Polizia: Prenderle è normale, darle è da animale!

by Mariella Di Monte

“Ho pensato di morire, non mi vergogno di dirlo. Non smettevano più di picchiarmi, vedo ancora quegli anfibi neri, che mi passavano davanti al volto e, nella testa, mi rimbomba ancora il rumore sordo delle manganellate. Su tutto il mio corpo, che cercavo di proteggere, rannicchiato in posizione fetale, scaricavano una rabbia che non ho mai incontrato prima, che non avevo mai sentito così efferata in trent’anni di professione, sempre sulla strada.”

Stefano Origone, giornalista di Repubblica, è stato selvaggiamente picchiato dalla Polizia a Genova, durante il comizio conclusivo della campagna elettorale per un candidato di estrema destra. La piazza scelta per l’evento era stata blindata da oltre trecento uomini della Polizia, tra Digos e Reparto Mobile, e circondata con gli “alari”, grate mobili antisommossa. Si sapeva già che ci sarebbero state manifestazioni antifasciste, e infatti gli antagonisti di sinistra hanno iniziato a caricare il cordone che chiudeva la piazza, lanciando pietre, fumogeni e petardi. Un primo assalto, respinto dagli agenti, poi un secondo, in risposta al quale le forze dell’ordine hanno iniziato a lanciare a loro volta lacrimogeni ad altezza d’uomo, e subito dopo la carica. A quel punto, probabilmente scambiato per un manifestante o un provocatore, Origone è stato circondato e manganellato per diversi, eterni secondi, malgrado continuasse ad urlare di essere un giornalista, finendo con l’essere salvato proprio da un poliziotto, che lo conosceva e ha fermato i suoi colleghi.

Capo della Polizia e questore di Genova, città tristemente nota per gli eccessi del G8 e per l’affare della Scuola Diaz, hanno già avviato un’indagine interna ed identificato sia il funzionario che ha ordinato la carica, sia gli agenti che l’hanno condotta.

Ho chiesto a Claudio Lecci, dirigente superiore di Polizia in pensione, amico e compagno di avventure letterarie, un autorevole parere sull’odierna vicenda. Sintetizzando, gli agenti di Polizia impegnati in ordine pubblico hanno ciascuno una storia da raccontare, tutte simili, nessuna identica. Qualsiasi giudizio a posteriori, nel bene o nel male, rischia di essere fallace per il sol fatto che chi compie l’azione vive una condizione e chi giudica ne vive un’altra: il primo deve gestire più emozioni ed esigenze, da confrontare con l’istinto di sopravvivenza, l’altro cerca, seduto in poltrona, l’errore del primo. L’ordine pubblico, peraltro, è gestito da una lunga catena di comando. Tra l’Autorità Provinciale di Pubblica Sicurezza (il Prefetto) e l’agente,  passano il Questore, e ancor prima il Comitato per l’Ordine e la Sicurezza Pubblica, il Vice Questore Vicario, al quale normalmente sono assegnate funzioni di sovraintendenza dei servizi, se non proprio di espressa dirigenza, il funzionario responsabile del servizio, i funzionari che dal responsabile dipendono, gli Ufficiali dei Carabinieri, della Guardia di Finanza o di altri organi con funzioni di ufficiali o agenti di Pubblica Sicurezza impiegati. Tra i funzionari e gli agenti ci sono, ancora, gli ispettori o comunque i responsabili dei nuclei impiegati e quindi i comandanti dei Reparti Mobili, specializzati in operazioni antiguerriglia. Facile comprendere come l’ordine iniziale si frantumi in mille ipotesi, una per ogni evenienza, contingenza, emergenza che si verifica – immediata, istantanea, mutevole – e questa discrasia toglie credibilità all’oggettività del giudizio. Ora, benché gli agenti dei Reparti Mobili siano quasi sempre fisicamente assai dotati, non è raro che, alla fine di certe manifestazioni, debbano ricorrere al Pronto Soccorso. Ma, si dirà, i poliziotti sono pagati per prendere mazzate a prescindere, pur di concorrere a realizzare in concreto i diritti stabiliti dalla Costituzione, quale quello di libera riunione, manifestazione o altre forme di espressione. All’indomani di tali episodi, la pubblica opinione verrà a sapere che “quattro agenti hanno fatto ricorso alle cure mediche”, ma raramente si saprà che uno è stato isolato, circondato, picchiato a sangue da un gruppo mentre altri manifestanti (sic!) fronteggiavano i soccorritori perché il massacro del “catturato” si compisse. Tra le raccomandazioni che infatti si ripetono agli agenti in fase di addestramento, c’è quella di restate uniti: i manifestanti professionali sono altamente specializzati nel provocare il singolo poliziotto, inducendolo a reagire spostandosi, per poi chiuderlo a tenaglia ed aggredirlo in massa. I gruppi estremisti sono capacissimi di questi espedienti e difficili da gestire, nell’arco dei pochi secondi in cui avviene il fatto. Pertanto, la foga emotiva talvolta può superare la professionalità e portare a eccessi comportamentali fisiologici, soprattutto quando la insistenza malvagia dei manifestanti più violenti carica di stress gli agenti. Come i poliziotti, anche gli inviati di guerra e i reporter delle manifestazioni di protesta vengono pagati, ma non abbastanza, per il rischio che corrono.

A prescindere dalla individuazione di specifiche responsabilità, questa ennesima vicenda deve farci riflettere sulle tensioni che il Paese attraversa, sul ruolo delle forze dell’ordine e sulla solitudine dei funzionari, lasciati soli nelle piazze, a combattere contro scalmanati di ogni colore che, in mancanza di altri bersagli, intanto li insultano e sputano loro addosso.

Dobbiamo decidere – rectius: dobbiamo pretendere che venga deciso – fin dove ci si può spingere, in politica, e oltre quale punto certe manifestazioni del libero pensiero siano in contrasto con precise disposizioni, costituzionali ed ordinarie, come quelle che vietano la ricostituzione in qualsiasi forma del partito fascista. Perché qui le cose sono due: o un movimento che esplicitamente si richiama al fascismo, riprendendone le idee razziste e xonofobe, è qualcosa di fuorilegge, e allora non può esserne consentita l’esistenza, e men che meno le manifestazioni di piazza, o è un partito come tutti gli altri. Nel qual caso ha diritto, come tutti gli altri, ad ottenere i propri spazi.

Nella misura in cui si lasciano le piazze alle forze tra loro antagoniste, con i funzionari di polizia a dover decidere, in tempi strettissimi, come evitare che ci scappino morti e feriti, il Paese corre un rischio elevatissimo. Che non è solo quello di acuire uno scontro senza regole tra fazioni politiche, ma quello di consegnare alle forze dell’ordine un ruolo che non spetta loro: giudicare cosa, e chi, è lecito e cosa non lo è, divenendo, per gli uni e per gli altri, il nemico a cui dare addosso.

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