Quale futuro per la giustizia post Covid?

by Mariella Di Monte

Tra i settori che escono più provati da questo periodo di emergenza sanitaria c’è il comparto giustizia, già da tempo boccheggiante. La lunga sospensione delle udienze civili e penali ordinarie ha allungato sine die i tempi di definizione dei procedimenti, che erano comunque biblici anche prima, almeno nella maggior parte delle sedi.

         In tutto questo, la categoria più duramente colpita, oltre ai cittadini in attesa di ottenere una sentenza che li ristori per un danno patito, è quella degli avvocati, che vedono quasi del tutto ferma la loro attività e, dunque, la loro fonte di reddito.

         Come spesso accade in questi casi, le tensioni accumulate durante le settimane di lockdown sono drammaticamente lievitate nel momento in cui una parvenza di normalità sembra tornata in alcuni settori della vita civile, mentre in altri permangono divieti e restrizioni.

         Per il settore giudiziario, l’articolo 83 del decreto n. 70/2020 ha sospeso sino al 30 giugno 2020 diversi termini e attività giurisdizionali, con mantenimento solo di alcuni procedimenti essenziali. La stessa fonte dispone, tra l’altro:

  • l’accesso degli utenti agli uffici giudiziari solo per attività urgenti;
  • la limitazione degli orari di apertura degli uffici sino alla chiusura per servizi non urgenti;
  • le prenotazioni telematiche e telefoniche per l’accesso ai servizi;
  • l’adozione delle linee guida necessarie per fissare e trattare le udienze;
  • la celebrazione a porte chiuse di tutte le udienze penali e civili pubbliche o di singole udienze;
  • le udienze civili e penali da remoto.

         Una serie di limitazioni che di fatto hanno paralizzato totalmente l’attività del comparto e che, se potevano sembrare giustificate nel periodo di massimo allarme, divengono sempre più difficili da accettare ad emergenza clinicamente non più esistente, come chiaramente affermato da più di un luminare, trovando d’accordo lo stesso sottosegretario alla sanità Sileri.

         Ed ecco che nascono inusitate tensioni tra avvocati e cancellieri, con questi ultimi – che ruotano in un presidio ridotto all’essenziale – costretti a fare front-office e a subire l’onda d’urto della rabbia montante tra la classe forense, mentre la giustizia è bella che seppellita, anzi cremata, come usa in questi cupi tempi di novella barbarie.

         Con tutta la vicinanza e la solidarietà che sento per una categoria con cui vivo a contatto di gomito da sempre, di cui condivido linguaggio e “forma mentis”, non posso tuttavia esimermi dal rilevare che è troppo facile addebitare la scaturigine di un problema gravissimo ad una categoria di dipendenti pubblici che, come sessanta milioni di italiani e come gli stessi avvocati, è vittima della totale incapacità di questo governo, che ha gestito una nazione come avrebbe potuto fare un pessimo sindaco di provincia, correndo dietro in modo distratto e scomposto all’emergenza, senza alcuna attività di programmazione e senza coordinare gli interventi.

         L’unica cosa che Palazzo Chigi e dintorni sembrano aver fatto molto bene è mettere l’uno contro l’altro i cittadini, evitando che la gente trovi la forza di coalizzarsi e tirarli giù dai dorati scranni, magari per trascinarli proprio davanti ad un tribunale, a rispondere degli incalcolabili danni arrecati alla nazione.

         Non è normale che, nella totale inerzia regolamentare governativa, esistano duecento e più protocolli, adottati da altrettanti tribunali, per organizzare in sede locale un servizio che è indefettibilmente nazionale, in quanto essenziale. E la circostanza che il Presidente del Consiglio sia un avvocato rende ancora più gravi certe inadeguatezze, che hanno provocato inefficienza da scontarsi in danno dei cittadini.

         Certo non sarà alimentando una guerra tra poveri, avvocati da una parte e personale amministrativo delle cancellerie dall’altro, che i problemi troveranno una soluzione, mentre quello che ogni giorno viene fuori sul contenuto delle intercettazioni al telefono di Luca Palamara rende sempre più difficile confidare nella Giustizia, quella con la maiuscola. Ma, come la Fede, essa prescinde dagli uomini che pro-tempore la amministrano, e non di rado possono anche essere spregevoli, senza che ciò intacchi la nobiltà dell’ideale a cui sono prestati. La Chiesa è sopravvissuta ai papi peccatori del Rinascimento, perché l’ideale che essi indegnamente incarnavano era più elevato della pochezza umana. Lo stesso è per la Giustizia, uno dei più elevati ideali a cui tendere, senza lasciarsi condizionare dalla palese inadeguatezza di certi ministri e dalla inconcepibile immoralità di una parte – che voglio continuare a considerare minoritaria – dei magistrati. La stessa parola “ideale”, d’altra parte, indica qualcosa che trascende la concretezza, un anelito astratto a cui mirare comunque, una brama che deve animare l’uomo fino all’ultimo respiro.

         Agli avvocati, che da sempre hanno ampia rappresentanza in Parlamento, suggerisco pertanto di organizzarsi per far sentire, attraverso le varie associazioni di categoria, il loro legittimo e sacrosanto disagio, insistendo sul pronto ristabilimento della normalità, nonché su una vera ed efficace riforma della giustizia. Quella penale e, soprattutto, quella civile.

         Ai colleghi, invece, suggerisco la necessità di intraprendere percorsi di consapevolezza e gestione dello stress: ci attendono tempi ancora più duri, ma siamo parte di un sistema che abbiamo il dovere morale di provare a rimettere in piedi, dopo gli sconci di questa crisi senza precedenti. Ognuno di noi non è che una minuscola goccia nell’oceano, è vero, ma mi piace pensare che anche l’immenso oceano sparirebbe, se ognuna delle infinite gocce che lo compongono si separasse dalle altre.

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