talvolta alla saggezza, coniando espressioni di non facile esegesi. Una di queste, simpaticissima, è “stare con la lùscia di qualcosa”, cioè nutrire una speranza, un’aspettativa non si sa quanto fondata. Un antico calembour dei Monti Dauni settentrionali recitava, più o meno, che “chi sta c’à lùscijə d’ù vəcin e nən cucin, la ser sə v’addorm senza cen.”

In tempi di campagna elettorale, per adattare lo scioglilingua ai tempi attuali, non pochi potrebbero essere tentati di votare qualcuno per la lùscia di un posto di lavoro o di qualche altra utilità, rimediando un classico lleccamuss e ritrovandosi alle prese con lo sporco della coscienza, che solo la clemenza del Cielo potrà smacchiare, salvo cambiare casacca alla prossima tornata. Hai visto mai?

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