Malvestito sarà lei!

by Mariella Di Monte

Attenti osservatori della moda e del costume, gli abitanti della provincia di Foggia hanno molti termini che indicano, nel bene e nel male, il loro apprezzamento o, al contrario, il loro disappunto rispetto al modo in cui la gente è agghindata. E se è vero, com’è vero, che in Capitanata una larga parte della popolazione, almeno sino alla prima metà del Novecento, apparteneva al ceto contadino e, di necessità, era abbigliata per buona parte dell’anno in modo assai modesto, è anche vero che si perde nella notte dei tempi, dalle nostre parti, l’abitudine di “incignare”, cioè di inaugurare, nel giorno delle feste comandate, abiti e accessori nuovi di zecca.

Questo verbo, appartenente al dialetto antico e ormai snobbato dai più, ha in realtà origini nobili: deriva infatti dal latino tardo encaeniare, a sua volta derivato dal greco egkainia, che significa festa di inaugurazione (dalla parola kainos, cioè nuovo). Prepararsi alle ricorrenze nel migliore dei modi passava dal farsi confezionare abiti eleganti, prima ancora che dall’approntare dolci tipici e pietanze succulente. Le toilettes di ragazzi e signorine soprattutto, ma pure di uomini e donne sposati e anche avanti con gli anni, venivano preparate con cura nelle settimane precedenti e sfoggiate per lo struscio sul corso principale o al seguito delle varie processioni religiose; si faceva a gara nel contendersi le migliori sarte e, più tardi, nel recarsi presso i negozi di abbigliamento e calzature più riforniti di capi raffinati e all’ultimo grido. La cura degli accessori e di quant’altro occorrente per ben figurare era altrettanto maniacale. Venuta meno la figura della Capəllér, la pettinatrice che a domicilio pettinava e intrecciava i lunghi capelli delle donne fino a tutto il primo Novecento, il mestiere di parrucchiera divenne molto ambito, e tuttora lo è, proprio in ragione della cura meticolosa che le nostre donne hanno sempre avuto per il proprio aspetto.

Uscire ben acconciati, cioè allustrut, azzəzzèt e ‘mbrəchəcchèt è sempre stato, per noi foggiani, quasi  un kantiano imperativo categorico, un “tu devi” imprescindibile. Essere definiti ‘nzəvus, cioè luridi (da sivo=grasso di maiale), cioè con gli abiti insozzati da macchie di unto, è uno dei peggiori epiteti che ci si possa veder affibbiati, qualcosa che espone alla riprovazione ed allo stigma; parimenti, avere scarsa cura della propria capigliatura significa rischiare di essere definito zəllus, termine che nel napoletano classico significa calvo, ma che da noi, per estensione, indica anche chi trascura la zazzera, lasciando che cresca sporca e disordinata, a seminare forfora sui colletti delle giacche. Lavarsi poco, poi, espone al terribile rischio di esser definiti truzzulus (da trozzola = macchia composita, grossa e difficile da rimuovere, di quelle che si formano, ad esempio, quando sul pavimento cade una sostanza zuccherosa e ci si passa sopra con i piedi).

Ecco, quando sento un Feltri qualsiasi, che da bergamasco crede di poter irridere al nostro innato gusto per l’abbigliamento, dicendo che il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, è un uomo gradevole ed elegante, pur essendo di Foggia, io non ci riesco proprio ad offendermi, anzi, mi fa sorridere che un’opinione del genere venga espressa da qualcuno che qui da noi, per come si veste e si pettina, nella migliore delle ipotesi potrebbe essere definito ‘na paggən d quadern antic, cioè fané: vecchio, consunto, antiquato.

E ti ho trattato bene, Vittò…

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