Raimondo Di Sangro, uno di noi

by Mariella Di Monte

Presi come siamo stati dal festeggiare, se così si può dire, il primo compleanno della pandemia, abbiamo dimenticato di ricordare la nascita, trecentodieci anni fa, di uno dei nostri più illustri concittadini, il cui nome ancora oggi evoca misteri e parla di una cultura enciclopedica e raffinata.

Raimondi di Sangro, principe di San Severo, nacque nel castello di Torremaggiore il 30 gennaio del 1710, rampollo di una nobile famiglia che faceva risalire le sue radici nientemeno che a Carlo Magno.

Orfano di madre ancor prima di compiere un anno, con il padre che era spesso lontano dall’Italia, il bambino fu affidato al nonno Paolo, che risiedeva a Napoli, e portato nel palazzo di famiglia di piazza San Domenico Maggiore.

Fin da piccolissimo, Raimondo si rivelò dotato di vivace e precoce intelligenza, e fu avviato allo studio della letteratura, della geografia e delle arti cavalleresche e, attorno ai dieci anni, accompagnato presso il collegio del Gesuiti a Roma, dove compì un iter scolastico assolutamente notevole, che spaziava dallo studio della filosofia alla padronanza di numerose lingue, dalle scienze naturali all’architettura militare, dalla pirotecnica all’idrostatica. Ancora a studio dai Gesuiti, ebbe modo di mostrare il suo talento di inventore.

Appena sedicenne, alla morte del nonno Paolo, gli succedette nel titolo e nei beni, ai quali suo padre rinunciò. Pertanto, divenne principe di Sansevero ed ereditò il palazzo di famiglia, che nel tempo farà abbellire insieme alla cappella. Negli stessi anni si innamorò di una lontana parente poco più che bambina e ricchissima, Carlotta Gaetani dell’Aquila d’Aragona, che sposerà per procura nel 1735, dando vita ad una unione felice, coronata dalla nascita di otto figli.

Tra le innumerevoli invenzioni di Raimondo, alcune anticiparono di molto i tempi, come accadde per un archibugio a retrocarica, in grado di sparare sia a polvere che ad aria compressa, un cannone in acciaio molto più leggero di quelli in bronzo coevi e con una gittata molto più lunga, un misterioso “lume perpetuo” e una carrozza anfibia che lambiva le acque senza bagnarsi.

Accademico della Crusca, iscritto alla Massoneria e perciò scomunicato da papa Benedetto XIV, mecenate di artisti eccellenti, secondo la leggenda i laboratori nei sotterranei di Palazzo Sansevero non tacevano neppure di notte e dalle loro finestre arrivavano sinistri bagliori, rumori sordi e prolungati, mentre nel silenzio della notte si udivano come i colpi di un pesante martello sull’incudine, o tremava il selciato del vicoletto, come si vi passassero enormi, invisibili carri.

Ancora Benedetto Croce, due secoli dopo, narra che per i napoletani del popolino era ancora viva la memoria di quella specie di Dottor Faust in salsa partenopea, al cui solo nome la gente sentiva il bisogno di fare il segno della croce.

La cappella gentilizia, oggi Museo Cappella Sansevero, è un autentico gioiello del nostro patrimonio artistico, conosciuto in tutto il mondo per l’intreccio di bellezza e mistero che vi si respira.

Tra i capolavori che Raimondo volle porvi c’è il Cristo Velato, noto per la prodigiosa tessitura del velo di marmo che ricopre il corpo deposto di Gesù. Secondo la leggenda il velo fu realizzato alchemicamente, con un procedimento che avrebbe marmorizzato la stoffa, e per evitare che Giuseppe Sammartino potesse rivelarlo o servirsene per realizzare altri capolavori, il principe Di Sangro lo fece accecare. La stessa narrazione macabra circonda le singolari “macchine anatomiche”: due scheletri, di un uomo e di una donna incinta, di cui è visibile l’apparato circolatorio, come se all’interno delle loro vene fosse stata iniettata una sostanza in grado di metallizzarli.

Insomma, la fama del nostro augusto concittadino, non molto conosciuto e ricordato dai torremaggioresi in verità, fu tale da non temere la morte, anch’essa avvolta di mistero e leggenda. Si narra, infatti, che il principe avesse messo a punto un composto in grado di resuscitarlo e che un suo servo avesse avuto disposizione di farlo a pezzi e chiuderlo in una cassa che non doveva essere assolutamente aperta. L’incantesimo aveva bisogno di nove mesi per giungere a compimento ma, allertati dalla sua assenza, i parenti vollero aprire la cassa e, a quel punto, il corpo di Raimondo, ancora in via di ricomposizione, si sarebbe sollevato in aria e avrebbe lanciato un orrido urlo, prima di ricadere a terra, privo di vita.

Di certo, nel sarcofago della cappella Sansevero il suo corpo non c’è, e i napoletani giurano che nel vicolo in cui sorge il palazzo, di notte, si odono ancora strani rumori e, nelle notti di luna nera, gli zoccoli dei cavalli della sua carrozza si sentono rimbombare lungo via Franceso De Sanctis.

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