Mettiamoci la faccia. Come fa Giovanna Botteri

by Mariella Di Monte

Una vita da inviata speciale: dal crollo dell’Unione Sovietica all’inizio della guerra in Crozia, dall’assedio di Sarajevo al massacro di Srebrenica, poi in Algeria, Sudafrica, Iran. Nel 1997 è a Valona, poi a documentare la guerra in Kosovo, gli eccessi del G8 di Genova, i bombardamenti di Baghdad. Per dodici anni, dal 2007 al 2019, corrispondente dagli Stati Uniti; attualmente è a Pechino, dove sta documentando la pandemia.

Giovanna Botteri è una giornalista che non ha bisogno di presentazioni. E nemmeno di ostentare trucco e parrucco perfetti, ma sembra essere diventata il bersaglio preferito di quanti, in mancanza di meglio da fare, si esercitano nel tiro al piccione, prendendo di mira le donne per il loro aspetto fisico. È toccato, solo per restare agli ultimi casi celebri, alla ministra Teresa Bellanova – rea di aver osato, in occasione del giuramento del nuovo governo, un vestito azzurro elettrico tutto ruches e volants, giudicato inadatto sia al contesto che al suo fisico non esattamente da mannequin – poi è stata la volta di Michela Murgia; ora è arrivato il suo turno: trasandata e sempre con la stessa maglia nera, questo il peccato che non le si perdona. Aveva iniziato la Littizzetto, già a marzo, con Fabio Fazio che non aveva fatto una grinza, poi è arrivata “Striscia la notizia”, che ha rilanciato le accuse degli haters, forse per prenderne le distanze – è questa la versione degli autori del servizio – ma di fatto rilanciando gli sfottò.

A questo punto, probabilmente stufa di un andazzo davvero osceno e fastidioso, la Botteri ha ritenuto di dover intervenire, con una lettera aperta pubblicata sul sito dei giornalisti Rai, nella quale dice, testualmente: “Mi piacerebbe che l’intera vicenda, prescindendo completamente da me, potesse essere un momento di discussione vera, permettetemi, anche aggressiva, sul rapporto con l’immagine che le giornaliste, quelle televisive soprattutto, hanno o dovrebbero avere secondo non si sa bene chi. Qui a Pechino sono sintonizzata sulla Bbc, considerata una delle migliori e più affidabili televisioni del mondo. Le sue giornaliste sono giovani e vecchie, bianche, marroni, gialle e nere. Belle e brutte, magre o ciccione. Con le rughe, culi, nasi orecchie grossi. Ce n’è una che fa le previsioni senza una parte del braccio. E nessuno fiata, nessuno dice niente, a casa ascoltano semplicemente quello che dicono. Perché è l’unica cosa che conta, importa e ci si aspetta da una giornalista. A me piacerebbe che noi tutte spingessimo verso un obiettivo, minimo, come questo. Per scardinare modelli stupidi, anacronistici, che non hanno più ragione di esistere. Non vorrei che un intervento sulla mia vicenda finisse per dare credibilità e serietà ad attacchi stupidi e inconsistenti che non la meritano. Invece sarei felice se fosse una scusa per discutere e far discutere su cose importanti per noi, e soprattutto per le generazioni future di donne”.

Lucido, tagliente discorso, che invita a riflettere senza sdolcinature e infingimenti sul ruolo che un certo immaginario ancora cuce addosso alle donne, anche quelle che non devono dimostrare più nulla a nessuno, perché hanno un’età e una professionalità che parlano per loro: quello di eterne pupattole, magari disposte a rincorrere un’idea di bellezza sintetica, chimica e chirurgica, per compiacere un pubblico guardone.

Si scrive body shaming, si legge derisione e svilimento delle qualità della donna, da ridurre al silenzio se non è magra come Barbie, non ha i capelli curati come Kate Middleton, il faccino come Nicole Kidman o le gambe di Kim Basinger da giovane e, quel che è più vile, da crocifiggere comodamente seduti davanti ad una tastiera, senza far vedere che magari si è calvi, obesi, brufolosi, nanerottoli, sdentati, pelosi come scimmie, col monociglio e il collo inesistente.

Sarebbe bello che fossimo noi donne le prime a non prestarci a questo gioco al massacro: la bellezza, anche ove se ne sia dotate, è quanto di più effimero e inconsistente ci sia e non garantisce né felicità né fortuna, come testimoniano le biografie di attrici famose, principesse ed ereditiere bellissime e sventurate.

E allora mettiamoci la faccia anche noi, come ce la mette Giovanna Botteri – che, tra l’altro, va in onda da Pechino quando lì è notte fonda – e lottiamo conto questa forma di degrado morale e culturale che ci vorrebbe tutte oche, in eterna mostra alla fiera delle vanità o al mercato del bestiame, con tette e culo che sfidano in eterno la forza di gravità, un sorriso a trentadue denti splendenti, la pelle levigata e gli occhi luminosi. Inondiamo la rete di foto senza trucco e senza inganno, con una semplice maglia nera. Dimostriamo che siamo persone vere, non abbiamo bisogno di correre dietro a modelli estetici che non servono e non ci rappresentano ma, soprattutto, che non ci prestiamo ad uno spregevole sport maschile e non prendiamo in giro le altre donne.

Io sono questa, senza trucco e senza inganno. E magari fossi brava come Giovanna Botteri!

You may also like

Non è consentito copiare i contenuti di questa pagina.