Non luci blu, ma opere di bene

by Mariella Di Monte

Il due aprile è il giorno in cui il mondo dovrebbe avere consapevolezza dell’esistenza dell’autismo, come ormai tutti sanno.

Condizione e non malattia, tanto per iniziare a chiarire le cose, di esso non si è mai parlato prima degli anni ’40 del secolo scorso. E questo la dice lunga: fosse stato qualcosa di connaturato all’umanità, come l’epilessia, ne avrebbero trattato già Ippocrate e Galeno.

Al netto delle mie personali posizioni sull’eziologia di questa condizione – che dipendono dalle modalità e dai tempi in cui ne sperimentammo l’insorgenza in mia figlia Fulvia, nata sanissima e tale rimasta fino a diciotto mesi, ma che trovano riscontro nei racconti di decine di migliaia di genitori che hanno fatto i nostri stessi, tristi riscontri – è ormai di comune dominio che, nella quasi totalità dei casi, esso si manifesti immediatamente a ridosso della somministrazione di vaccini, e segnatamente di quelli che in varie formulazioni vengono utilizzati per prevenire, si dice, il morbillo.

Che si voglia o meno accettare questa spiacevole verità, è un dato di fatto non revocabile in dubbio la circostanza che, da condizione praticamente sconosciuta, l’autismo sia numericamente esploso in pochi anni, fino a divenire una drammatica emergenza socio-sanitaria, ennesima conseguenza di una “civiltà” che sempre più si allontana dallo stato di natura. Come tutti i fenomeni ad eziologia squisitamente antropica, è facile prevedere che esso sia destinato ad aumentare ancor più nei prossimi anni, e la circostanza che gli sia stata dedicata una giornata mondiale rende conto, appunto, del fatto che ormai non sia più una condizione rara. Tuttavia, a questa dimostrazione di attenzione da parte della società non corrisponde, purtroppo, una reale disponibilità ad accettare ed integrare quanti vivono l’autismo sulla propria pelle e nelle proprie famiglie.

La prima consapevolezza che il resto del mondo, dovrebbe avere, dunque, è che l’autismo dipende da fattori ambientali indotti dall’uomo e che, pertanto, è in agguato per tutti. I nostri ragazzi, invece, anche quando sono a medio/alta funzionalità, vengono sistematicamente esclusi dai loro coetanei e, troppo spesso, anche dagli adulti che dovrebbero aiutarli ad inserirsi nel contesto scolastico, perché formati – si suppone – assunti e pagati esattamente per questo.

Lungo il percorso di Fulvia abbiamo avuto la fortuna di incontrare anche qualche ottimo insegnante di sostegno, ma sono assoluta minoranza rispetto a quelli pessimi che le hanno e ci hanno reso infernali alcuni anni delle scuole elementari e l’intero ciclo delle medie. Da piccola, anche con violenza verbale e fisica, a nostra figlia è stato imposto di stare seduta per ore all’ultimo banco, senza che potesse interagire con nessuno, e ci è stata fatta una strenua opposizione a che cambiasse istituto, viste le disumane condizioni in cui era tenuta, mentre è stata regolarmente esclusa, alle medie, dalle uscite di istruzione, dalle ore di educazione fisica e dall’inserimento in classe. Ad oggi, alle superiori, riesce ad andare a scuola solo perché la sua famiglia può permettersi di affiancarle, privatamente, una educatrice qualificata.


E allora, se questa giornata deve avere un senso, invece di esporre fiocchi azzurri in bacheca e di accendere inutili lampadine, che ci si inizi ad adoperare in modo fattivo.
Le drammatiche proiezioni sull’incidenza dell’autismo nel prossimo futuro non consentono più di pensare che sia una croce da osservare, qualcosa che tocchi sempre e solo agli altri.


Si può credere o meno ai racconti di noi genitori, ma non si può ignorare che i ragazzi in questa condizione siano ogni giorno più numerosi, in un crescendo che fa impallidire anche gli odierni racconti sui danni provocati dal Covid-19, ed è questa la vera consapevolezza che il mondo dovrebbe maturare. Perciò, le vere luci da accendere non sono i faretti blu posizionati su chiese e monumenti, ma i neuroni di una umanità che ne fa un uso sempre meno intelligente.

L’autismo è una condizione, non una malattia, e perciò non è contagioso. La vera patologia della modernità è ignorare che dietro la sua insorgenza ci sono fattori umani, come tali controllabili e gestibili, e che non si possono più mettere ai margini e trattare come appestati quanti, non per loro colpa, ormai si trovano a doverne portare il fardello.

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